A 50 anni dalla fuga di diossina dalla fabbrica Icmesa, la riflessione dell'epidemiologo Luigi Bisanti che nel 1976, fresco di laurea, si trovò catapultato nel cuore di uno dei più gravi disastri ambientali della storia d'Italia. "Dopo l'incidente ci fu un cambio di prospettiva che portò a normative importantissime: oggi proteggiamo non solo gli operai ma la popolazione e l'ambiente intorno alla fabbrica"
Cinquant'anni dopo il disastro di Seveso "si può dire che, da un punto di vista legale, giustizia è stata fatta". Un congruo risarcimento "è importante" per il dramma vissuto dalla popolazione di Seveso e dei territori investiti dalla fuga di diossina fuoriuscita dalla fabbrica Icmesa il 10 luglio 1976. "Ma è ovvio che l'entità della sofferenza è stata tale che il danno intimo rimane". Per sempre. Quella lezione terribile però "è servita. L'abbiamo imparata a livello internazionale. Quando si verificò l'incidente, chi nel mondo aveva un'industria chimica 'in casa' si è detto: una Seveso potrebbe succedere anche qui, prima o poi". E il risultato della riflessione furono leggi "importantissime (in Europa la direttiva Seveso, ndr) che oggi regolamentano le norme di sicurezza che è indispensabile adottare, pena la chiusura della fabbrica che non le rispetta. La cultura del 'proteggiamo l'operaio nello stabilimento' si è ampliata. E oggi proteggiamo l'operaio nella fabbrica, ma proteggiamo anche l'ambiente dalla fabbrica, la popolazione che vive vicino alla fabbrica, i fiumi dove la fabbrica scarica e così via. C'è voluta una Seveso per poter realizzare questo cruciale cambio di prospettiva". A evidenziarlo all'Adnkronos Salute è Luigi Bisanti, medico esperto di epidemiologia. Nel 1976 era un giovane laureato in Medicina, percorso che aveva concluso nel 1974. Per due anni si era formato all'estero, "perché in Italia l'epidemiologia ai tempi era quasi inesistente". E dalla London School of Hygiene & Tropical Medicine era appena rientrato in Italia, all'Istituto superiore di sanità (Iss), quando venne chiamato nell'Ufficio speciale per Seveso. Catapultato nel cuore di uno dei disastri ambientali più gravi della storia d'Italia.
Certe cose "non si dimenticano mai". E Bisanti ricorda tutto di quei giorni, del dolore e dello smarrimento della gente di Seveso e dell'impotenza di chi doveva dare risposte in assenza di dati. "Il clima era dei più difficili - racconta - perché non si aveva piena conoscenza su tutti gli effetti del tossico micidiale" che si era sprigionato. Nome in codice: Tcdd. "Il problema era sapere quanta diossina era stata liberata nell'ambiente, non se fosse presente. Perché in realtà il proprietario dell'Icmesa, cioè la Givaudan", che a sua volta faceva capo al colosso farmaceutico svizzero Hoffman-La Roche di Ginevra, "sapeva benissimo che si sarebbe formata diossina nel caso in cui quel ciclo di produzione fosse andato fuori controllo, ed era proprio ciò che era successo. Gli italiani non sapevano niente, ma loro lo sapevano già lo stesso giorno, per via dei precedenti incidenti industriali, e lo hanno tenuto per sé, comunicandolo solo a distanza di quasi 10 giorni" dal disastro, il 19 luglio, "consapevoli che due giorni dopo sarebbero arrivati i risultati delle analisi su matrici ambientali del Laboratorio di igiene e profilassi di Milano".
"Con i mezzi ancora non perfetti di cui si poteva disporre in quegli anni in laboratorio si seppe che c'era un sacco di diossina sparsa in giro. La situazione era molto tesa, soprattutto per quanto riguardava le gravidanze e come regolarsi. I precedenti erano incidenti con lavoratori esposti, prevalentemente maschi. Dati consistenti sulle gravidanze esposte a diossina non ce n'erano. La differenza era proprio questa: stavolta a Seveso l'incidente aveva riguardato la gente che abitava intorno alla fabbrica. E c'erano donne di tutte le età: donne in età fertile, donne già incinte e donne che lo sono diventate successivamente, quando ancora subivano l'esposizione" alla sostanza tossica. "Queste donne volevano essere informate e istruite sul da farsi. All'epoca tra l'altro l'aborto era ancora una pratica vietata, non c'era la legge 194" che arriverà nel 1978. "Per fortuna ci sono stati medici di grande valore, nella clinica Mangiagalli di Milano, che si mettevano al servizio di queste donne, assicurando che sarebbero stati al loro fianco supportandole in ogni decisione che avessero preso e garantendo loro la massima assistenza. E' stato un comportamento eccezionale, di medici e operatori che lavoravano secondo coscienza".
L'eredità scientifica del disastro
Sul fronte dell'epidemiologia dell'incidente si dovette partire praticamente da zero. "La diossina - spiega Bisanti - produce come effetti immediati principalmente la cloracne", gravi lesioni cutanee che colpirono soprattutto i bambini delle zone inquinate dalla nube tossica. "Ma il dramma è che questa sostanza si annida nel tessuto adiposo, è una molecola estremamente stabile, e si produce un effetto di somma perché l'organismo umano non ha le competenze enzimatiche sufficienti per metabolizzarla e distruggerla, oppure impiega decenni per poterlo fare. Quindi chi è esposto a diossina lo è continuativamente, come è stato per la popolazione delle zone interessate dalla contaminazione. Questa esposizione avrebbe potuto dare degli effetti a distanza che non erano allora completamente noti. Si sapeva che c'era un'azione cardiotossica, quindi sul cuore, un'azione sul sistema ormonale, sul sistema riproduttivo e poi sui tumori, prevalentemente del tessuto linfoematopoietico", quindi linfomi, leucemie, mielomi. Si badò subito agli effetti acuti e ad evitare l'esposizione, perciò nei primi momenti il primo interesse fu che in zona A", la più inquinata, "non ci poteva restare nessuno, perché sicuramente avrebbe avuto molti guai e seri".
