Si tratta di una decisione senza precedenti che contribuisce a delineare uno scenario di crisi lunga, che può avere conseguenze gravi per l'economia mondiale
La chiusura dello Stretto di Hormuz, notizia prima diffusa dai media e poi confermata dai Pasdaran, imprime una ulteriore accelerazione all'escalation partita con l'attacco di questa mattina a Teheran da parte di Israele e Stati Uniti. Si tratta di una decisione senza precedenti che contribuisce a delineare uno scenario di crisi lunga, che può avere conseguenze gravi per l'economia mondiale. Non solo per la ripercussione diretta che riguarda le tensioni sul prezzo del petrolio, perché viene sbarrata una rotta che garantisce flussi di fornitura consistenti, ma anche perché lo stop al traffico delle navi nell'intera area mediorientale può assumere proporzioni ancora più gravi.
Il Dipartimento dei Trasporti americano ha già raccomandato alle navi commerciali di evitare il Golfo. Un'allerta che riguarda lo Stretto di Hormuz, il Golfo Persico, il Golfo di Oman e il Mar Arabico, ovvero tutte le aree soggette a "significativa attività militare". A rappresentare bene il pericolo che si corre in quelle acque, un'ulteriore raccomandazione: le imbarcazioni con bandiera, proprietà o equipaggio statunitense devono mantenere una distanza di 30 miglia nautiche da qualsiasi unità militare Usa per evitare di essere scambiate per una minaccia. Come dire, si spara a vista.
Perché la chiusura dello Stretto di Hormuz è un fatto così rilevante? "È di gran lunga il più importante punto di strozzatura marittimo del mondo", ha sintetizzato Edward Fishman, direttore del Center for Geoeconomic Studies presso il Council on Foreign Relations, in un articolo appena pubblicato dal Wall Street Journal. "Se lo Stretto di Hormuz venisse chiuso o interrotto per un periodo prolungato, farebbe salire in modo molto sostanziale il prezzo globale del petrolio", ha aggiunto. Passano dallo stretto canale controllato dall'Iran, che collega il Golfo Persico ai mercati globali, circa il 20% dell'offerta mondiale giornaliera di petrolio e una quota altrettanto consistente di gas liquefatto (Gnl), in buona parte destinati ai mercati asiatici, principalmente Cina, India e Giappone. E' altamente probabile che già lunedì alla riapertura dei mercati i prezzi del petrolio e del gas possano impennarsi e che, se la chiusura dovesse prolungarsi, si possa innescare una nuova crisi energetica su larga scala.
Si tratta, evidentemente, di un gesto estremo che si lega con la resistenza a oltranza di un Regime che vede minacciata la sua stessa esistenza. Non è la prima volta che lo Stretto è usato come strumento di deterrenza, con azioni mirate e operazioni di parziale interruzione del traffico, ma è la prima volta nella storia che si arriva alla chiusura integrale del passaggio. Questo essenzialmente perché è una scelta che penalizza le stesse esportazioni iraniane. Ma se è vero che, a livello globale, una parte del danno può essere compensata dagli oleodotti controllati da Arabia Saudita e Emirati Arabi, è anche vero che una guerra del petrolio a oltranza può provocare danni difficilmente reversibili. (Di Fabio Insenga)