Nel volume “Sulle scene” alla luce l’attività giornalistica (1883-1885) come critico teatrale: un capitolo decisivo e ancora poco conosciuto della sua formazione letteraria
Tra le pieghe meno frequentate della biografia di Emilio Salgari (1862-1911) riemerge una stagione decisiva, quella che lo vide giovane cronista e critico teatrale sulle colonne de "La Nuova Arena". È il periodo compreso tra il 1883 e il 1885, quando lo scrittore firmava i suoi interventi con lo pseudonimo di “Emilius”, muovendosi tra opere liriche, operette, spettacoli popolari e rappresentazioni drammatiche nei teatri di Verona. A riportare alla luce questo materiale è il volume "Sulle scene", edito da Aragno, che restituisce un mosaico di 38 cronache teatrali e ben 88 recensioni fino a oggi in gran parte inedite. Il lavoro editoriale, curato dall'autorevole studioso salgariano Claudio Gallo, mette in evidenza una figura del creatore di Sandokan sorprendentemente moderna, capace di osservare la scena teatrale non solo come spettacolo, ma come macchina complessa di gesti, suoni, movimenti e artifici tecnici. Accanto a Gallo, nella costruzione del volume, si inserisce la sensibilità teatrale di Lorenzo Bassotto, che legge nei testi salgariani una vera e propria drammaturgia implicita, fatta di ritmo e visione.
Le cronache giovanili di Salgari rivelano un osservatore attentissimo. Non si limita a giudicare cantanti o attori: analizza le posture, il movimento scenico, le scenografie, perfino il lavoro dei macchinisti. Nei suoi articoli dedicati ai palcoscenici veronesi - dal Teatro Filarmonico al Teatro Nuovo, fino al Teatro Ristori e agli spazi popolari del Diurno cittadino. -emerge già quella precisione visiva che diventerà cifra stilistica dei suoi romanzi d’avventura. La sua scrittura critica, spesso vibrante e polemica, rivela un autore immerso nella cultura della Scapigliatura, ma già proiettato verso una forma narrativa più dinamica e popolare. Non è un caso che il melodramma, con la sua esasperazione emotiva e la sua teatralità, diventi per lui una vera palestra espressiva.
In questo contesto si inserisce anche lo scontro con il critico Ugo Capetti, figura cardine del panorama culturale veronese dell'epoca e zio del critico teatrale Renato Simoni. La polemica, nata attorno all’interpretazione della musica di scena e della recitazione teatrale, rivela un Salgari già consapevole della propria idea di arte: un’arte che deve coinvolgere, emozionare, trascinare. Le sue parole, riportate nel volume, sono emblematiche: il teatro non può essere ridotto a convenzione o artificio, ma deve diventare esperienza viva, capace di agire sull’immaginazione dello spettatore. È una concezione che anticipa la forza narrativa dei suoi futuri romanzi. Non meno significativo è il fatto che Salgari non trovi spazio su riviste come "La Ronda", la più ambiziosa tra quelle veronesi, segno di una tensione tra cultura ufficiale e scrittura popolare che lo accompagnerà a lungo.
La formazione di Salgari si radica profondamente nella sua città natale, Verona. Figlio di Luigi Salgari e Luigia Gradara, dopo un breve passaggio all’Istituto Nautico di Venezia, il giovane scrittore torna in città nel 1882, entrando nel vivo della vita culturale e giornalistica locale. Collabora con "La Nuova Arena" sotto la direzione di Ruggero Giannelli, firmando articoli di politica internazionale, cronache sportive e testi narrativi. In questi anni si cimenta anche nella narrativa d’appendice, pubblicando rapidamente opere che anticipano i temi esotici e avventurosi della sua produzione matura.
Parallelamente, Salgari vive una stagione di intensa attività fisica e sociale: è ciclista, fondatore del Circolo Velocipedistico, schermidore e ginnasta della Società Ginnastica Bentegodi. Una vitalità che sembra riflettersi nella sua scrittura, sempre tesa, dinamica, visiva. Nel 1885 passa a "L'Arena", dove continuerà a scrivere fino al 1893, prima del trasferimento a Torino. Qui si afferma definitivamente come narratore, ma senza mai recidere il legame con quella stagione giovanile in cui lo sguardo sul teatro aveva già definito il suo stile. È proprio questa continuità tra cronaca e invenzione a emergere con forza nel volume curato da Claudio Gallo e da Lorenzo Bassotto: il teatro come matrice dell’immaginazione salgariana, come spazio in cui la realtà si trasforma in racconto.
Un capitolo particolarmente vivace è dedicato a Ida Aida Peruzzi, attrice che Salgari seguì con attenzione nelle sue interpretazioni. Le recensioni a lei dedicate non sono semplici resoconti critici, ma veri ritratti narrativi, in cui affiora anche una dimensione personale e sentimentale, tanto che alla fine decise di sposarla. Peruzzi, attrice di repertorio variegato - da Carlo Goldoni a William Shakespeare - rappresenta per il giovane Salgari un punto di osservazione privilegiato sul mondo teatrale, ma anche una presenza che contribuisce alla costruzione del suo immaginario. Il valore del volume "Sulle scene" sta proprio in questo: restituire un autore ancora in parte sconosciuto, immerso nella vita culturale della sua città e ancora lontano dalla figura canonica del romanziere d’avventura. Ne emerge un Salgari più concreto, più “fisico”, osservatore della realtà scenica prima ancora che inventore di mondi lontani. Un autore che, tra i palcoscenici di Verona e le redazioni dei giornali, costruisce le fondamenta della propria poetica. Un Salgari, insomma, che nasce non solo dall’immaginazione, ma dallo sguardo attento di un giovane cronista che imparò a scrivere guardando il teatro vivere. (di Paolo Martini)