Alle 3.36 del 24 agosto 2016 una scossa di magnitudo 6 devastava l'Appennino centrale. Duecentonovantanove le vittime, la maggior parte delle quali ad Amatrice. Il sindaco di allora Sergio Pirozzi: "Ricordo gli strilli e chi, all'alba, girava nudo tra le macerie per cercare i propri figli" (GUARDA IL REPORTAGE COMPLETO SU YOUTUBE)
Dieci anni fa una scossa di magnitudo 6 devastava l'Appennino centrale. Duecentonovantanove le vittime, la maggior parte delle quali ad Amatrice. Macerie, polvere, corpi intrappolati sotto a paesi diventati ammassi di macerie. "C'era la luna piena. Ricordo gli strilli - racconta all'Adnkronos l'allora sindaco, Sergio Pirozzi -, Porta Carbonara, uno degli ingressi delle vecchie cinte di mura, non esisteva più. Aveva retto al terremoto del 1979 prima e a quello dell'Aquila poi, nel 2009. C'era una donna affacciata alla finestra. Le dissi 'Aspetta, prendiamo una scala'. In quel momento c'è stata una seconda scossa, alle 4.30. E non si è sentito più niente. Mi tornano alla mente quanti, in preda alla disperazione, giravano nudi tra le macerie. Alle prime luci dell'alba ognuno cercava i propri figli. Ricordo il riconoscimento dei corpi, tutti compagni di una vita. Mi accompagnò Bruno Porro, assessore e amico. Aveva appena perso il padre e la madre sotto alle macerie. E venne con me, a parlare con i familiari di chi eravamo riusciti a identificare".
Oggi, dieci anni dopo quella notte, tante gru sovrastano Amatrice su una enorme chiazza di terra dove si erge imponente la torre civica. Rimasta miracolosamente in piedi, con l’orologio fermo alle 3.36, è stata ristrutturata a simbolo assoluto di resilienza. In mezzo una lingua di asfalto, riaperta al traffico da pochi giorni, ricalca quello che era il corso. Da un lato all'altro, ruderi sorretti da impalcature e edifici impacchettati. "Mai avrei immaginato che oggi, dieci anni dopo il terremoto, ci saremmo trovati a questo punto – dice Pirozzi – La dice lunga il fatto che la stragrande maggioranza degli edifici pubblici sono frutto di donazioni. Se non avessimo avuto al nostro fianco gli italiani e il mondo, non ci sarebbe stato niente".
"Tutti noi, amministratori, istituzioni, associazioni, cittadini, ognuno facendo la propria parte, abbiamo un grande compito e una grande missione - esorta l'attuale primo cittadino di Amatrice, Giorgio Cortellesi - costruire una città moderna, a misura d’uomo, con servizi e infrastrutture efficienti, orgogliosa del suo passato, ma capace di guardare al futuro. Il recente provvedimento emanato del governo è solo l’ultimo atto virtuoso di un lavoro iniziato da tempo: la definizione di primo Cratere, comprendente Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto, che darà agevolazioni fiscali specifiche alle imprese presenti e a quelle nuove, interessate a partecipare, che vorranno investire sul territorio; e un finanziamento corposo per progetti di ricostruzione sociale".
Se profondo è lo sconforto tra quanti abitano ancora in alloggi pensati per l’emergenza, con famiglie decimate e case diventate polvere, tante sono le storie di speranza. C'è chi ha deciso di restare, ma anche chi ha deciso di tornare per metter su famiglia e investire sul territorio con la propria attività. Come Stefano Rosolino, che il 24 agosto 2016 aveva 16 anni e oggi veste la maglia dell’azienda agricola che porta il suo nome. “Sono nato qui e ho deciso di rilevare l’azienda agricola di mio nonno – spiega all’Adnkronos – Le cose non stanno andando molto bene, a causa dei ritardi e degli intoppi della ricostruzione. Ma ho la speranza di ampliare la mia azienda, con il sorriso e la voglia di continuare”.
E poi, Francesco e Angela Pasquini. Con un bambino che era neonato all'epoca del sisma e che oggi ha 10 anni, hanno sfidato il terremoto e la ricostruzione spesso troppo lenta, aprendo nel nuovo centro commerciale di Amatrice un negozio che vende, noleggia e ripara biciclette. “Ne abbiamo aggiustate anche tante di quelle finite sotto alle macerie – spiega all’Adnkronos Francesco –, ho aiutato i miei concittadini a riottenere qualcosa che avevano quasi perso. Tornare non è stata una scelta facile, ma bisogna investire nel futuro”.
“Siamo gente di montagna – dice Sonia Santarelli, presidente del Comitato civico 3e36 – , abbiamo la capa tosta. Noi da qui non ci muoviamo, stiamo lavorando, cercando di ricostruire, anche troppo piano, per colpa della burocrazia. In dieci anni ci doveva essere almeno la risposta che le 540 Sae fossero state svuotate e la gente che vi abitava fosse ormai tornata nelle loro case. C’è stato un turnover ma fondamentalmente sono tutte piene”. Dieci anni e un tempo che, qui nel cratere del terremoto, sembra essersi fermato. L’immagine stridente della ricostruzione è il display informativo all’ingresso del paese: sullo sfondo di gru e impalcature, scorrono affatto invecchiati gli eventi in programma in quei giorni: concerti, spettacoli teatrali e letture poetiche in edifici e basilica che il terremoto ha spazzato via.