Serena Rossi presenta suo primo album, Sanremo? "In gara non basta sapere cantare, come co-conduttrice sì"

Arriva il disco con i brani del primo spettacolo teatrale dell’attrice 'SereNata a Napoli': "La tradizione non è polvere ma radice"

Serena Rossi - (Ipa)
Serena Rossi - (Ipa)
29 gennaio 2026 | 12.49
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Napoli fa rima con Serena Rossi. Non solo perché è la città in cui è nata, ma perché ne porta addosso il ritmo, il calore, la memoria. È da lì che arriva la voce che oggi firma il suo primo disco, un progetto inciso "alla vecchia maniera", tutti insieme, seguendo "il tempo dei cuori e dei respiri", racconta l’attrice e cantante nell’intervista all’Adnkronos. Venerdì 30 gennaio esce per Warner Music Italy ‘SereNata a Napoli’, disponibile nei negozi di dischi e negli store online in cd e vinile e in digitale. Il disco raccoglie 14 brani della tradizione napoletana riarrangiati ad hoc e che ha portato in giro per l’Italia con il suo primo spettacolo teatrale, che dà il nome al progetto discografico: da 'Era de Maggio' a 'Dicitencello vuje' passando da 'Io Mammeta e tu' a 'Tammurriata Nera' e 'Munasterio 'e Santa Chiara'. Mentre si appresta a terminare le riprese della serie Rai 'La famiglia Panini' - dove reciterà in modenese - il 3 febbraio proprio da Modena parte un nuovo capitolo del tour di 'SereNata a Napoli', per poi passare da Lecce, Bari, Napoli, Pescara, Palermo, Catania. Ultima tappa a Roma nel mese di maggio.

Il disco arriva in un momento densissimo della tua carriera. Che cosa rappresenta per te?

"La voglia di lasciare una traccia su questo repertorio infinito ed eterno. Non volevo che queste canzoni restassero chiuse nei teatri: sono brani che amo e ascolto da sempre. Con il Maestro Valeriano Chiaravalle ci siamo accorti che, dopo la grande Lina Sastri, poche artiste hanno preso in mano questo repertorio. Così ci siamo presi un pezzettino di spazio"

È anche un modo per tramandare la tradizione?

"Sì. Sono canzoni registrate anche più di cent’anni fa, ma non moriranno mai. Tradizione non significa qualcosa di vecchio, ma è qualcosa di radicato nel profondo".

Come si è trasformato lo spettacolo teatrale quando sei arrivati nello studio di registrazione insieme ai musicisti?

"Ci siamo chiusi in uno studio per due giorni a Napoli e abbiamo registrato le tracce come si faceva un tempo: i musicisti hanno suonato tutti insieme mentre i cantavo, come facciamo in teatro. Il tempo lo dettavano i nostri cuori e respiri. Oggi non si fa raramente, è tutto digitale".

Un disco, così come lo spettacolo, che hai prodotto insieme a tuo marito Davide Devenuto.

"È la nostra creatura. Qualche giorno fa ci è arrivato l’album a casa, abbiamo aperto il pacco come se fossimo due bambini il giorno di Natale. L’emozione di toccare con mano una cosa fatta da noi, nata da una nostra idea, da un nostro sogno e una nostra visione è un’emozione che non avevo mai provato prima".

C’è un’immagine della tua infanzia a Napoli che ti ha accompagnata in questo progetto?

"Le passeggiate della domenica nel centro storico a Napoli con i miei genitori e mia sorella. Odori, rumori, caos. E il Monastero di Santa Chiara, dove mamma e papà si sono conosciuti quando andavano a scuola e dove hanno scelto di sposarsi. È un ricordo che mi guida sempre: anche quando penso a tutta la strada e la fatica per arrivare fino a qui".

Ti piacerebbe partecipare a Sanremo come artista in gara?

"Saper cantare non significa essere una cantante. Una cantante deve avere un’urgenza, un’identità precisa. Io oggi non sento questa urgenza. E quel palco amplifica tutto, nel bene e nel male: non vorrei rovinare ciò che ho costruito con un passo falso".

E come co-conduttrice?

"Quello sì. Quel palco - uno dei più importanti d’Italia - mi accende, ogni volta che ci sono stata per promuovere i progetti in cui ero coinvolta mi sono sentita proprio bene. Non mi spaventa".

Sei sul set della serie sulla famiglia Panini. Qual è il tuo primo ricordo delle figurine?

