La testimonianza dell'autore di 'Cenere zero', paziente della psicoterapeuta morta a 78 anni
"Ci sono incontri che non salvano solo un percorso terapeutico, ma una persona intera. Per me, questo è stato l’incontro con Maria Rita". Così il regista Fabio Salvatore, che è stato paziente della psicoterapeuta scomparsa a 78 anni, autore del libro 'Cenere zero' (Love&Co) in cui racconta la sua malattia. "Nell’agosto del 2023, in uno dei momenti più fragili della mia esistenza, segnato da un divorzio doloroso, da un precedente percorso oncologico e dalla convivenza quotidiana con la fibromialgia, Maria Rita - racconta Salvatore - ha rappresentato un punto di tenuta essenziale, capace di tenere insieme cuore, anima e mente quando tutto rischiava di cedere".
"Prima di allora, i nostri incontri erano avvenuti soprattutto in ambito pubblico e televisivo, in particolare nel salotto di Eleonora Daniele, luogo di ascolto e confronto che oggi sento di abbracciare ancora più forte, con gratitudine e affetto", ricostruisce Salvatore. "Nel rapporto tra paziente e terapeuta esistono, in rari casi, legami che superano il perimetro clinico e diventano accompagnamento umano profondo. In quel periodo - sottolinea - non ero soltanto un paziente, ma una persona smarrita, provata nel fisico e nello spirito, priva di orientamento e di fiducia. La sofferenza interiore aveva assunto i contorni di una vera e propria malattia dell’anima, intrecciandosi con il peso della malattia fisica e del dolore cronico. Maria Rita mi ha preso per mano con una presenza costante, rigorosa e profondamente umana. Ha saputo unire competenza professionale e cura autentica della persona, senza giudizio e senza scorciatoie. È stata accanto a me nei momenti più complessi, aiutandomi a sostenere il peso della malattia, delle fratture affettive e della solitudine".
"Nei passaggi più estremi, quando il buio interiore era diventato insostenibile e la tentazione di rinunciare alla vita si era fatta concreta, il suo accompagnamento è stato decisivo - racconta ancora - Con ascolto, fermezza e una presenza di tipo materno, mi ha aiutato a comprendere cosa sia davvero l’amore: non come concetto astratto, ma come atto continuo di responsabilità, contenimento e restituzione di dignità. Oggi resto con un dolore profondo e con uno smarrimento che non ha ancora parole. L’assenza di un riferimento così essenziale lascia un vuoto difficile da nominare e da abitare. Continuare il cammino senza quella presenza richiede un coraggio che, in questo momento, faccio fatica a riconoscere come mio. Scrivo da questo punto di frattura, con gratitudine e con ferita aperta, affidandomi a ciò che mi è stato consegnato e che resta, anche quando tutto sembra mancare".