Lo stop alla centrale elettrica che alimenta gli impianti dell’ex Ilva di Taranto “è un pessimo segnale”. È il monito che arriva, a margine di un evento sul Made in Italy, dal titolare del dossier, il ministro Adolfo Urso, all’indomani della decisione del sindaco tarantino, Piero Bitetti. Da un lato quindi un’ordinanza - che “verrà valutata”, come assicura il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin – basata sulla contestazione rivolta ad Acciaierie d’Italia di essere inadempiente rispetto alla presentazione di un piano di riduzione delle emissioni di arsenico, cobalto e nichel, dall’altro l’azienda che respinge l’accusa al mittente e prepara proprio in queste ore un ricorso. In mezzo, la continuità produttiva dell’Ilva: “Spero non sia compromessa”, dice infatti Urso (secondo AdI, se la centrale si ferma non sarà più possibile recuperare e gestire i gas del ciclo siderurgico, che resterebbero privi di qualsiasi possibilità di smaltimento).
Ma su tavolo c'è anche la partita ancora aperta della vendita degli impianti. Il giorno prima dell’ordinanza ''era stato ricevuto con estrema cortesia dallo stesso Sindaco uno dei potenziali investitori, a cui erano state dati riscontri credo positivi in riferimento a un piano industriale che punta alla piena decarbonizzazione dell'impianto nell'arco piuttosto breve di 4-5 anni'', ricorda lo stesso Urso. Il riferimento è alla visita, avvenuta solo pochi giorni fa, della famiglia Jindal a Taranto, accolta dalle istituzioni locali. La corsa è ancora a due, il competitor è Flacks da cui però – dopo il rifiuto degli americani delle condizioni dei commissari straordinari e la richiesta di un prestito statale per il rilancio – non sembra siano arrivate nuove comunicazioni. Gli indiani, dal canto loro, si sarebbero detti molto interessati: fonti bene informate spiegano che si starebbe ragionando sulla possibilità di importare 4 milioni di bramme dall’Oman per produrne circa 2 a Taranto, attraverso un forno elettrico. Resterebbe tuttavia il nodo occupazionale: il numero di addetti necessari a questo livello produttivo sarebbe circa la metà di quello attuale (tra i 4 mila e i 5mila addetti contro gli attuali 10mila diretti). In ogni caso, queste ipotesi si scontrano con il possibile stop della centrale elettrica. Jindal ha più volte ribadito – a partire dal primissimo bando per l’acquisto dei siti Ilva – il proprio interesse per l’acciaieria ed è dunque plausibile che resti alla finestra, almeno fino al pronunciamento definitivo sull’ordinanza del Sindaco.
Intanto, la tensione all’interno della fabbrica aumenta. Oggi, riferiscono fonti sindacali, un operaio dell'indotto è rimasto ferito, sembra in modo non grave, nel ribaltamento di un muletto nell’area dell’altoforno 4: pare che durante la discesa della rampa, un carrello elevatore abbia perso il controllo andando a impattare in prossimità di un marciapiedi, per poi capovolgersi con operatore a bordo. I rappresentanti delle tute blu hanno chiesto all’azienda un incontro urgente, definendo l’episodio “un evento di estrema gravità” che “necessita di un immediato approfondimento al fine di individuare le cause e adottare le opportune misure correttive”. Domani invece è fissato l’incontro al ministero del Lavoro sulla cassa integrazione. L’azienda ha chiesto una proroga di un anno dell’ammortizzatore sociale, scaduto a febbraio, per 4.450 dipendenti (di cui 3.800 a Taranto), scontrandosi però con l’altolà delle sigle metalmeccaniche, disposte a ragionare sulla cigs solo a fronte di un piano industriale che contenga prospettive concrete del futuro dell'azienda e di un incontro a Palazzo Chigi che chiarisca il destino dell’Ilva.