"Washington in Libia preferisce la milizia", il piano Boulos-Rubio rischia di congelare il potere ai clan

Il commento di Karim Mezran (Atlantic Council) sulle ultime mosse americane

Marco Rubio, Saddam Haftar - Flickr/Department of State
Marco Rubio, Saddam Haftar - Flickr/Department of State
02 luglio 2026 | 18.27
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Un vertice diplomatico a Washington riaccende il dibattito sul futuro della Libia e sul ruolo degli Stati Uniti nella crisi che da oltre un decennio paralizza il Paese nordafricano. Il 29 giugno il segretario di Stato Usa Marco Rubio ha ricevuto il tenente generale Saddam Haftar, vicecomandante dell'Esercito Nazionale Libico (LNA) con base nell'Est e designato erede del feldmaresciallo Khalifa Haftar. Nello stesso periodo, un altro esponente libico si trovava nella capitale americana: Abdul Salam al-Zoubi, vice ministro della Difesa del Governo di Unità Nazionale (GNU) di Tripoli, riconosciuto dalla comunità internazionale. Zoubi ha incontrato figure di rango inferiore rispetto a Haftar: il consigliere senior della presidenza Massad Boulos, il vice comandante di AFRICOM John W. Brennan, membri del Consiglio di Sicurezza Nazionale e il vice segretario di Stato Christopher Landau.

È da questa differenza di trattamento diplomatico che parte l'analisi di Karim Mezran, direttore della North Africa Initiative dell'Atlantic Council, in un editoriale pubblicato dal think tank statunitense. Secondo l'esperto, "in diplomazia la forma è sostanza": il fatto che il rappresentante del governo riconosciuto sia stato ricevuto a un livello inferiore rispetto all'erede di una forza armata che "funziona ancora come una milizia" segnala un pericoloso scambio di ruoli tra legittimità istituzionale e potere di fatto.

Il piano criticato: "consociativismo familistico"

Al centro delle critiche di Mezran c'è il piano promosso da Boulos, che l'analista definisce una forma di "consociativismo familistico": un accordo di condivisione del potere che non punta su istituzioni inclusive, ma formalizza le reti familiari e clientelari già dominanti. Nel dettaglio, l'intesa prevede che il premier del GNU Abdulhamid Dbeibah - o il nipote Ibrahim - mantenga la carica, mentre Saddam Haftar guiderebbe un nuovo consiglio presidenziale. Le elezioni nazionali verrebbero rinviate a una fase successiva e non definita.

Questo approccio non risolverebbe la paralisi libica, ma la certifica: "Una transizione bloccata non per caso, ma ingegnerizzata da spoiler interni che contano proprio sulla protezione dei patroni stranieri". Premiare con il riconoscimento di Washington il più forte di questi attori, scrive, "non spezza questa logica, la ratifica".

Il malcontento popolare e il paradosso economico

L'editoriale richiama le elezioni municipali dell'agosto 2025 come indicatore del sentimento libico: nei 26 comuni dove si è potuto votare, l'affluenza ha raggiunto il 71%, nonostante il voto sia stato sospeso nell'Est e nel Sud e alcuni uffici elettorali siano stati incendiati nell'Ovest. Per Mezran, questo dato non riflette tanto l'entusiasmo per un ballottaggio specifico, quanto la stanchezza verso accordi calati dall'alto e negoziati all'estero.

Sul piano economico, l'analista sottolinea un paradosso: la produzione petrolifera libica ha raggiunto il livello più alto degli ultimi dieci anni, ma il potere d'acquisto delle famiglie continua a calare. La banca centrale ha svalutato il dinaro due volte in meno di un anno, mentre il paniere minimo di spesa monitorato dal World Food Programme è cresciuto quasi del 20% in dodici mesi. A febbraio, proteste in diverse città dell'Ovest hanno chiesto le dimissioni dell'intera classe politica, ritenuta responsabile del caro-vita.

Una generazione esclusa

Il punto più critico riguarda i giovani: con un'età mediana di circa 28 anni e una disoccupazione giovanile vicina al 50%, la Libia rischia di consegnare a una nuova generazione lo stesso sistema di potere basato su cognome e connessioni, non su merito o voto. Per Mezran, questo scenario "non è una formula di stabilità, ma una detonazione differita".

L'In dubbio è la stessa coesione dei blocchi familiari su cui si basa il piano: Misrata, un tempo simbolo di unità post-Gheddafi, è oggi divisa tra fazioni pro e anti-Dbeibah, mentre all'interno del campo Haftar cresce il malcontento per la concentrazione di potere nelle mani di Saddam, a partire dai suoi stessi fratelli.

La proposta alternativa

Mezran suggerisce un uso diverso della leva americana: legare riconoscimento e sostegno statunitensi a progressi misurabili verso le elezioni, alla supervisione congiunta delle entrate petrolifere e alla protezione delle istituzioni scelte dai libici alle urne - non alla promozione degli stessi attori che per un decennio hanno ostacolato questi tre obiettivi. "La scelta era visibile nella lista degli invitati di questa settimana", scrive l'analista. "Washington ha scelto la milizia sul ministero."

Nella conclusione, l'esperto dell'Atlantic Council avverte che l'accordo potrebbe reggere e apparire funzionante nei primi mesi, ma le sue "molteplici contraddizioni strutturali" rischiano di riemergere presto, portando con sé nuova violenza. Per Mezran, la posta in gioco supera i confini libici: "Gli Stati Uniti devono capire che preservare una stabilità fragile oggi, aumentando il rischio di una crisi molto più grande domani, non è né un approccio sostenibile né saggio".

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