Per i 30 anni l'album torna in versione deluxe e live nei club. La band di Cristiano Godano riflette sulla scena musicale di oggi, tra crisi dei locali, Sanremo, l'era dello streaming e i prezzi troppo alti dei concerti
Trent’anni e non sentirli. Il 6 marzo i Marlene Kuntz riportano sotto i riflettori uno dei loro album più potenti, 'Il Vile', con una ristampa deluxe in vinile colorato e limited edition, accompagnata da un tour nei migliori club italiani. Un’opera interamente illustrata da Alessandro Baronciani, con un booklet/fumetto da 16 pagine e tre cartoline con dettagli estratti dai suoi disegni: un’edizione pensata per chi ha amato quel disco e per chi vuole scoprire perché, nel 1996, la musica italiana cambiò per sempre. Quando uscì, 'Il Vile' colpì la scena italiana grazie a chitarre graffianti, atmosfere oscure e testi affilati. Temi come inquietudine, fragilità, rabbia e angoscia a fare da cardine. Ogni brano un universo a sé che 30 anni dopo risulta più attuale che mai. L'AdnKronos ha incontrato il cantante Cristiano Godano e il chitarrista Riccardo Tesio per ripercorrere quel periodo d'oro per la scena rock alternative italiana e in occasione del tour con il quale da marzo la band riporterà dal vivo, città dopo città, tutta la potenza di un album che ha segnato un'intera generazione.
‘Il Vile’ compie 30 anni, è un album che però è ancora vivo, che suona vero. Ci sono gli strumenti suonati. Oggi quando lo riascoltate, che rapporto avete con quel disco e anche con chi eravate nel 96?
Risponde Riccardo: “Quando finiamo un disco, lo registriamo, lo masterizziamo, lo riascoltiamo in quella fase lì, centinaia di volte. Poi quando è pronto, difficilmente lo andiamo a riascoltare, se non quando dobbiamo ripassare un pezzo per ricordarci come l’abbiamo suonato. Quindi il disco intero era da un po’ che non lo ascoltavamo. È stato un riascolto molto piacevole, interessante, nel senso che ha questa compattezza di suono, che ad esempio non ha ‘Catartica’, il nostro primo album, ed è molto più monolitico. Dal punto di vista del suono è quasi un concept album, c’è un’idea di suono che è seguita in tutto il disco. È piuttosto cupo, tranne pochi istanti. ‘Il Vile’ è il secondo album, il più importante della carriera di un artista mentre ‘Catartica’ è più un album nel senso di raccolta di pezzi, scritti in un periodo di 4-5 anni. ‘Il Vile’ è la fotografia di un periodo ben preciso. Qui si vede e si sente questo desiderio di far bene, la voglia di superarci, in qualche modo, rispetto a quello che avevamo fatto prima. C'era il desiderio di dimostrare che eravamo un gruppo tosto. E anche nella scrittura dei brani c’è della ricerca. Non sono canzoncine, senza offesa per le canzoncine".
Parlando di tematiche, ‘Il Vile’ è un disco che crea delle atmosfere cupe, e affronta temi come la fragilità giovanile, il senso di alienazione, la rabbia e la disillusione. Temi che sono anche attuali oggi. Come parla questo disco, secondo voi, alle generazioni di oggi?
Risponde Cristiano: “Io credo che ci possa essere veramente la possibilità di intercettare questa rabbia che il disco sprigiona, in chiave forse cupa, ma comunque la rabbia è molto vitale e presente nel disco. Direi che c’è una parte del popolo giovanile attuale che mi pare che stia coltivando sentimenti rabbiosi per qualcosa che ha a che fare col mondo di cui si sentono non partecipi. I giovani sanno che questo mondo fa un po’ schifo. Si va verso direzioni pericolose, non si sa bene cosa stia succedendo".
E' un sentimento che porterete sul palco durante il tour?
