Biennale Venezia, Giuli non sarà a inaugurazione: caso Padiglione russo apre frattura istituzionale

L'assenza del ministro della Cultura alle giornate di pre-apertura e alla cerimonia del 9 maggio segna una presa di distanza dalla linea della Fondazione

Il ministro Alessandro Giuli (Fotogramma/Ipa)
Il ministro Alessandro Giuli (Fotogramma/Ipa)
24 aprile 2026 | 17.49
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L'assenza del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, all’apertura della 61esima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia segnala un crescendo delle tensioni istituzionali e diplomatiche. Al centro dell'acceso dibattito che ha portato alla rottura, che è stata ufficializzata oggi, vi è la partecipazione della Russia, tornata a occupare il proprio padiglione ai Giardini, dopo le assenze delle ultime edizioni successive all’invasione dell’Ucraina nel 2022. L'ultimo e definitivo segnale della frattura in atto è rappresentato proprio dalla decisione del ministro di non prendere parte, come ufficializzato oggi con un comunicato, né alle giornate di pre-apertura (6-8 maggio) né alla cerimonia inaugurale del 9 maggio. Si tratta di una scelta significativa, che non ha precedenti recenti e che evidenzia la distanza tra la posizione del governo italiano e quella della Fondazione Biennale, presieduta dallo scrittore e giornalista Pietrangelo Buttafuoco, in carica dal 20 marzo 2024 su designazione dell'allora ministro Gennaro Sangiuliano. Per Giuli e Buttafuoco si tratta anche di una frattura personale, vista la amicizia tra i due, che hanno lavorato insieme a 'Il Foglio'.

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La vicenda

Tutto è cominciato quando il ministro Giuli ha espresso all’inizio di marzo - quando è emerso il ritorno della Federazione russa alla Biennale - la sua contrarietà alla partecipazione di Mosca. Oltre a non presenziare a diversi appuntamenti preparatori, tra cui la presentazione del Padiglione Italia a Roma nella sede del MiC e l’inaugurazione del restaurato Padiglione centrale ai Giardini il 19 marzo, Giuli ha compiuto una visita ufficiale a Leopoli, ribadendo il sostegno dell’Italia alla cultura ucraina. Parallelamente, ha richiesto alla Biennale documentazione sui rapporti con le autorità russe, riservandosi ulteriori valutazioni.

Secondo quanto emerso, tuttavia - come fonti qualifcate a conoscenza del dossier hanno fatto sapere all'Adnkronos - non sarebbero state riscontrate irregolarità né violazioni del regime sanzionatorio europeo contro la Russia per la guerra in Ucraina. Questo elemento contribuisce a rendere più complessa la vicenda: la questione non si colloca sul piano giuridico, ma su quello politico e simbolico.

Il confronto si è progressivamente strutturato attorno al tema dell’autonomia. Il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, ha rivendicato l’indipendenza dell’istituzione e la scelta di non escludere alcun Paese, in linea con una concezione della Biennale come spazio aperto al dialogo tra culture, una sorta di "Onu delle Arti", come ebbe a dire il suo predecessore Paolo Baratta. Analoga rivendicazione di autonomia è stata espressa dal consiglio di amministrazione della Fondazione di Ca’ Giustinian (dove siedono il governatore del Veneto, Alberto Stefani, e il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro), che ha sempre ribadito di aver operato nel rispetto delle norme e degli accordi con le istituzioni europee, mai violando normi e leggi.

Peraltro, il ministro Giuli il 12 marzo aveva chiesto alla rappresentante del MiC nel Cda della Biennale, Tamara Gregoretti, di rimettere il suo mandato essendo venuto meno il rapporto di fiducia. Gregoretti, per il ministro, non aveva "ritenuto di avvisare né della possibile presenza della Federazione russa alla prossima Biennale né, successivamente, di essersi espressa a favore della sua partecipazione pur nella consapevolezza della sensibilità internazionale della questione". Gregoretti ha respinto la richiesta rispondondendo così: "Sono serana e non ho intenzione di dimettermi, in quanto sono certa di muovermi in osservanza dello statuto della Biennale di Venezia e dell'autonomia dell'istituzione, in base a cui i componenti del Consiglio di amministrazione non rappresentano coloro che li hanno nominati, né a essi rispondono".

Le posizioni politiche

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a margine del Vinitaly di Verona, martedì 14 aprile, ai giornalisti che le chiedevano se ci potessero essere conseguenze per la riapertura del Padiglione russo, ha specificato che "ci sono diverse prese di posizione, anche della comunità internazionale con rischi di definanziamenti" e che "è una cosa che la Biennale deve calcolare". Ma non ha fatto nessun riferimento a un intervento diretto dell’esecutivo, facendo leva su punto fermo: "La politica estera la fanno il governo, il Parlamento, il presidente della Repubblica e non le fondazioni autonome". A sostegno della linea di apertura di Buttafuoco c'è invece la Lega, con il vice premier Matteo Salvini e l'ex governatore Luca Zaia, oggi presidente del Consiglio regionale del Veneto, ed anche il Movimento Cinque Stelle.

