Giappone, imparando dal Sudest Asiatico per promuovere il ruolo della donna

Giappone, imparando dal Sudest Asiatico per promuovere il ruolo della donna
04 febbraio 2026 | 13.09
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"Congratulazioni per aver assunto l’incarico di primo ministro… è riuscita a sconfiggere alcuni uomini straordinari… Mia moglie e le mie figlie la sostengono pienamente". Il 26 ottobre a Kuala Lumpur, il primo ministro malese Anwar Ibrahim, il cui Paese presiede quest’anno l’Asean, ha salutato con queste parole e con un largo sorriso la nuova leader del Giappone durante il vertice dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (Asean). La premier Sanae Takaichi ha ricambiato sorridendo: "Grazie. È un onore incontrare i leader mondiali come primo ministro del Giappone". Takaichi - riporta Jiji Press - ha infranto il soffitto di vetro diventando la prima donna a guidare il governo giapponese. A soli sei giorni dall’insediamento, ha fatto il suo debutto diplomatico al vertice Asean, rispondendo talvolta alle domande in inglese e attirando l’attenzione dei presenti.

Il ministro degli Esteri thailandese Sihasak Phuangketkeow ha detto che Takaichi gli è sembrata energica ed efficace, osservando che ha mostrato un impegno genuino negli incontri con i membri dell’Asean fin dal momento in cui ha assunto l’incarico. Anche la ministra malese per le Donne, la Famiglia e lo Sviluppo della Comunità, Nancy Shukri, ha accolto con favore la sua ascesa, dichiarando ai media giapponesi che molte persone - soprattutto donne - aspettavano da tempo questo momento. Ha aggiunto che crescono le aspettative per progressi nel modo in cui il governo giapponese affronta la rappresentanza di genere.

Dalla fine della Seconda guerra mondiale fino agli anni della forte crescita economica negli anni Settanta, le donne nelle aree rurali hanno svolto un ruolo centrale nel mondo del lavoro, ma nelle città l’idea che "gli uomini lavorano e le donne restano a casa" è rimasta profondamente radicata. Per molte giovani, il percorso tipico era questo: finire le superiori, trovare un impiego come "office lady" occupandosi di fotocopie e tè, poi lasciare il lavoro una volta sposate o dopo la nascita di un figlio. Quando i figli erano più grandi, potevano tornare a lavorare part-time. Questo era ampiamente considerato il corso "normale" della vita di una donna. Era comune sentire ragazze dire che speravano di sposarsi entro "Natale" - cioè a 24 o 25 anni - e che arrivare a "Capodanno", ovvero a 31 anni, senza essersi sposate sarebbe stato un disastro. Le donne che volevano continuare a lavorare spesso subivano pressioni per dimettersi dopo il matrimonio o la maternità.

Con una maggiore consapevolezza dei propri diritti e con la diffusione delle famiglie con doppio reddito, sempre più donne sono però entrate nel mondo del lavoro. La legge sulle pari opportunità di impiego è entrata in vigore nel 1986, vietando i licenziamenti basati su matrimonio o maternità e rendendo illegali gli annunci di lavoro riservati solo agli uomini. Nel 1992 è seguita la legge sul congedo per la cura dei figli, che consente ai genitori di assentarsi dal lavoro fino al compimento del primo anno di età del bambino. Nel 1999 la Legge fondamentale per una società a parità di genere ha imposto alle istituzioni pubbliche e alle aziende di promuovere l’uguaglianza, e nel 2016 la legge sulla promozione dell’attiva partecipazione delle donne alla vita professionale ha incoraggiato le imprese a collocare più donne in ruoli dirigenziali. Le assegnazioni di lavoro basate sul genere sono diminuite drasticamente e il termine "office lady" è ormai quasi scomparso.

Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), nel 2024 il tasso di occupazione delle donne tra i 15 e i 64 anni in Giappone ha raggiunto il 74,2%, il più alto tra i Paesi del G7 e leggermente superiore a quello della Germania (74,1%). Questo aumento riflette non solo livelli di istruzione più elevati e una maggiore tutela legale, ma anche caratteristiche spesso considerate tipicamente giapponesi: strade sicure in cui le donne si sentono a proprio agio a camminare da sole di notte, trasporti pubblici affidabili e puntuali che facilitano gli spostamenti, e un sistema sanitario universale che sostiene la salute pubblica.