Fu necessario "allontanare le persone e fu fatto dopo diversi giorni, non senza difficoltà - ricorda - Portare via oltre 700 persone dalla propria abitazione, costringerle a lasciare le loro case e la loro vita, non è facile, anche per i migliori politici che sanno parlare meglio con la gente. I più recalcitranti sono anche ritornati sotto il loro tetto, rompendo la rete che recintava la zona, esponendosi a un pericoloso accumulo di diossina". Tutte queste persone che vivevano nelle aree a rischio delimitate dagli esperti "sono state seguite. E non sapendo con precisione dove concentrarsi, si controllava tutto: gli enzimi di tutti gli organi - fegato, reni, stomaco, milza - i segni ematochimici che si associano alla comparsa dei tumori". E poi si presero contatti "con le persone più esperte sparse nel mondo, si provvedette ad acquisire informazioni valide, a conoscere tutta la letteratura medica che serviva per creare una struttura epidemiologica fatta di molte persone e competenti" per il caso Seveso. "E' intervenuta la Clinica del lavoro dell'Università degli Studi di Milano, e dagli anni Ottanta furono avviati studi per accertare effetti a lungo termine dell'esposizione a Tcdd". Nacquero collaborazioni con gli Usa e con i Cdc (Centers for Disease Control and Prevention) di Atlanta. E si valutarono dai livelli plasmatici di Tcdd agli effetti di ogni tipo sull'organismo. Ogni aspetto diventava un programma di osservazione epidemiologica a sé".
Fra gli elementi che emersero ci fu anche "un'alterazione del rapporto maschi-femmine alla nascita" che fu documentato "dall'ospedale di Desio" in 674 nati nell'area tra il 1977 e il 1996. In pratica la quota di neonati maschi diminuiva al crescere della concentrazione plasmatica di Tcdd, con uno squilibrio che si notava in particolare "nei figli dei padri esposti alla sostanza quando avevano un'età inferiore a 19 anni". Una situazione "che suggeriva un'azione selettiva per la diossina sui cromosomi che riguardano i maschi e non le femmine". Alcuni studi più di lungo periodo indagarono sulla comparsa di tumori e in generale si studiò poi la mortalità della popolazione esposta rispetto a quella non esposta, osservando in particolare nei primi anni un eccesso per patologie cardiovascolari, sul quale potrebbero aver inciso anche "le terribili condizioni di stress che hanno caratterizzato la vita di quella popolazione per un lungo periodo di tempo dopo l'incidente". E ancora: l'ospedale di Desio, in collaborazione con i Cdc, impostò il Seveso Women's Health Study, che ha incluso 981 donne di cui erano disponibili campioni di sangue prelevati tra il 1976 e il 1981. Uno studio che ha permesso di documentare un aumento del rischio di tumori legato a ogni incremento dei livelli di Tcdd plasmatica. Nell'ambito di questo programma sono stati indagati anche altri effetti sull'organismo femminile, non solo oncologici, sia sulle donne reclutate che sulla loro progenie, sulla seconda generazione.
"Erano tutti studi molto attesi", ripercorre Bisanti, anche per l'analogia con un altro contesto di elevata e diffusa esposizione alla diossina, e cioè il caso dell'erbicida Angent Orange sparso sulle foreste e risaie del Vietnam tra il 1961 e il 1971. Sicuramente, fra le eredità positive del dramma di Seveso resta dunque "la produzione scientifica che derivò" e che contribuì ad aumentare la conoscenza di questo tossico e sul fronte nazionale "la svolta impressa all'epidemiologia italiana, che fino ad allora era stata 'un'orfanella', si può dire".
Una ferita invisibile
Ma ci sono anche gli insegnamenti su cosa "va evitato ad ogni costo in contesti di disastri come è stata la vicenda di Seveso", fa notare Bisanti. "Non dovremo dimenticare mai più che la popolazione colpita vive in aggiunta quello che definiamo lo stress da soccorso", osserva l'esperto facendo riferimento alle "misure di emergenza dei primi giorni, all'aggressione mediatrica, alla pressione ideologica di chi voleva per le donne il ricorso all'aborto e chi invece voleva impedirlo. Ci fu anche chi si appostava davanti agli ospedali, incurante del fatto che quelle donne stavano soffrendo in maniera indicibile". La popolazione ha dovuto fare i conti con la paura dell'ignoto, "leggeva titoli che sui principali quotidiani internazionali definivano la loro vicenda come una 'nuova Hiroshima'". Tutto questo stress, derivato anche dall'impatto che le scelte operate ebbero sugli anziani, come anche sui bambini e su tutti i cittadini dell'area in generale, "si può e si deve evitare con l'ascolto delle persone, curando la comunicazione con i diretti interessati, e non dimenticando di valorizzare la coesione sociale e la partecipazione". Nel disastro di Seveso è mancata "la capacità di favorire la resilienza della popolazione".
Giustizia è stata fatta "se si considera che la proprietà è stata condannata a pagare delle cifre veramente molto alte" per i danni. "Si parla di molti miliardi di lire dell'epoca e vanno aggiunti anche gli accordi extragiudiziali raggiunti. Il danno intimo, però, quello rimane". Una ferita dolorosa, da non dimenticare.