Per il prossimo autunno-inverno lo stilista mette al centro loden, denim e lavorazioni laser. Tra gli ospiti la cantante Giorgia: "Ermanno un amico, mette creatività a disposizione delle donne"
“La donna di Ermanno Scervino non è vittima dell’abito ma un’icona elegante e moderna. Cerco di non fare cose che la rendano prigioniera della sua eleganza. Metto insieme tutto quello che amo ma con rigore”. È da qui che parte la nuova collezione autunno/inverno firmata Ermanno Scervino, nella quale la solidità delle forme si incontra con il verde loden, i tagli strutturati e le trasparenze. Una donna che resta la stessa pur vista da prospettive diverse. Quella che indossa un cappotto militare e sotto nasconde un raffinato slipdress. In passerella, tra le note Eighties di ‘Tainted Love’ di Soft Cell e ‘Spellbound’ di Siouxsie and the Banshees, prende forma una donna che usa l’abito come strumento di affermazione. E una sintesi di venticinque anni di lavoro, ossessioni e materiali diversi. “Un tubino, un pantalone nero, una camicetta bianca, una décolleté, sono simboli di femminilità - spiega Ermanno Scervino nel backstage -. Ma questa volta quei simboli vengono messi in tensione. La sottoveste diventa struttura grazie al laser, il pizzo nasce da tagli millimetrici, il loden, per decenni confinato all’abbigliamento borghese, viene spinto verso la sera, verso l’eleganza inattesa”.
È proprio il loden il protagonista silenzioso della collezione, usato nei cappotti, nei pantaloni, nei completi serali. “Da piccolo lo detestavo, lo trovavo troppo borghese - confessa il creativo -. Mio padre mi diceva: ‘Con la fatica che faccio per farvi fare bella figura, vai in giro coi pantaloni rotti?’. Forse anche per questo oggi ho voluto metterci dentro capi che non inserisco di solito in collezione”. Il risultato è una stratificazione di sottovesti con tagli al laser, denim trattato come tweed inglese, loden accostato al pizzo d’oro, tessuti tecnici e materiali “da memoria”. “Ho messo insieme tutto quello che ho amato in questi 25 anni – rimarca -. Prima era il piumino, adesso è il loden. Ho finito stanotte, e spero di avercela fatta. Quando osi mischiare ed eviti il classico, non è facile”.
La sfilata costruisce un dialogo continuo tra grammatiche opposte: la solidità dell’abbigliamento da campo, i tagli militari, il verde profondo del loden, e la fragilità apparente di chiffon, organze, trasparenze. È la stessa donna vista da angolazioni diverse. Quella che indossa un cappotto strutturato e sotto nasconde un’altra storia, più intima. I boxer maschili in organza, i car-coat sostenuti da veli di pizzo, le pashmine impalpabili che diventano giacche, il denim aperto su interni di seta. Ermanno Scervino lavora sui tessuti come un alchimista: il double diventa ‘piuma’, le pellicce si assemblano a intarsio, ciò che sembra pesante è in realtà leggero. I volumi oscillano tra controllo e abbandono.
Dietro le quinte, accanto allo stilista, c’è la cantante Giorgia, amica e musa dello stilista: “Ermanno ha una visione contemporanea, molto attenta alle esigenze reali. C’è la parte creativa, ma la mette a disposizione. È in ascolto. A volte mi dice: ‘Dai, mostra le gambe, metti un tacco’”, racconta sorridendo. Un rapporto nato nel tempo, tra viaggi, chiacchierate, pranzi condivisi. “C’è un senso di umanità raro in questo mondo - rimarca Giorgia -. Ermanno è arrivato nel momento giusto. È avanti ma non si autocelebra”, aggiunge la cantante. Il rischio, in questa collezione, è evidente. Fare pizzo con il laser, trasformare il loden in abito da sera, tenere insieme jeans, tessuti inglesi, organze, pelli, ricami metallici, visoni tessili. Ma la missione non è impossibile per lo stilista. “Alcuni capi sono stati finiti tre o quattro giorni fa. È stato complicato. Ma volevo un’eleganza nuova, non prevedibile” ci tiene a evidenziare lo stilista.
In passerella, quell’eleganza prende forma in una donna che non si lascia definire: indossa un peacoat con polsi di astrakan, una sottoveste leopardata, uno chiffon corallo bordato di pizzo paglierino, un abito da sera che sembra custodire un ricordo. Porta con sé un’estetica domestica, quasi segreta, fatta di cassetti profumati e gesti lenti, che convive con la precisione sartoriale. Il risultato è chiaro: un archivio personale trasformato in presente e venticinque anni compressi in una sfilata che non guarda indietro ma rimette tutto in discussione. (di Federica Mochi)