Eppure, nel Global Gender Gap Index 2025 del World Economic Forum - che valuta le disparità di genere nel mondo - il Giappone si è classificato al 118° posto su 148 Paesi. Nonostante uno dei tassi di occupazione femminile più alti del G7, il Giappone resta molto indietro sull’uguaglianza di genere. Il contrasto con il Sud-Est asiatico è evidente: le Filippine sono al 20° posto, Singapore al 47°, la Thailandia al 66°, il Vietnam al 74°, il Laos al 96°, l’Indonesia al 97°, la Cambogia al 106°, il Brunei al 107° e la Malesia al 108° — tutti davanti al Giappone.

L’indice misura i divari di genere in quattro ambiti: economia, istruzione, salute e politica. I Paesi più ricchi tendono a fare maggiori progressi nella riduzione di questi divari. Il Giappone è 66° nell’istruzione e 50° nella salute, ma scende al 112° posto per la partecipazione economica e al 125° per l’empowerment politico. Sono proprio questi risultati deboli in politica ed economia a trascinare verso il basso la posizione complessiva del Paese.

In politica i numeri sono particolarmente bassi. Le donne rappresentano solo il 15,7% della Camera dei Rappresentanti, collocando il Giappone vicino al fondo delle classifiche internazionali. Solo tre dei 47 governatori delle prefetture sono donne. L’ascesa della premier Takaichi - la prima donna a guidare il governo giapponese - potrebbe segnare un importante punto di svolta.

Sul piano economico, il Giappone continua a essere criticato per il numero limitato di donne nei vertici aziendali e per il persistente divario salariale di genere. Anche nelle grandi aziende, riunioni dei dirigenti composte esclusivamente da uomini sono ancora una scena frequente.

Eppure alcune donne nel mondo degli affari sono riuscite a emergere. Una delle più note è Tomoko Namba, 63 anni. Nata nella prefettura di Niigata, lontano da Tokyo, è cresciuta con un padre severo che credeva che le donne non avessero bisogno di un’istruzione. Con il sostegno della madre, ha frequentato un’università femminile a Tokyo. Dopo la laurea ha lavorato come consulente alla McKinsey & Company e in seguito ha conseguito un Mba alla Harvard Business School. Nel 1999, a 36 anni, ha fondato DeNA Co., una società di portali per la telefonia mobile. L’ha trasformata in un grande gruppo It e, nel 2015, è diventata la prima donna a possedere una squadra nella lega professionistica giapponese di baseball a 12 squadre. Nel 2021 è diventata la prima donna a ricoprire il ruolo di vicepresidente della Japan Business Federation (Keidanren), la principale organizzazione imprenditoriale del Paese. Nonostante i molti "primati" legati al suo nome, Namba afferma di non essersi mai sentita ostacolata nel lavoro perché donna. Il suo modo semplice e alla mano l’ha resa un modello per molte donne.

Un’altra figura che sta attirando attenzione è Mitsuko Tottori, 60 anni, diventata presidente della compagnia di bandiera Japan Airlines (Jal) lo scorso aprile. Nata nella prefettura di Fukuoka, si è diplomata in un junior college nella prefettura di Nagasaki ed è entrata in Toa Domestic Airlines nel 1985 come assistente di volo. Dopo la fusione con Jal, ha costruito la sua carriera principalmente nelle operazioni di cabina. Mentre molti dirigenti di Jal - per lo più uomini - provengono dalla finanza o dalla strategia aziendale, Tottori è salita di grado grazie all’esperienza sul campo, all’attenzione per il servizio e la sicurezza e alle sue capacità di leadership. È diventata la prima ex assistente di volo - e la prima donna - a guidare la compagnia. In un’azienda in cui la maggior parte dei presidenti è laureata all’Università di Tokyo, spicca anche il suo percorso formativo in un junior college. Pur essendo celebrata come una pioniera, afferma di voler semplicemente guidare l’azienda a modo suo, restando il più possibile concreta e naturale.

