Sana Ebrahimi: "la repubblica islamica è un'organizzazione terroristica. Maggioranza persiana e minoranze possono cambiare il Paese insieme'
Non è una dissidente “di professione”, né una commentatrice televisiva abituale. Sana Ebrahimi è una ricercatrice in informatica: dottoranda alla University of Illinois Chicago, lavora su intelligenza artificiale responsabile e affidabile, con un focus sui sistemi multi-agente basati su large language model. Un profilo accademico che rende ancora più netto il contrasto con il ruolo che ha assunto nello spazio pubblico: quello di voce contro la Repubblica islamica iraniana.
Prima delle ultime proteste, Ebrahimi aveva pubblicato su X, dove ha oltre 180.000 seguaci, un messaggio identitario e politico insieme. “Siamo iraniani”, scrive, rifiutando una definizione unica o confessionale del Paese: persiani, turchi, curdi, baluchi “e altro ancora”. Il passaggio più netto è quello sull’islam: “Odiamo essere etichettati come una nazione musulmana. L’islam non è la nostra cultura”. La Repubblica islamica viene descritta come una forza di occupazione interna, “terroristi islamisti” che da oltre quarant’anni tengono il Paese in ostaggio e cercano di cancellarne simboli e tradizioni. Da qui il riferimento al leone e sole, emblema pre-rivoluzionario, rivendicato come atto di resistenza. Un messaggio che intreccia identità nazionale, memoria storica e lotta politica.
Questa stessa cornice ritorna nell’intervista a Fox News delle ultime ore, andata in onda mentre si parla di nuovo di un intervento militare degli Stati Uniti nel Paese e, sempre più apertamente, di regime change. Il conduttore prima di parlare con l’attivista fa una premessa: gli Stati Uniti, ricorda, hanno già sperimentato i fallimenti del cambio di regime “dall’alto” in Iraq, Afghanistan, Siria e Libia. La domanda di fondo è esplicita: se “si toglie il coperchio” dell’Iran, cosa c’è sotto? Un Paese pronto a integrarsi nel mondo o un vuoto che produce caos, terrorismo e nuove ondate di profughi verso l’Europa?
Per rispondere, il presentatore offre una mappa etnica e religiosa dell’Iran: maggioranza persiana, una componente turcofona significativa, minoranze curde, arabe e baluche; una società quasi interamente musulmana e a larghissima maggioranza sciita, quindi senza una frattura sunniti-sciiti come quella che ha incendiato l’Iraq post-Saddam. È su questo sfondo che introduce Ebrahimi, rimarcando i suoi 23 anni vissuti in Iran e chiedendole quanto il Paese sia “pronto” a un cambiamento.
La risposta è frontale. La Repubblica islamica, dice Ebrahimi, è “un’organizzazione terroristica” che governa da 46 anni con paura, arresti, torture e uccisioni. “Il popolo iraniano non è il regime”, insiste, ricordando le rivolte del 1999, 2008, 2019 e 2022 e la repressione brutale che le ha seguite. Porta un dato preciso: nel novembre 2019, in pochi giorni di blackout informativo, furono uccisi circa 1.500 civili disarmati.
Quando il conduttore torna sul nodo della coesione interna – il rischio che, caduto il regime, emergano fratture etniche o politiche – Ebrahimi cita il caso di Mahsa Amini: una giovane curda la cui morte ha innescato proteste trasversali, da Teheran a Zahedan, con curdi, baluchi e turchi scesi in piazza insieme. “Sull’integrità del Paese, le persone sono unite contro il governo”, afferma. Ammette che il “dopo” non sarebbe semplice, ma ribalta la prospettiva: la vera paura, oggi, è che la pressione internazionale si allenti e il regime resti al potere, scatenando poi la vendetta contro la popolazione. Un rischio che, sostiene, si sta già materializzando con le esecuzioni di massa.
Nell’ultima parte dell’intervista, il dialogo si concentra sulle condizioni perché una sollevazione interna possa davvero partire. Ebrahimi descrive un Paese isolato: internet tagliato, cittadini incapaci di percepire la reale debolezza del governo. Perché la gente scenda in strada, dice, servono due cose: sentirsi relativamente al sicuro e avere segnali chiari che il potere non sia più in grado di reprimere come in passato.