Il racconto del concerto andato in scena martedì 15 settembre a Milano
In un’industria musicale sempre più affamata di numeri, dove per raggiungere una classifica si rischia di perdere di vista quello che resta davvero delle canzoni, c’è chi decide di correre dietro al sistema e chi invece sceglie di non farlo. Di rimanere fedele a se stessa, alla propria musica e alla propria gente. Quella che viene sotto al palco e canta canzoni che oggi possono sembrare passate di moda, ma che proprio per questo hanno il sapore delle cose che non si dimenticano. È un po’ questo quello che si è respirato oggi all’Ippodromo Snai San Siro, dove Emma ha celebrato i suoi sedici anni di carriera. Sedici anni in cui sono cambiate tante cose, ma alcune sono rimaste integre. Lei.
Emma oggi ha 42 anni e ne aveva appena 25 quando ha vinto Amici e cominciava a farsi strada tra i palcoscenici piccoli d’Italia, tra una città e l’altra, davanti a cento, duecento, cinquecento persone. Poi sono arrivati i palazzetti, Sanremo, le arene, i forum, i grandi palchi. E oggi l’Ippodromo, pieno di quella stessa gente che ha cantato, urlato, pianto e sorriso insieme a lei. Nella sua voce, questa sera, c’era tutto. C’era il sapore di chi sa quanto ha sudato per essere su quel palco, di chi ha conosciuto le cadute e quei periodi in cui il tunnel sembrava troppo lungo e l’unica cosa possibile era fermarsi, prendere fiato e aspettare di ritrovare la strada. Emma lo ha fatto. La sua discografia conta oggi sette album e il successo non è stato lo stesso per tutti. Non è arrivato sempre, non è arrivato subito. Eppure, guardandola questa sera, una cosa è evidente: la 'cazzima' non le è mai mancata e non se n’è mai andata.
In questi sedici anni Emma è cambiata, è cresciuta, si è trasformata. Ma non sembra aver avuto bisogno di rincorrere quello che nel frattempo è diventato il modo più veloce per stare dentro l’industria. Non ha cercato di essere qualcun altro. È rimasta lì, con la sua voce, le sue canzoni, il suo modo di stare sul palco, come a dire: questa sono io, piaccio o non piaccio. E la risposta più bella è proprio davanti a lei. In prima fila c’è chi ha trascorso la notte fuori dall’Ippodromo per aggiudicarsi la transenna, per avere una stretta di mano, uno sguardo. Sono gli stessi volti di sedici anni fa, anche se nel frattempo sono cresciuti, sono cambiati, alcuni hanno avuto figli, c’è chi si è laureato e chi ha trovato il lavoro dei propri sogni. Ci sono loro, ma ci sono anche facce nuove. Basta guardarsi attorno per capire che l’Ippodromo stasera assomigliava un po’ alla casa di tutti, rumorosa e accogliente.
Lei canta, si scatena, corre, urla e il pubblico la segue. È la rappresentazione della vittoria di un'artista. Per molto tempo, però, intorno a Emma la musica non è stata l’unica cosa raccontata. Il suo corpo, il gossip, le relazioni, le critiche. “Camionista”, le scrivevano. “Sei ingrassata” o “quanto urli”, le dicevano. Negli anni sono arrivati commenti sul suo aspetto, sulla sua voce, sul suo modo di apparire. E ci sono stati periodi in cui la sua vita privata sembrava interessare più delle canzoni che stava scrivendo. Oggi Emma porta tutto questo sul palco insieme alla sua musica: i brani rivisitati, le hit che dopo sedici anni hanno assunto il sapore della nostalgia, quelle parole che il pubblico conosce a memoria e che, ascoltate oggi, raccontano anche un pezzo della vita di chi le canta.
