'La cultura bene comune, una lezione da cui dovremmo tutti trarre insegnamento'
"L'arte come promozione della cultura e della bellezza, ma soprattutto del bene comune. Senso civico profondo per recuperare, in un periodo storico di drammatici stravolgimenti politici e religioso, una centralità di fronte all'Europa. Artefice di una concezione alta dello Stato e della cultura. Era questo il credo del mio antenato papa Urbano VIII, da cui oggi, forse tutti noi dovremmo trarre insegnamento". Urbano Riario Sforza Barberini Colonna di Sciarra, attore, regista, scrittore parla con l'Adnkronos, alla vigilia della mostra 'Bernini e Barberini', a cura di Andrea Bacchi e Maurizia Cicconi, da domani alle Gallerie Nazionali di Arte Antica a Palazzo Barberini. Un'occasione per ripensare la nascita del Barocco attraverso la lente privilegiata del dialogo personale e intellettuale tra Bernini e papa Urbano VIII, figure chiave del loro tempo. Fulcro dell'esposizione è l'indagine del ruolo di Maffeo Barberini come scopritore di Gian Lorenzo Bernini e determinante per la maturazione del linguaggio 'berniniano' e per le grandi imprese monumentali realizzate nella Basilica di San Pietro durante il Pontificato di Urbano VIII.
"Bernini - prosegue Urbano Barberini - era certamente l'artista di punta di questa offensiva culturale e aveva un rapporto molto stretto con Urbano VIII, uomo colto, intelligentissimo, che lo considerava come un figlio, l'unico, diversamente dai familiari, a poter accedere alle sue stanze senza farsi annunciare da segretari. Il mio antenato rispose alla debolezza politica di un Paese, in piena Guerra di 30 anni e delle Guerra di successione nei vari ducati di cui era composto il territorio italiano, investendo nella cultura. Come immagine e promozione sicuramente - aggiunge Urbano Barberini - con il coraggio e l'intelligenza di saper scegliere sempre i migliori, al di là delle fedi, al di là del credo politico. Bisognava stupire, incantare il pellegrino o il fedele che giungeva nella Capitale con gli effetti speciali dell'epoca, Roma come un grande palcoscenico. Prendiamo Sant'Ivo alla Sapienza, appare come una immensa fiamma che si eleva verso l'alto, una rampa metafisica, che attraverso l'arte ti conduce per mano verso il divino".
Affidò al Bernini la creazione del Baldacchino di San Pietro, la Fontana del Tritone a piazza Barberini e la Fontana dei Quattro Fiumi a piazza Navona, ci fu poi anche il completamento di Palazzo Barberini, dopo la morte del Maderno. "Abile diplomatico e sinceramente innamorato della bellezza e del genio italico - sottolinea ancora l'erede di papa Barberini - il mio antenato affidò opere imponenti e monumentali anche al grande Francesco Borromini, uomo affascinante, brillante, irascibile. Decide tra l'altro di affidare i due scaloni, all'entrata di Palazzo Barberini, uno al Bernini, uno al Borromini". Attore, regista, scrittore ('La bellezza nel destino. Le api, il principe, l'eredità della famiglia' per Sperling & Kupfer), direttore artistico di importanti Festival e manifestazioni, già assessore alla Cultura e al Turismo del Comune di Tivoli, attivo da anni nella salvaguardia del patrimonio dei beni culturali e per la tutela del territorio in sinergia con l'Associazione Ponte Lupo (a lui si deve la battaglia, vinta, contro la realizzazione di una discarica poco lontano da Villa Adriana a Tivoli), Urbano Barberini è al teatro Franco Parenti di Milano fino al 15 febbraio con lo spettacolo 'Barbari, Barberini e Barbiturici. Tragedie ridicole di un Principe sulle spine', scritto con Daniele Falleri che firma anche la regia.
"Un'eredità, quella dei Barberini, come romano e come appartenente a questa illustre casata, che mi porto dentro, con la quale amo giocare teatralmente - spiega- in una rielaborazione ironica -giocosa. Racconto soprattutto la mia vita, un viaggio tragicomico e ad ostacoli tra successi e fragilità, all'interno di una famiglia complicata, ero una sorta di cartonato di corte, mi sentivo sempre inadeguato, incapace, ma il teatro mi ha salvato, soprattutto i lunghi anni trascorsi accanto a Franca Valeri. Dopo tante débacle ho ricostruito la mia dignità professionale. Lo dico ai giovani, c'è speranza per tutti".
E se Urbano VIII, nato Maffeo Vincenzo Barberini, si prodigò in nome del bene comune anche Urbano Barberini ha continuato sulla strada del suo illustre antenato. "Mi piace 'lottare' per la salvaguardia del bene comune, come è accaduto, in passato contro la discarica di Corcolle. E' quello che insegno a mio figlio Maffeo, a cui ho dedicato il mio libro 'La bellezza nel destino', dobbiamo preservare la bellezza, che è natura, beni culturali, patrimonio comune, valore economico e costituzionale. Senza bellezza - conclude- siamo tutti più poveri e più soli".