Risponde Cristiano: "Se dei giovani vorranno venire a vedere un nostro concerto, questo è quello che intercetteranno. Poi sicuramente sentiranno anche che il suono è qualcosa che potrebbe sorprenderli. Io ho un ricordo ben preciso di alcune facce che ho visto mentre suonavamo ‘Catartica’ due anni fa. Nei giovani che erano sotto al palco osservavo uno stupore, come se stessero vedendo qualcosa a cui forse non avevano mai assistito. Lo stupore diceva una cosa più o meno di questo tipo. Io credo che 'Il Vile', a maggior ragione, potrebbe ancora di più dargli questa sensazione. E credo che il trait d’union potrebbe essere proprio un sentimento rabbioso. Anche il suono, e probabilmente è un dato di fatto, ma sembrerebbe che all’orizzonte non ci sia una scena di nuovi musicisti rock".
E invece?
Risponde Cristiano: "Invece ci sono, esistono gruppi che fanno rock e sono ventenni, venticinquenni. La nostra sala prove si trova all’interno di una grossa sala prove. L’altro giorno eravamo lì con Riccardo e c’erano dei ragazzini giovani, di vent’anni, due ragazze, che avevano gli strumenti in mano e suonavano rock. Sentivo che facevano gli Smashing Pumpkins, una cover dei Depeche Mode in chiave rock. Li ho visti e gli ho detto ‘che figo, siete giovani e fate rock, siete rari’. Ci sono questi gruppi qua, però io neanche li intercetto".
Per quale motivo, secondo te?
Risponde Cristiano: "Non lo so. Ci si abbandona a questa falsissima narrazione cui Internet ci ha abituati, e cioè che è lo spazio dove tutti hanno la loro possibilità. Per me sono tutte balle. Se ci si affida quella roba lì non si va da nessuna parte. E' ormai evidente a tutti che gli algoritmi ti fanno andare dove decidono loro, non dove decidi tu. Gli algoritmi non propongono cose nuove. Io da persona addetta ai lavori, non ho idea dei gruppi ventenni che suonano rock, però so che ci sono. Quindi forse anche i giornalisti dovrebbero probabilmente fare qualcosa di più per far arrivare questa informazione.
Effettivamente ai concerti rock, metal, punk, si incontra sempre un grande pubblico entusiasta. Perché secondo voi poi quello che arriva come ‘mainstream’, esclude un certo tipo di musica che invece negli anni 90 andava per la maggiore, come la vostra o quella di band come Verdena e Afterhours?
Risponde Cristiano: “Era un contesto sociale radicalmente diverso, era tutta un’altra cosa. Quindi ci sono anche motivazioni di questo tipo ovviamente, e lì per me si torna sempre a internet che ha scompaginato tutto".
Cristiano in passato ha detto che internet stava distruggendo la musica in qualche modo. Oggi è anche peggiorata la situazione. Però ci siamo un po’ abituati secondo voi a questo?
Risponde Riccardo: “Sì, ci siamo abituati. Però il supporto ha sempre influenzato la creazione. Prima c'erano i 45 giri, allora si facevano i singoli, poi è stato inventato l’album, e sono nati gli album, quindi i progetti prevedevano più canzoni e i singoli erano solo estratti da un album. Adesso sono passati parecchi anni. Comunque lo streaming ha di nuovo cambiato il pubblico. Chi ascolta la musica in streaming è soprattutto un pubblico di adolescenti. Un tempo gli album se li potevano permettere gli studenti, gli universitari, soprattutto chi iniziava a lavorare, adesso lo streaming è più che altro degli adolescenti, perché sono quelli che hanno più tempo, ascoltano di più, quindi fanno più numeri, e quindi anche le case discografiche spingono musica per adolescenti. Non c'è niente di male, però ovviamente la musica per adolescenti, a livello di contenuti, è un po’ più semplice".
C'è meno ricerca secondo voi?
Risponde Riccardo: "C’è meno ricerca, perché si punta su altro. Però la musica è suonata, i musicisti che suonano sono molto bravi, il pubblico interessato c’è e magari non sa neanche di essere interessato, perché non gli arriva questa offerta. Magari sono un po’ presuntuoso, ma spero che queste operazioni di ristampa e di riproposizione non siano solo qualcosa per i nostalgici, ma anche per i ragazzi, per gente nuova che dice ‘andiamo a vedere come si suonava la musica qualche anno fa’".
Che aspettative avete?