"Gli album di figurine Disney. Ho sempre avuto l’attrazione per le principesse Disney (Rossi ha prestato la voce ad Anna di 'Frozen'). Mi ricordo che giocavo per vincerle. A Napoli giocavamo al 'mignolino': piegavi le figurine e con il mignolino dovevi girarne due contemporaneamente. Chi ci riusciva le vinceva. Io ne vincevo parecchie".

Nella serie diretta da Letizia Lamartire, interpreti Olga, imprenditrice e mamma di 8 figli. Che donna era?

"Una vedova di 40 anni - il racconto arriverà fino ai suoi 70 anni - con otto figli, in piena Seconda guerra mondiale. Una donna che non sapeva come sfamarli e che ha avuto un’intuizione geniale: comprare un’edicola in piazza Duomo a Modena e inventare le bustine sorpresa. All'inizio è stato un disastro, l’edicola non funzionava. Quindi anche una storia che passa attraverso tanti fallimenti. Però una famiglia che ha avuto sempre il coraggio di rilanciare, di andare a vedere che cosa c'era oltre, di sognare, di rischiare. E farlo rimanendo sempre tutti uniti. Lei diceva che i suoi figli erano come le dita di una mano: la loro forza era quella di stare tutti quanti insieme, ognuno diverso dall'altro, ma la loro forza era nella loro unione. Questa famiglia ha avuto il coraggio di sognare in tempi in cui sembrava quasi impossibile. Mi commuove".

Hai studiato il modenese per il ruolo. Com’è stato?

"Durissimo. Ho lavorato 96 ore con la mia coach, ascoltando Pavarotti o Massimo Bottura. Ogni parte dell’Emilia-Romagna ha un accento diverso".

In che modo la storia della famiglia Panini parla al presente?

"Secondo me dà un grande insegnamento ai giovani, perché è come se fossero un po' tutti disincantati, come se non credessero più nel futuro o in sé stessi. Questa famiglia, invece, ci insegna a trovare il coraggio di inseguire i nostri sogni e in questo momento ne abbiamo bisogno. Il motto dei Panini era ‘Proviamo a inseguire il nostro sogno e andiamo a vedere come va. E se non va in qualche altro modo faremo, ci rimbocchiamo le mani che andiamo avanti".

A proposito di inseguire i sogni, sei un’artista che ha sempre fatto tantissime cose senza mai sgomitare. Che rapporto hai con l’ambizione?

"Sono ambiziosa, però mi piace vincere le sfide con il lavoro duro, senza calpestare nessuno. Mi piace riconoscere il valore degli altri, mi è capitato di andare ai provini e pensare che avrebbero dovuto prendere un’altra perché più giusta per quel determinato progetto. Bisogna essere obiettivi e lucidi, e non voler arrivare a tutti i costi. Perché se arrivi alla cosa sbagliata, nel modo sbagliato, non dura niente. Le cose devono avvenire nel modo giusto"

Cosa ti fa più paura oggi?

"Da mamma, certo che ho delle paure: i fatti di cronaca, il clima storico e politico che ci circonda. Ma non bisogna incattivirsi o vivere solo sulla difensiva. Come dicevano i Panini, bisogna trovare il coraggio di sognare, di crescere in valori semplici e solidi, perché alla fine è quello che premia. Nel mio ruolo di madre qualche paura ce l’ho, ma continuo dritta sulla strada dei miei genitori e dei miei nonni. Non cambio direzione. Non mi avranno".

Che cosa hai provato quando hai letto la notizia della tragedia di Crans Montana?

"È una tragedia che non si può spiegare. In quel momento ero sul set set de 'La famiglia Panini' e c'era un ragazzo della stessa età di mio figlio. Lo guardavo e continuavo a pensare a quello che era successo- Erano bambini: (gli adulti, ndr) come hanno fatto a non far capire loro cosa stava accadendo? In me è più forte il dolore che il voler puntare il dito. Detto questo, giustizia deve essere fatta: le cose vanno chiarite, perché è qualcosa di devastante, troppo grande. Una mamma non dovrebbe mai piangere un figlio. Poi in questo modo… fa male, fa rabbia. Un momento di festa che si trasformata in una tragedia così, senza che nessuno si sia reso conto di ciò che stava succedendo. Gli adulti che erano con loro non gliel’hanno fatto capire".

Hai un sogno che non hai ancora realizzato?

"Sì. E lo sto per realizzare. Un’occasione che non mi sarei mai aspettata. Ma non posso dire nulla: c’è un contratto di mezzo. Posso solo dire che riguarda il cinema". (di Lucrezia Leombruni)

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