Con l’ingresso di un numero crescente di donne in ruoli di leadership nel mondo degli affari, la prossima sfida è innalzare il livello di base per tutte. Se rappresentata graficamente, la partecipazione femminile al mercato del lavoro in Giappone assume la forma di una "curva a M": aumenta fino ai vent’anni, scende nei trent’anni durante gli anni della maternità e della cura dei figli, poi risale nei quaranta. Le interruzioni per parto e assistenza all’infanzia spesso compromettono l’avanzamento di carriera. Molte donne rientrano con lavori part-time invece di tornare alle posizioni precedenti, con conseguenti salari più bassi. Mantenere le donne nel mercato del lavoro - e trasformare la curva a M in un altopiano - è diventato un indicatore cruciale di progresso.

Il Giappone ha anche molto da imparare dai Paesi del Sud-Est asiatico che si collocano più in alto nel Global Gender Gap Index. Nelle Filippine - il Paese meglio posizionato della regione - le donne ricoprono ruoli di primo piano in politica, negli affari, nel diritto e nel mondo aziendale. La coeducazione e le istituzioni democratiche introdotte sotto il dominio statunitense prima della Seconda guerra mondiale hanno gettato le basi, e nel 1986 Corazon Aquino è diventata la prima donna capo di Stato del Sud-Est asiatico, contribuendo a spingere in avanti le politiche per l’uguaglianza di genere. Anche una cultura centrata sulla famiglia rafforza la partecipazione delle donne al lavoro: quando le donne lavorano fuori casa, nonni e fratelli spesso aiutano a prendersi cura dei bambini piccoli.

Singapore, con le sue dimensioni ridotte e una forza lavoro limitata, da tempo incoraggia le donne ad avere ruoli attivi sia nell’economia sia nella politica. Molte aziende offrono orari flessibili, permettendo ai dipendenti di adattare il lavoro alle responsabilità familiari. In Thailandia, le donne perseguono l’istruzione superiore in percentuali elevate. Secondo i dati Unesco del 2024, il tasso di iscrizione all’università è del 45% complessivo, ma il divario di genere è notevole: 52% per le donne contro il 39% per gli uomini. Le donne rappresentano oggi circa il 60% degli studenti universitari. Con l’aumento delle competenze e delle specializzazioni, un numero crescente di donne sta entrando in ruoli dirigenziali e manageriali. I luoghi di lavoro tendono inoltre a sostenere l’equilibrio tra vita e lavoro, offrendo benefit come 30 giorni all’anno di congedo per malattia retribuito.

In Giappone, dove le famiglie nucleari sono comuni, i genitori spesso hanno poco supporto da parte della famiglia allargata. Quando gli asili nido o le scuole dell’infanzia locali sono pieni, ottenere un posto per un bambino può essere difficile. Anche quando i posti sono disponibili, i costi dell’assistenza all’infanzia possono superare quanto si guadagna con un lavoro part-time, spingendo alcune donne a smettere di lavorare del tutto. E quando un bambino si ammala e un genitore deve assentarsi dal lavoro o uscire prima, molte donne continuano a sentirsi sotto pressione o poco sostenute nei loro luoghi di lavoro. Se il Giappone spera di diventare un vero leader nella partecipazione femminile alla forza lavoro, ha molto da imparare dalle politiche adottate nel Sud-Est asiatico.

Lo sport offre un modo per misurare quanto liberamente le donne possano partecipare alla società. Prima della Seconda guerra mondiale, in Giappone molti consideravano l’atletica femminile "sconveniente" o "poco femminile". Dopo la guerra, però, i club sportivi scolastici sono diventati una parte centrale dell’istruzione, offrendo alle ragazze le stesse opportunità dei ragazzi. Oggi quegli sforzi per ampliare la partecipazione si riflettono nei risultati delle migliori atlete giapponesi. Alle Olimpiadi di Parigi 2024, il Giappone ha vinto 45 medaglie - sesto nel medagliere - con 23 in gare maschili, 18 in gare femminili e quattro in competizioni miste. Circa mezzo secolo prima, ai Giochi di Monaco del 1972, il Giappone aveva conquistato 29 medaglie, solo due delle quali vinte da donne. Il forte aumento delle medaglie femminili rispecchia l’espansione del ruolo delle donne nella società. Dalla politica ai luoghi di lavoro quotidiani, le donne meritano la possibilità di avere successo alle stesse condizioni degli uomini. Il Giappone ha bisogno di una società in cui ogni donna possa brillare a modo

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