Risponde Riccardo: “Io credo che siamo all’altezza di fare una bella impressione, mettiamola così. Penso anche che un disco come ‘Il Ville’ non sia facile, se uno non lo conosce, se non ha vissuto quel momento lì, probabilmente il primo ascolto è ostico. E spiazzante anche, perché è molto oscuro. Lo era all’epoca e penso che adesso lo sia ancora di più. Però se gli si dà una seconda e una terza possibilità, poi si apre un mondo".
C’è qualcosa che cambiereste di questo disco, se doveste rifarlo oggi?
Risponde Cristiano: “No”
Risponde Riccardo: “È una fotografia di un’epoca, è giusto che sia così. Non è come dire, prendo una fotografia e la modifico. Direi di no”.
Per quanto riguarda la scena milanese, negli anni '90, era fatta anche di piccoli club, che non ci esistono più. Oggi cosa pensate che sia diventata Milano dal punto di vista di creatività?
Risponde Cristiano: “Non credo che sia solo un problema di Milano, è un problema dei locali, è un dato di fatto. Il Covid ha dato la mazzata definitiva. Molti locali sono finiti dopo il Covid. Non mi pare di intercettare tra la classe politica attuale, e probabilmente anche nella precedente, una premura particolare nei riguardi dei destini della musica, soprattutto quella alternativa, di ricerca, la musica non mainstream, sostanzialmente. Non c’è alcuna premura. Ricordo all’epoca del Covid, quando l’allora premier Giuseppe Conte disse ‘non dimentichiamoci dei musicisti che ci fanno tanto divertire’. Noi musicisti rimanemmo inorriditi, perché era il momento dei sostegni alle varie classi disagiate e fummo i più massacrati, per noi fu un momento allarmante. Quindi il contesto sociale in questo momento non gioca a favore".
A cosa ti riferisci?
Risponde Cristiano: "Stiamo parlando della musica che oggi è diffusa in un altro modo, ci sono i gruppi rock ma chi li intercetta? Mi sembra che sia un momento estremamente complesso per la musica suonata".
Risponde Riccardo: “Diciamo che funzionano molto bene i grossi eventi, nonostante abbiano dei prezzi di biglietti un po’ esagerati".
Risponde Cristiano: “Questo speriamo che sia una bolla che prima o poi esploda, perché la gente si è abituata all’idea di tirar fuori 120 euro per vedere un concerto. Per me è folle, io non lo farei. Il problema è che questo toglie soldi alla gente, che va a vedere un concerto e ne perde altri 4, 5, 6 di band della classe ‘mediana’. Anche Shirley Manson, la cantante di Garbage, più volte ha fatto affermazioni di peso su questo tema. Ha persino interrotto un concerto dei Garbage a un certo punto e ha aperto questo capitolo. Ragazzi, se le cose continuano così, tutta una serie di musicisti della classe media soccomberà, non potrà più portare avanti".
E la situazione è scoraggiante anche a livello internazionale…
Risponde Cristiano: "Molti gruppi anglosassoni, complice anche la Brexit, devono affrontare una serie di costi insostenibili, non possono più fare tour. Gli Animal Collective, una band che mi piace molto, due o tre anni fa, fecero un post sui loro social dicendo che erano costretti a far saltare il tour europeo perché non era sostenibile. Noi rischiamo di tornare a casa con meno soldi di prima. Quindi è una situazione estremamente complessa".
Risponde Riccardo: “A questo si collega anche il discorso dei piccoli club che chiudono. Noi quando andiamo a suonare a Roma ci chiediamo sempre dove andremo a suonare. Di club da 500 o 1000 posti ce ne sono talmente pochi, ed è un po’ una reazione a catena. Se la band ha difficoltà, chiede più soldi al club, e il club non può per una serie di altri costi".
I C.S.I. che tornano ora in tour hanno assicurato che i loro prezzi resteranno bassi perché altrimenti la situazione sarebbe insostenibile. Per il tour ‘In Viaggio’ 2026, costeranno tra i 38 e i 48 euro.
Risponde Cristiano: “Ed è il prezzo giusto. Che sono comunque 48 euro, tra l’altro. Ma ha un senso".
In questi anni abbiamo visto tornare insieme band storiche come C.S.I., Litfiba, C.C.C.P. e Bluvertigo. Come guardate a questo fenomeno?
