Il gruppo britannico, in concerto al Fabrique di Milano, dimostra di essere cresciuto senza aver perso il proprio centro, tra brani di repertorio e pezzi dell'ultimo album 'The Sky, the Earth and All Between'
Forse il nome Architects non dirà molto al pubblico generalista ma è uno di quelli che, una volta intercettati, non si dimenticano facilmente. Perché nella musica contemporanea, pochi gruppi come loro hanno saputo costruire un percorso così solido e credibile nel tempo. Al Fabrique di Milano, sold out da settimane, in uno dei primi appuntamenti davvero rilevanti della stagione live del 2026, la posta in gioco è alta fin dal cartellone: President e Landmvrks scaldano la sala mentre il gruppo di Brighton sale sul palco con lo status di band che non ha niente da dimostrare. Negli ultimi quindici anni, gli inglesi hanno costruito una discografia solida come poche nella scena heavy contemporanea, con album e fasi diverse ma una costanza di ferro, che li ha portati a uscire indenni da un genere poco facilmente assimilabile, il metalcore, che negli anni si è spesso avvitato su sé stesso. Oggi gli Architects giocano un campionato a parte e dal vivo lo ribadiscono facendo ciò che sanno fare meglio.
Il concerto milanese, ultima data del tour europeo, ruota attorno alla produzione più recente: gli ultimi dischi costituiscono l’ossatura della scaletta, delineando l’identità attuale della band. L’apertura è affidata a ‘Elegy’, brano tratto dal nuovo ‘The Sky, the Earth & All Between’, con atmosfere cupe e costruzione lenta. Subito dopo, ‘Whiplash’ e ‘When We Were Young’ confermano che il focus del live è ben piantato nella produzione più recente e che la scaletta è costruita come un ponte tra presente e passato. I brani di ‘For Those That Wish to Exist’ e ‘the classic symptoms of a broken spirit’ si alternano a momenti ormai storici della discografia, come ‘Black Lungs’, ‘Gravedigger’ e ‘A Match Made in Heaven’, che dal vivo funzionano ancora bene.
Il frontman Sam Carter domina la scena con una naturalezza impressionante, grazie alla sua prova vocale ancora una volta fuori scala: urla incessanti, passaggi melodici puliti e controllati, una resistenza fisica che rende credibile un set da un’ora e mezza senza cali evidenti. Brani come ‘Impermanence’, ‘deep fake’ e ‘Broken Mirror’ ricordano la sua capacità di muoversi tra registri opposti mantenendo sempre il controllo totale della performance. Uno dei momenti più significativi della serata arriva con ‘Brain Dead’, impreziosita dalla presenza di Florent Salfati dei Landmvrks sul palco. Il nuovo album, ‘The Sky, the Earth & All Between’, trova ampio spazio anche nella seconda metà del set con ‘Meteor’, ‘Everything Ends’ e ‘Blackhole’. Su disco queste tracce avevano fatto discutere per una certa spinta verso soluzioni più accessibili e per un’impronta produttiva molto marcata. Dal vivo, però, acquistano una fisicità diversa, forse anche grazie all’impatto che hanno sul pubblico.
Nel finale, ‘Doomsday’ ormai considerato l’anthem della loro carriera, anticipa l’encore pensato per chiudere il cerchio: ‘Seeing Red’ apre l’ultimo sprint, mentre ‘Animals’, tratta da’ For Those That Wish to Exist’, cala il sipario tra cori e un Fabrique completamente soddisfatto. Le radici mathcore sono ormai assorbite, mentre il presente è fatto di arrangiamenti imponenti e una scrittura che guarda avanti. Un fotogramma chiaro di dove si trovino oggi gli Architects, anche alla luce di una storia che li ha messi duramente alla prova. La scomparsa di Tom Searle, chitarrista e principale compositore, gemello del batterista Dan, è una frattura che avrebbe potuto segnare la fine e che invece è diventata, con il tempo, un punto di ripartenza.
Al centro di tutto resta Sam Carter, ormai oltre l’etichetta di frontman carismatico, e vero motore della macchina Architects. Merito della sua prestazione ‘atletica’ tra urla, clean vocals e una presenza scenica notevole. Sul palco ringrazia più volte il pubblico e si assicura che tutti stiano bene: “Fatevi un applauso - dice più volte - e grazie per supportarci. Sappiamo che sono tempi duri e il fatto che spendiate soldi per venire a sostenere la musica dal vivo significa il mondo per noi”.
Forse non siamo davanti a una rivoluzione o a un cambio di pelle radicale. Ma gli Architects continuano a crescere ed evolvere rimanendo riconoscibili, e soprattutto senza snaturarsi, come hanno fatto alcuni colleghi prima di loro. E in una scena spesso prigioniera dei propri cliché, non è poco. (di Federica Mochi)