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Tommaso Tassi-resp. Italia Columbia Threadneedle Investments
Tommaso Tassi-resp. Italia Columbia Threadneedle Investments
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11 settembre 2026 | 12.10
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Non è l’aumento dei tassi già scontato dai mercati, ma il tono più prudente di Christine Lagarde sull’inflazione ad aprire nuovi scenari per i mercati e gli investitori. Tommaso Tassi, responsabile per l’Italia di Columbia Threadneedle, ad Adnkronos ha tracciato quelle che potrebbero essere le prossime decisioni di Francoforte già ad ottobre e cosa aspettarsi dalla Fed nella prossima settimana . Per i mercati il punto decisivo diventa però la tenuta della crescita. Tassi e inflazione più elevati possono essere assorbiti finché l’economia resta resiliente

Lagarde non sorprende il mercato e alza i tassi. È l’inizio di un nuovo corso per la BCE?

"Il rialzo dei tassi non ha sorpreso il mercato, perché era una decisione che in buona parte era già stata incorporata nelle aspettative degli investitori. Quello che ha sorpreso maggiormente è stato piuttosto il tono utilizzato da Christine Lagarde, soprattutto sul fronte dell’inflazione. La presidente della BCE si è mostrata più pessimista, o comunque più prudente, rispetto alla possibilità di un rapido rientro delle pressioni sui prezzi. La BCE sembra ipotizzare un’inflazione più elevata e soprattutto più persistente nel tempo. Questo significa che il rischio inflazionistico continua a essere molto presente nelle valutazioni della banca centrale e potrebbe condizionare le prossime decisioni di politica monetaria. La questione, a questo punto, è capire se il rialzo di settembre rappresenti un intervento isolato oppure l’inizio di una fase nella quale potrebbero rendersi necessari ulteriori aggiustamenti".

Si aspetta già una nuova stretta ad ottobre?

"Riteniamo probabile che la BCE debba intervenire ancora sui tassi entro la fine dell'anno. Con un'inflazione che si mantiene al 3,3% e un tasso di deposito fermo al 2,5%, la politica monetaria potrebbe non essere ancora sufficientemente restrittiva per riportare stabilmente l'inflazione verso il target del 2%. Le dichiarazioni di Christine Lagarde, secondo cui l'inflazione resterà sopra l'obiettivo anche nel 2027, rafforzano questa lettura. Non sorprende quindi che i mercati stiano già scontando con una probabilità intorno all'81% un rialzo nella riunione del 29 ottobre, mentre un ulteriore aumento nei primi mesi del 2027 resta un'ipotesi credibile".

Che cosa potrebbe significare questo cambio di tono per i mercati?

"Abbiamo visto una reazione negativa sui mercati azionari e credo che sia legata soprattutto all’incertezza sulle prossime mosse. Il rialzo di oggi era largamente atteso; quello che il mercato deve ancora capire è se siamo davanti a un’unica operazione oppure se la BCE sarà costretta a intervenire ancora nelle prossime riunioni. Lagarde ha ribadito che le decisioni verranno prese meeting by meeting, quindi riunione dopo riunione, sulla base dei dati che arriveranno. Non esiste in questo momento un percorso già definito. Molto dipenderà dall’andamento dell’inflazione, dai prezzi dell’energia e dalla capacità dell’economia europea di continuare a crescere nonostante tassi più elevati".

Intanto sono saliti anche i rendimenti dei titoli di Stato europei. Che cosa si aspetta adesso sull’obbligazionario?

"Il movimento che abbiamo visto nel corso della settimana incorporava già in parte la decisione della BCE. I rendimenti erano saliti proprio perché il mercato aveva progressivamente aumentato le aspettative di un intervento sui tassi. Da questo momento, credo che la parte breve della curva possa andare verso una maggiore stabilizzazione, mentre sulla parte medio-lunga potremmo continuare a vedere una certa volatilità. Qui entrano infatti in gioco variabili che vanno oltre la singola decisione della BCE: la crisi geopolitica, l’andamento del petrolio, le prospettive sulla crescita e, naturalmente, le aspettative sull’inflazione. Sono tutti elementi che possono continuare a muovere in maniera significativa i rendimenti dei titoli di Stato europei".

Lagarde ha inserito anche il cambiamento climatico tra i fattori che possono alimentare l’inflazione. È una novità importante per gli investitori?

