Il regista racconta all'Adnkronos il suo manifesto generazionale nato dalla canzone dei Pinguini Tattici Nucleari. Il film arriva in sala il 26 marzo con Medusa
"Torno al cinema con un atto d'amore verso l'adolescenza". Così all'Adnkronos Francesco Mandelli parla del suo nuovo film 'Cena di classe' (dal 26 marzo in sala con Medusa): un vero e proprio manifesto dei Millennials attraverso una commedia corale, irriverente e agrodolce che racconta una generazione attraverso una notte fuori controllo all'interno di una scuola. "A spingermi a fare questo film non è stata la nostalgia per quel periodo". Il progetto nasce da Andrea Pisani e Roberto Lipari - protagonisti del film insieme a Beatrice Arnera, Herbert Ballerina, Giovanni Esposito, Nicola Nocella, Giulia Vecchio, Francesco Russo e Annandrea Vitrano - amici di Riccardo Zanotti dei Pinguini Tattici Nucleari, che avevano immaginato un film ispirato alla canzone omonima. "Subito si è acceso qualcosa: l’idea di fare un film corale, come si faceva una volta, con un gruppo di attori brillanti che creasse prima di tutto la sensazione del gruppo, l’emozione del gruppo", racconta Mandelli. Dentro quella coralità, però, c’era anche un tema che lo toccava da vicino: la generazione dei Millennials, la nostalgia, la malinconia. "Sono cose che fanno parte di me e che non ero mai riuscito a mettere davvero nelle cose che ho fatto prima. Questo film è arrivato nel momento giusto, quando ero pronto a fare un lavoro di gruppo su un tema così, partendo da una canzone". Un brano che arriva "dal gruppo d'eccellenza dei Millennials", sottolinea Mandelli.
E proprio la musica diventa il punto di partenza per una riflessione più ampia: i giovani, oggi, sembrano riconoscersi più facilmente nelle canzoni che nel cinema. Mandelli non ha risposte definitive, ma una convinzione sì: per raccontare davvero l’adolescenza serve amore folle. "Devi amare l’adolescenza in tutto e per tutto, le sue difficoltà, le sue bruttezze, senza retorica. Devi essere disposto a metterti da parte come regista per mettere davanti l’adolescenza". È un sentimento che gli appartiene profondamente. Quando gli si chiede perché sia così legato a quella stagione della vita, si apre con sincerità: "Ho grande tenerezza nei confronti di me bambino. Mi rivedo come se fossi il padre di 'Franceschino', mi chiamavano così a scuola perché ero uno scricciolo. Dobbiamo diventare padri di noi adolescenti e capire cos'era quel momento. Io spesso mi chiedo: 'Perché ero così? Perché avevo un rapporto difficile con mio padre o con le ragazze? Perché mi piaceva fare teatro e perché quella cosa lì mi faceva volare'". Ma anche "'perché mi piaceva suonare in una band o mi piacevano gli Oasis'". Mandelli riflette sulla necessità "di curare il bambino che è dentro ognuno di noi". E poi ricorda "la voglia di libertà, la voglia di scappare dalla provincia". Per il regista, sceneggiatore e attore "l’infanzia è la luce, mentre l’adolescenza è avere a che fare con l’oscurità. Non bisogna negarla, bisogna avere gli strumenti per affrontarla".
Mandelli descrive i Millennials come una generazione "ponte" che nel momento più delicato della loro formazione – l’adolescenza – tutto si è trasformato radicalmente. "Da bambini sono stati molto vicini a me che sono del '79, ma quando hanno raggiunto l’adolescenza gli è stato dato in mano uno strumento come la tecnologia, che ha cambiato completamente tutto", racconta. "È come se fossero cresciuti seguendo regole che, all’improvviso, non valevano più". Dal 2012 in avanti "ho sentito davvero che il mondo è cambiato, è stata buttata una pagina. Il mondo dei media, dei pilastri su cui eravamo cresciuti, è stato ribaltato". Per Mandelli, l’immagine simbolica è Mtv: "I Millennials sono cresciuti con Mtv, ma a un certo punto hanno capito che potevano fare lo youtuber, che potevano essere loro l’emittente. Erano loro, le emittenti". Una rivoluzione arrivata forse troppo presto per essere compresa fino in fondo, e che ha reso ancora più breve il loro momento di centralità. "Il momento dei Millennials è durato pochissimo e subito dopo è arrivata la Generazione Z".
Eppure, lavorando a 'Cena di classe', Mandelli ha capito che certe questioni non appartengono a una sola generazione. "Ci sono temi che sono transgenerazionali: puoi essere adolescente negli Anni 70, 90 o nel 2026: certe emozioni restano identiche". È anche per questo che spera che il film parli a pubblici diversi, non solo ai trentenni. "Io da adolescente ho visto film che mi hanno sconvolto la vita e non parlavano per forza di adolescenti. Oggi sembra che per attirare un pubblico tu debba mettere un personaggio identico allo spettatore. Ma non è così. L’importante è che ci sia un’emozione dentro cui un essere umano si riconosce". Mandelli non sa se ci sia riuscito, ma la sua ambizione è chiara: “Spero sempre di fare qualcosa che, lavorando su certe leve emotive, possa arrivare a tutti”.
Nel film, Mandelli appare per pochi minuti. Una scelta nata da un dolore personale: la scomparsa di un suo ex compagno di classe. "Quella cosa mi ha sconvolto. Ho fatto una riunione di classe per questo. Ho pensato che inserirlo nel film potesse trasformare una cosa brutta in qualcosa di bello". Pisani lo ha convinto a interpretare quel personaggio. "Mi ha detto: il morto lo devi fare tu. E aveva ragione, anche se è stato il giorno più complicato sul set". Dirigere e recitare insieme, confessa, non gli piace. “Mi piace un casino fare l’attore, ma fare il regista è ancora più divertente". Quando gli si chiede a chi dedichi 'Cena di classe', la risposta arriva senza esitazioni: "Ai miei compagni di liceo. E al mio compagno che non c’è più". Poi aggiunge qualcosa che sembra racchiudere l’essenza del film: "Lo dedico ai miei compagni del liceo e al mio compagno che non c'è più. Ma anche all’adolescenza e a quel momento in cui guardi i tabelloni e leggi 'promosso' dopo l'esame di Maturità e voli. È lì che comincia tutto", conclude. (Lucrezia Leombruni)