Risponde Cristiano: “E’ una dimostrazione di quello che stiamo dicendo, sostanzialmente che è anche un po’ una necessità di queste band. Io quando leggo i commenti ai post sui social c’è gente che dice ‘tornano insieme perché hanno bisogno di soldi’. Ma a 70 anni non hanno tutti bisogno della pensione? Allora, anche se si dovesse suonare solo per quello, si starebbe facendo il proprio lavoro, no? E se lo fanno a 70 anni non vuol dire niente. Io non ho mai neanche sopportato quelli che dicono ‘dovrebbero ritirarsi’. No, non devono ritirarsi. Non ti piacciono? Non li vai a vedere. Ma se loro suonano e c’è un pubblico che li va a vedere non vedo perché togliere al musicista la possibilità di andare su un palco. Il musicista vive di musica suonata, è una necessità".
C’è anche chi decide di non fare più concerti
Risponde Cristiano: "Ivano Fossati è uno di quelli che ha deciso di non suonare dal vivo per motivi suoi, ma è pieno di musicisti che hanno bisogno di stare sul palco. E’ vita, per noi è proprio vita. Come si può pretendere che uno non viva più? Le reunion semplicemente sono cose che funzionano, la gente è felice quando accade e quindi non vedo il problema. Noi avremmo dovuto scioglierci una quindicina di anni fa per poter fare un ritorno in grande stile (dice scherzando, ndr) perché non l’abbiamo fatto? Riccardo, siamo ancora in tempo. Noi facciamo un mestiere che in questo momento è remunerato solo se suoni dal vivo. I dischi non sono remunerati quindi finché c’è la possibilità di suonare dal vivo noi andiamo a lavorare, divertendoci molto".
Avete nuovo materiale pronto per la pubblicazione?
Risponde Cristiano: "Non ancora, lo faremo prima o poi ma finché c’è da suonare si suona sul palco, quando non ci saranno più occasioni di alcun tipo magari si farà un disco nuovo, con tutte le implicazioni del caso".
A cosa ti riferisci?
Risponde Cristiano: “I dischi nuovi hanno moltissima difficoltà a farsi notare. Quando annunci che hai fatto un disco nuovo sei perso nelle migliaia di informazioni che ogni giorno assalgono la testa della gente. Noi ci informiamo con il cellulare, scrolliamo, non capiamo un cazzo, leggiamo senza recepire informazioni. Tu stai dici al mondo che è uscito il tuo disco ma se ne accorgono in pochi. E questo non è un problema dei Marlene Kuntz, è un problema di tutti i gruppi. Poi esiste il mainstream, che crea questo dislivello clamoroso lì tutto funziona, così come i concerti a 150 o 200 euro. Spero che questa bolla scoppi in fretta perché c’è proprio una discrepanza totale".
Febbraio è il mese di Sanremo. Dopo la vostra esperienza nel 2012, avete mai pensato di tornare? Vi interesserebbe riportare la vostra musica su quel palco?
Risponde Cristiano: “Sanremo è diventato un posto che farebbe comodo a quasi tutti i musicisti. Poi non ci si svena per andare. Noi abbiamo fatto uno o due tentativi ulteriori ma ormai credo che siamo completamente fuori dai radar della direzione artistica, vedi bene le scelte che si fanno. Quindi si prende atto, senza problemi. Ma il fatto è che credo che il direttore artistico ogni anno, non so quanti pezzi debba ascoltare, gli arriva di tutto e non da gruppi sconosciuti ma da quelli conosciuti. Tutti vogliono andare a Sanremo, tranne pochi. E’ chiaro che Vasco Rossi non ha bisogno di andare a Sanremo ma c’è tutta una serie di altri nomi ai quali un passaggio a Sanremo non farebbe certo male dal punto di vista della comunicazione. E poi anche per il fatto di far sentire un pezzo a milioni di persone è una botta di visibilità che in questo momento è importante per molti artisti".
Farete un altro tentativo?
Risponde Riccardo: “Dovrebbe uscire il pezzo giusto. Ma qual è il pezzo giusto? Non lo sappiamo..." (di Federica Mochi)