"È sicuramente un elemento interessante perché introduce in maniera più esplicita una variabile che fino a oggi aveva avuto un peso inferiore nel dibattito sulla politica monetaria. Siamo già in una situazione nella quale alcune risorse sono più scarse, mentre il prezzo del gas e quello del petrolio sono tornati a salire. A questo si aggiunge il rischio che eventi climatici estremi provochino nuove interruzioni delle catene di approvvigionamento o riducano la disponibilità di determinati beni e materie prime. Questo può generare ulteriori pressioni sui prezzi. Il cambiamento climatico diventa quindi non soltanto una questione ambientale, ma anche una variabile economica e inflazionistica che le banche centrali devono iniziare a incorporare sempre di più nelle proprie valutazioni".

Dopo la BCE, la palla passa alla Federal Reserve. Che cosa si aspetta da Kevin Warsh?

"Il mercato, in questo momento, è sostanzialmente diviso: siamo intorno a un 50 e 50 tra l’ipotesi di un nuovo rialzo e quella di tassi invariati. La BCE ha fatto il suo passaggio e nel frattempo stiamo vedendo anche un apprezzamento dell’euro. Ora bisognerà capire come Kevin Warsh vorrà posizionare la Federal Reserve e soprattutto quale messaggio vorrà dare sulla lotta all’inflazione. Il problema per la Fed è evitare di apparire in ritardo rispetto alla dinamica dei prezzi. L’inflazione americana resta infatti ben al di sopra dei livelli compatibili con l’obiettivo della banca centrale. Warsh dovrà quindi trovare un equilibrio tra la necessità di contenere le pressioni inflazionistiche e quella di non imporre una stretta eccessiva all’economia".

Le elezioni di midterm negli Stati Uniti e gli appuntamenti elettorali in Europa quanto possono impattare?

"È una variabile da tenere assolutamente in considerazione. Tra l’ultima parte del 2026 e l’inizio del 2027 una quota molto rilevante dell’economia europea sarà interessata da appuntamenti elettorali e questo inevitabilmente introduce un ulteriore elemento di incertezza. Lo abbiamo visto anche con le dinamiche politiche in Germania: per i mercati la stabilità dei governi europei è fondamentale perché da quella stabilità dipende anche la capacità di prendere decisioni su crescita, investimenti, politica fiscale e debito.Governi più fragili o meno prevedibili possono rendere più difficile mantenere sotto controllo i conti pubblici. Il rischio è quello di maggiori sforamenti sul debito e, di conseguenza, di un aumento del premio richiesto dagli investitori per finanziare gli Stati. In uno scenario nel quale i tassi sono già elevati, anche la politica torna quindi a essere una variabile importante per obbligazioni, spread e mercati finanziari".

Con tassi più alti sia in Europa sia negli Stati Uniti, la festa dei mercati azionari rischia di finire?

"Il vero punto è la crescita. Uno degli aspetti interessanti emersi dalla riunione della BCE è che sono state riviste al rialzo le prospettive sull’inflazione, ma contemporaneamente anche quelle sulla crescita. Questo significa che Francoforte continua a vedere un’economia relativamente resiliente. Ed è un elemento molto importante per i mercati. Inflazione e tassi a questi livelli possono non provocare necessariamente una correzione dell’azionario, ma a una condizione: che la crescita venga confermata. Finché le imprese continuano a produrre utili e l’economia mantiene una dinamica positiva, il mercato può riuscire ad assorbire anche un costo del denaro più elevato.In questo scenario sarà importante anche capire quanto la spinta legata all’intelligenza artificiale riuscirà a tradursi in un aumento effettivo della produttività. Se l’AI riuscirà a sostenere la crescita e la produttività delle imprese, potrebbe rappresentare un importante fattore di supporto per i mercati".

Tra petrolio, tassi e valute, qual è la variabile numero uno da seguire nei prossimi mesi?

«Sicuramente il petrolio. È probabilmente una delle variabili più importanti perché può dare un’indicazione anche sulle future decisioni delle banche centrali.Un petrolio stabilmente sopra i 100 dollari al barile rappresenta un problema serio. Significa maggiori costi per le imprese, possibili ripercussioni sui consumatori e soprattutto nuove pressioni sull’inflazione. E se l’inflazione resta elevata, BCE e Federal Reserve avranno meno spazio per allentare la politica monetaria. Se invece il petrolio dovesse rientrare sotto quota 100 dollari, lo scenario diventerebbe più gestibile. Anche Lagarde ha indicato nella normalizzazione della componente energetica uno degli elementi che potrebbero contribuire al progressivo rientro dell’inflazione. Per questo credo che nelle prossime settimane il prezzo del greggio sarà uno degli indicatori principali da monitorare.»

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