Sull'onda delle polemiche non sono mancate prese di posizione individuali, talvolta divergenti, così come nel mondo curatoriale e artistico. Alcuni curatori coinvolti nella mostra principale "In Minor Keys" della Biennale Arte hanno sottoscritto appelli pubblici chiedendo l’esclusione non solo della Russia, ma anche di altri Paesi coinvolti in conflitti internazionali, tra cui Israele e Stati Uniti. In questo contesto, la molteplicità di posizioni autonome non ha prodotto una sintesi condivisa, ma ha contribuito ad accentuare il carattere conflittuale del dibattito.

Le reazioni internazionali

Un ulteriore elemento di pressione è rappresentato dall’intervento dell’Unione europea, che ha annunciato l’intenzione di riconsiderare il finanziamento alla Biennale per il triennio 2025-2028, pari a 2,3 milioni di euro, fondi destinati a progetti legati al cinema. La Commissione ha richiesto chiarimenti formali alla Fondazione veneziana, concedendo trenta giorni per fornire una risposta. In caso contrario, il contratto potrebbe essere revocato. La posizione europea introduce un livello istituzionale più ampio nella vicenda, spostando il confronto anche sul piano delle relazioni tra organismi culturali e politiche comunitarie.

Dal lato russo, la partecipazione è stata accompagnata da una narrazione centrata sulla distinzione tra cultura e politica. Il progetto presentato, intitolato 'The tree is rooted in the sky', coinvolge artisti e intellettuali con l’intento dichiarato di affermare la dimensione universale e non contingente della cultura. Una posizione che tuttavia è stata contestata da numerosi osservatori, secondo i quali, nel contesto attuale, tale distinzione risulta difficilmente sostenibile. Risulta all'Adnkronos, tuttavia, che il Padiglione russo resterà chiuso al pubblico dal 9 maggio al 22 novembre, mentre sarà aperto solo per tre giorni (6-8 maggio) quando ci sarà la pre-apertura destinata alla stampa internazionale.

Le reazioni internazionali sono state articolate. L’Ucraina ha espresso una netta opposizione alla presenza russa, sostenendo che eventi culturali di rilievo globale non dovrebbero offrire visibilità a Paesi coinvolti in conflitti armati. Anche alcuni governi europei hanno manifestato riserve, e in almeno due casi - Finlandia e Lettonia - è stata annunciata la mancata partecipazione alle inaugurazioni dei rispettivi padiglioni. All'inaugurazione saranno presenti circa 50 ministri della Cultura su 100 nazioni partecipanti alla Biennale Arte 2026. Parallelamente, il mondo dell’arte ha dato vita a un ampio dibattito, attraverso lettere aperte e prese di posizione pubbliche. In queste si contesta l’idea di neutralità culturale, ritenuta da alcuni non applicabile in presenza di situazioni di conflitto internazionale.

La linea della Biennale

La Biennale ha ribadito la propria linea, sottolineando di non avere la facoltà di escludere Paesi riconosciuti dallo Stato italiano e riaffermando il proprio ruolo come spazio di dialogo e libertà artistica. Una posizione coerente con la tradizione dell’istituzione, ma che si confronta oggi con un contesto geopolitico particolarmente complesso.

Infine, con una decisione senza precedenti, la giuria internazionale della 61/a Esposizione Internazionale d'arte ha annunciato giovedì 23 aprile che si asterrà dal considerare per i massimi premi - il Leone d’Oro e il Leone d’Argento - quei Paesi i cui leader sono attualmente accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale. Il provvedimento colpisce direttamente Russia e Israele, coinvolti rispettivamente nei mandati di arresto internazionali per Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu.

La commissione tutta al femminile, presieduta da Solange Farkas e composta da Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi, ha rivendicato la propria responsabilità nel collegare l'arte alle "urgenze del nostro tempo". In una nota ufficiale, le giurate hanno sottolineato come la rappresentanza dello Stato-nazione leghi indissolubilmente il lavoro degli artisti alle azioni dei governi che rappresentano, decidendo di agire in difesa dei diritti umani e in linea con lo spirito del progetto della mostra principale "In Minor Keys".

La Fondazione Biennale, presieduta da Pietrangelo Buttafuoco, ha reagito precisando che la giuria opera in "piena autonomia e indipendenza di giudizio". L'istituzione ha definito la scelta delle giurate come una "naturale espressione della libertà" di cui la Biennale stessa si fa garante, pur ribadendo la propria linea storica di inclusione delle rappresentanze statali riconosciute. (di Paolo Martini)

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