Sul palco arrivano le amicizie, come quella con Alessandra Amoroso e Rkomi. Ci sono le grandi collaborazioni, come quella con Fabri Fibra e Juli. E poi c’è Luciano Ligabue. Perché questa è anche la notte in cui i desideri affidati alle stelle cadenti, quelle che fino a qualche anno fa sembravano lontanissime, arrivano direttamente sul suo palco. Emma forse comincia a rendersi conto che sedici anni di carriera non sono poi così pochi. Che non è più quella piccola artista che deve farsi spazio tra i giganti del palco. Che nelle cene di Natale, dal tavolo dei piccoli, può spostarsi. Perché un posto, tra i grandi, adesso ce l’ha. E così, al suo primo Ippodromo, può accogliere Ligabue e cantare insieme a lui. Può sentirsi dire di essere una rocker proprio da uno dei simboli del rock italiano. Può guardare quell’Ippodromo pieno e pensare, forse, a quanta strada c’è stata da quel primo inedito cantato ad Amici. E può anche sapere di esserci arrivata con le sue gambe.
La scaletta scorre, i successi arrivano uno dietro l’altro. Alcuni pezzi vengono riarrangiati, cambiano pelle. Poi arriva lo spoiler: un brano nuovo. Un brano che sembra raccontare un’Emma diversa, distante dal rancore, dalle futilità, dai giudizi e dalle critiche. Non a caso si definisce "un'araba felice". Un’Emma che, dopo sedici anni, sembra aver imparato che non tutto merita una risposta. Oggi non sembra esserci più spazio per quello. Oggi c'è spazio solo per la rinascita, che non è arrivata in un giorno. Emma è rinata un poco alla volta, in questi lunghi sedici anni, tra cadute e vittorie, tra quello che è andato bene e quello che invece avrebbe voluto andasse diversamente. Perché non sempre si può piacere agli altri. Non sempre la strada che si imbocca è quella giusta. E forse questo è uno dei motivi per cui il rapporto con il suo pubblico è così forte e autentico.
Perché quello che Emma porta sul palco non è l’immagine di una donna che ha avuto sempre ragione o che ha sempre vinto. È lo spaccato di una storia vera, con le sue parti belle e le battaglie più difficili. È la storia di una donna che oggi ha 42 anni, ma che a 24 ha ricevuto una diagnosi di tumore, e che quella battaglia ha dovuto affrontarla più di una volta. È la storia di una figlia che ha perso suo padre, Rosario, e che questa sera, tra un brano e l’altro, ha più volte guardato verso il cielo. Non sappiamo cosa ci fosse in quegli sguardi. Ma è difficile non pensare che, almeno per un istante, Emma abbia cercato qualcuno su quel palco. Magari con la sua chitarra, a cantare insieme alla sua ‘Chicca’. E allora viene quasi da chiedersi a cosa servano davvero le critiche, quando hai attraversato tutto questo e sei ancora lì, in piedi, a saltare e cantare le canzoni che hanno accompagnato la tua storia. Quando hai ancora voglia di scriverne altre. Quando puoi annunciare che tornerai in tour nell’autunno del prossimo anno e sapere che, sotto quel palco, troverai ancora una volta gli stessi volti. E in mezzo, probabilmente, ce ne saranno di nuovi. Qualcuno che questa sera non c’era e che, magari, si pentirà di non esserci stato.
Il cielo di Milano, oggi, ha finalmente sorriso a Emma. La settimana scorsa, mentre si preparava a salire su questo palco, il meteo aveva deciso diversamente. La pioggia aveva fermato tutto e costretto a rimandare quella che doveva essere la sua sera. Oggi invece non c’era vento, non c’era pioggia e non c’era nemmeno quel caldo che ha accompagnato la lunga estate dei concerti milanesi. A volte le cose remano contro. A volte bisogna aspettare una settimana, o molto di più, prima che il momento giusto arrivi. Emma, questa sera, quel momento se l’è preso. Sedici anni dopo, è ancora lì. Con le sue canzoni, la sua gente, le sue ferite e tutto quello che ha imparato a lasciarsi alle spalle. La vera rivincita, viene da sottolineare, non è aver riempito un Ippodromo. È essere arrivata fin qui e avere ancora qualcosa da dire.