Con la regia di Georges Delnon, le scene di Varvara Timofeeva, i costumi di Marie-Thérèse Jossen, il light design di Carsten Sander e il video design di Marcus Richardt
Per la prima volta in Italia, andrà in scena Venere e Adone di Salvatore Sciarrino. Basata su un libretto di Fabio Casadei Turroni e dello stesso Sciarrino, nata grazie a una commissione della Staatsoper di Amburgo, questa partitura contemporanea debuttò proprio ad Amburgo due anni fa, il 28 maggio 2023, e sarà riproposta al Teatro La Fenice di Venezia dal 26 giugno, nel medesimo allestimento del debutto con la regia di Georges Delnon, le scene di Varvara Timofeeva, i costumi di Marie-Thérèse Jossen, il light design di Carsten Sander e il video design di Marcus Richardt. Della parte musicale sarà responsabile il direttore Kent Nagano – e sarà la prima volta che l’osannato maestro statunitense dirigerà un’opera in Fenice – alla guida di un cast di prestigio composto da Kady Evanyshyn (Amore), Layla Claire (Venere), Randall Scotting (Adone), Matthias Klink (Marte), Cody Quattelbaum (Vulcano), Nicholas Mogg e Vera Tarlenko (la Fama) ed Evan Hughes (Il Mostro). Cinque le repliche in agenda al Teatro La Fenice, il 26, 27, 28, 30 giugno, 1 luglio. La prima di venerdì 26 giugno, alle ore 19.00, sarà trasmessa in differita da Rai Radio3.
Fonte principale del libretto di Venere e Adone è l’Adone di Giovan Battista Marino, poeta caro a Monteverdi, con un innesto, un ‘duettino’, una fine piega psicologica tolta al Venere e Adone di John Blow, maestro di Purcell. Il sottotitolo – Naufragio di un mito – dà qualche riferimento sull’opera. Lo spiega l’autore stesso: «Per comprendere meglio il sottotitolo – dichiara il compositore Salvatore Sciarrino – possiamo cominciare dalla fine. L’Epilogo, infatti richiama in scena la schiera dei personaggi al gran completo, ed essi cantano senza mezzi termini: avete assistito a una tremenda storia d’amore. Ma poi chi ha vinto, si domandano, Amore o Morte? Venere e Adone incarnano la parodia d’ogni umana debolezza. Adone, povero mortale, si rende ridicolo con la spavalderia di un adolescente; in realtà è un giocattolo nelle mani degli dei. Amore stesso, quintessenza di un capriccio spietato, lo compatisce mentre accetta di mettere una sua freccia fra quelle di Adone. Fra i protagonisti, paradossalmente, il Mostro sarebbe l’unico a mostrare vaghi accenni di sensibilità».
"La prima volta che incontrai Salvatore Sciarrino - racconta il regista Georges Delnon - fu da Gerard Mortier, all’Opéra National de Paris. Ci ritrovammo poi al Festival di Schwetzingen, quando la sua opera Da gelo a gelo venne rappresentata per la prima volta e io portai in scena Proserpina di Joseph Martin Kraus. Fu così che cominciammo a dialogare. Negli anni addietro sono stato più volte a Città di Castello, per parlare di possibili idee, temi e libretti. Durante queste visite avemmo modo di riscontrare delle affinità: da un lato, l’amore per la pittura, soprattutto quella del XVIII secolo. Che in Venere e Adone è citata per il tramite del dipinto di Jean-Antoine Watteau Pèlerinage à l’île de Cythère. La casa di Sciarrino è un museo d’arte pieno zeppo di dipinti, e lui sa tutto di ogni singolo quadro e di ogni singolo personaggio. Non desta dunque meraviglia se, da giovane, egli abbia riflettuto a lungo se diventare musicista o artista. Scoprimmo, inoltre, di avere in comune anche la grande passione per i racconti gialli. Al nostro terzo incontro, Sciarrino propose Venere e Adone e subito dopo anche l’idea di non focalizzarsi su Venere e Adone, come solitamente accade, ma sul cinghiale. Un’idea molto moderna e attuale che, ad esempio, caratterizza anche le opere di Georg Friedrich Haas: assegnare il ruolo principale a chi non ha voce nella vita reale. Nella composizione di Sciarrino è uguale. Nonostante tutte le domande interpretative “chi è oggi il Mostro?” e “dove sono i veri mostri nella nostra epoca?”, il punto sembra essere che, in verità, la società non si interessa realmente di questo essere. È di Sciarrino la frase: “Il Mostro è la figura più umana di tutta l’opera”. Una forma di posizione politica".