Coticchia (UniGenova) sulla nuova Nato 3.0: corteggia gli Usa mentre rafforza l'Europa

Il vertice di Ankara, in Turchia, è l’occasione per la Nato di costruirsi un'autonomia tecnologica e rafforzare la parte europea dell’Alleanza.

Il Segretario Generale della NATO Mark Rutte, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il Presidente della Turchia Tayyip Erdogan durante la Cerimonia di Benvenuto  al Vertice NATO ad Ankara, in Turchia (EMMI KORHONEN / LEHTIKUVA -FINLAND OUT/Sipa)
Il Segretario Generale della NATO Mark Rutte, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il Presidente della Turchia Tayyip Erdogan durante la Cerimonia di Benvenuto al Vertice NATO ad Ankara, in Turchia (EMMI KORHONEN / LEHTIKUVA -FINLAND OUT/Sipa)
08 luglio 2026 | 13.11
Alessandro Pulcini
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Contratti per oltre 50 miliardi di dollari, più 40 miliardi per i prossimi cinque anni solo per i droni. Il vertice di Ankara, in Turchia, è l’occasione per la Nato di costruirsi un'autonomia tecnologica e rafforzare la parte europea dell’Alleanza. Molti degli accordi siglati nei giorni del vertice riguardano aziende europee, come l’italiana Leonardo, ma alcune commesse per Paesi del nostro continente coinvolgono in realtà player americani. Ne abbiamo parlato con Fabrizio Coticchia, professore di Scienze politiche dell’Università di Genova.

Le decisioni prese al summit Nato erano attese? 

Sì, in gran parte. Se il summit dell’Aia verteva essenzialmente su quanto si spende, questo vertice si concentra su come la Nato intende spendere. Di conseguenza, l'industria e la capacità produttiva sono al centro della riflessione. Stiamo assistendo a un cambiamento significativo: per anni abbiamo parlato di burden sharing, una divisione delle responsabilità; ora il concetto è quello di burden shifting, un trasferimento di carico. Si delinea una Nato 3.0, in cui gli alleati europei sono chiamati a guidare la difesa convenzionale. Per raggiungere questo obiettivo, la Nato ha fissato dei target di capacità, e lo scopo è proprio sviluppare l'industria della difesa dei paesi membri per soddisfarli.

Quali sono stati gli accordi più significativi raggiunti in questi giorni?

Abbiamo visto progetti in ambito spaziale, aereo e nel settore dei droni. Nei giorni precedenti, erano già stati siglati accordi importanti, come quello sottomarino tra Canada e Germania. C'è un grande focus sulla dimensione industriale per due ragioni principali: la prima è raggiungere i target di capacità in un contesto geopolitico non più considerato sicuro. La seconda, a mio avviso, è mantenere gli Stati Uniti all'interno dell'Alleanza attraverso la leva degli interessi industriali. Dimostrando all'alleato americano che gli europei spendono, stimoliamo al contempo i loro interessi economici.

Questa enfasi sull'industria è l'aspetto più rilevante del summit?

Questa discussione è certamente rilevante, ma resta secondaria rispetto alla dimensione strategica. Da un lato, per gli europei è fondamentale capire i tempi del parziale disimpegno americano per potersi adeguare gradualmente. Dall'altro, se gli europei puntano a una maggiore autonomia strategica, legarsi eccessivamente all'industria statunitense potrebbe rivelarsi controproducente. Qualche settimana fa, visitando il quartier generale della Nato, ho percepito una grande incertezza. Questo è un summit di attesa, in cui si cerca di decifrare le prossime mosse del presidente Trump.

Si parla di accordi per un valore di 50 miliardi. Quali sono i più importanti?

L'elemento cruciale è la centralità data alla dimensione industriale. Non si tratta di singoli "mega-progetti", ma di una serie di contratti volti a dimostrare che la Nato rimane un framework efficace per fare affari, potenziare l'industria della difesa e cooperare. Le capacità anti-drone e i sistemi di sorveglianza aerea sono sicuramente aspetti centrali. In ambiti come la difesa aerea e missilistica e la capacità di colpire in profondità (deep strike capability) gli europei sono in ritardo e, se devono davvero sostituire gli Stati Uniti nella difesa convenzionale, dovranno colmare queste lacune.

Questo approccio industriale sembra pensato per accontentare Trump.

Esattamente. Il focus è quasi totalmente industriale, un tema che Trump può vendere facilmente al suo elettorato domestico, mostrando di aver portato a casa degli accordi. Il segretario generale Rutte si è distinto in questi mesi per un approccio che potremmo definire di appeasement nei confronti del presidente americano. Tuttavia, questo non ha modificato minimamente l'ostilità di Trump.

La questione delle spese per la Difesa in Italia intanto sembra sempre complessa.

L'Italia, che spendeva circa l'1,5% del PIL, è passata prima al 2% e ora ha annunciato il 2,8% inserendo le spese per la sicurezza. In sostanza, sono state ricalcolate alcune voci di spesa per raggiungere la soglia richiesta. Non sono spese militari "inventate", ma una via di mezzo che l'Italia, come altri Paesi, ha utilizzato per rispondere alla pressione americana. La Nato ha avallato questo approccio più ampio, che in passato non era consentito, anche per placare le pressioni americane. Se consideriamo le spese puramente militari, non siamo né al 2,8% né al 2%, ma secondo i nuovi criteri Nato l'obiettivo è formalmente raggiunto. L'elemento centrale è un altro: tutti questi soldi dovrebbero servire a raggiungere specifici obiettivi di capacità militare, che però non sono di dominio pubbblico. Questo processo manca di trasparenza, e ciò è ancora più vero per l'Italia, dove le informazioni sono scarse. Il governo italiano si trova stretto tra vincoli esterni - le pressioni di Trump, della Nato e dell'Unione Europea - e vincoli interni, come un'opinione pubblica contraria a un aumento delle spese e una parte della stessa maggioranza di governo.

Intanto qual è la posizione degli Stati Uniti oggi?

Alcuni analisti parlano di una 'Nato di Schrödinger': gli Stati Uniti sono contemporaneamente dentro e fuori l'Alleanza. I tempi e i modi di questa transizione, però, non sono affatto chiari. La speranza è che in questi giorni questo processo venga chiarito.

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