Per il prossimo autunno-inverno dedicato alla donna, Miuccia Prada e Raf Simons mandano in passerella stratificazioni con solo 15 modelle a raccontare un sistema in mutamento. La stilista: "Faccio politica con i vestiti"
Tante donne diverse in una sola. Quindici modelle, quattro passaggi in passerella, infiniti modi di raccontarsi. Alla sfilata autunno/inverno 2026 di Prada, firmata da Miuccia Prada e Raf Simons, gli abiti sono un sistema in continuo mutamento, fatto di strati, memorie e trasformazioni, che riflette il modo in cui ci si veste, e si vive, ogni giorno. La collezione, presentata davanti a un parterre d’eccezione, tra cui il ceo di Meta, Mark Zuckerberg, si costruisce attorno al tema della stratificazione: fisica, emotiva e anche culturale. Gli abiti si sovrappongono raccontando identità plurime e contraddizioni, accettando la complessità dei tempi.
In passerella, ogni modella, tra cui Bella Hadid, indossa quattro look sovrapposti e percorre la catwalk quattro volte, togliendo progressivamente uno strato di vestiti. Sotto la giacca ecco spuntare uno spolverino trasparente, un top. Dal cappotto emerge un maglione oversize, poi un abitino. Quante sono le combinazioni? Potenzialmente infinite, in un gioco di layering che mostra ogni volta abbinamenti diversi. La stratificazione stilistica è anche concettuale. Sartoria, sportswear, rasi ricamati, materiali consumati, frammenti d’archivio e inserti minimalisti con zip protagoniste, maglioni che ricordano le varsity jacket, kitten heels, calzettoni al ginocchio, grandissime sciarpe a righe colorate annodate al collo, parka floreali, inserti fourrure, gonne in organza e camicie con polsini arrotolati. Ai piedi, oltre alle stringate anche stivaletti lace-up, pumps gioiello, mini bowling bag e secchielli.
A fare da sfondo allo show, il Deposito della Fondazione Prada, tra arazzi, dipinti tra XVI e XVII secolo, specchi veneziani del Settecento, arredi e opere del Novecento. Cinque secoli di storia compressi in un unico ambiente, in dialogo diretto con gli abiti. Al centro della collezione c’è, ancora una volta, una riflessione profonda sull’identità femminile e sulla complessità del presente. Miuccia Prada lo spiega così: “La stratificazione della complessità della storia, della politica e della vita si riflette negli abiti, mostrando la continua necessità di cambiare per adattarsi a diverse personalità, momenti, sentimenti e identità sessuali, tutte vissute insieme”.
L’idea è proprio questa: la stratificazione della complessità “di ciò che esiste nella storia, nella politica, nella vita, e il modo in cui tutto questo si riflette nei vestiti - rimarca la stilista -. La necessità continua di cambiare per vivere tutte queste diverse personalità, momenti, emozioni e sessualità, che una donna può vivere insieme in un giorno o in una vita. Questa era l’idea”. Il tema della storia torna più volte nel suo racconto: “Ci sono ricami rovinati, elementi minimalisti, che si uniscono. Frammenti di storia, perché siamo vestiti con pezzi: un pezzo d’Egitto, un pezzo di altro. In questo periodo sono ossessionato dalla storia, perché penso che sia necessaria, importante, cruciale per sapere da dove veniamo, cosa è successo in passato, per potersi muovere nel mondo contemporaneo. Se non lo sai, sei perso: è tutto molto complesso e difficile”.
Sul cast ridotto delle modelle, aggiunge che l’idea è stata di Raf: “È stato divertente perché, all’inizio, usavamo 15 modelle e ricordo Kate Moss che faceva cinque uscite cambiando completamente abito. All’epoca era possibile, perché gli show erano più brevi. Ora è diverso. C’è questa idea di tante ragazze, ma poche allo stesso tempo”. La stilista riflette anche sul momento storico: “Viviamo in un periodo strano. Tutti ne parlano. Molte persone sono quasi paralizzate, non sanno cosa fare. Io faccio politica attraverso i vestiti. L’ho sempre fatto”.
Raf Simons sottolinea il valore narrativo del cast: “Avrebbero potuto essere anche 120 look, ma non volevamo annoiare. E credo che una cosa importante sia che non vogliamo creare una gerarchia tra ‘alto’ e ‘basso’ in termini di abiti, né tra ciò che è prezioso e ciò che è vissuto, consumato dal tempo”. L’idea è proprio quella della stratificazione. “È stato anche molto emozionante vedere come, mantenendo le stesse scarpe, tutto cambi senza che quasi ce ne si accorga - fa notare il designer belga -. Penso che oggi la differenza sia che una volta si cambiava completamente look. Qui no. Si tolgono e si aggiungono elementi. I look possono essere composti e scomposti in modi diversi”. L’idea è che ogni look è pensato per essere trasformato e vissuto. Non esiste una versione ‘giusta’ dell’abito, così come non esiste una sola identità possibile. Quindici donne, molte vite, un solo racconto in continuo divenire. Prada, ancora una volta, usa la complessità per trovare un’alternativa al presente. (di Federica Mochi)