L'artista al Puntasacra Film Fest con il film 'Ciao nì': "Racconta la mia sfrontatezza di aver sfidato le case discografiche che sono come un cinto per l'ernia, ti comprimono e non sei mai te stesso"
"Noi a Roma abbiamo la miniera d'oro, ma non ci piace scavare non ci piace soffrire un pochino per ottenere dei risultati". Renato Zero inaugura la quinta edizione del Puntasacra Film Fest all'Idroscalo di Ostia - "un'oasi che purtroppo non è così tanto promossa" - parlando al pubblico della romanità che "si sta in qualche modo sciogliendo". L'artista denuncia l'incapacità di "difendere i nostri romani, di dargli la dovuta considerazione, di ringraziarli per il loro dialetto, per la loro semplicità, per la schiettezza, per il fatto di tenere sempre la porta aperta di casa. E questo è molto grave. Ve lo dice un romano che ha in qualche modo lambito l'aristocrazia di Roma di quel tempo, per poi tuffarsi improvvisamente nella periferia e comprendere che la Roma non era quella di via Ripetta", perché "via Ripetta è un grande affresco, ma in verità i romani non stanno più lì".
Al festival ideato da Fabia Bettini e Gianluca Giannelli, direttori di Alice nella Città, ha introdotto la proiezione della versione restaurata di 'Ciao Nì' di Paolo Poeti, il film che nel 1979 raccontò Zero nel momento in cui la sua voce stava diventando quella di un’intera generazione. Più che un ritratto, è la testimonianza di un artista che ha trasformato la propria unicità in una forma di libertà, invitando gli altri a non avere paura di essere sé stessi. "Sono molto legato a questo film perché racconta l'artigiano, la mia sfrontatezza di aver sfidato le case discografiche, i produttori e tutte queste realtà che ti danno la sensazione di indossare il cinto per l'ernia, ti comprimono e non sei mai te stesso", ha spiegato Zero. Nel film, aggiunge, "mostra un artista che viene un po' sballottato da queste forze del male" ma alla fine di tutto "si scopre che la costanza, il temperamento e soprattutto il credere in sé stessi è la forma migliore per negarsi a quel pressappochismo di questi signori che vengono lì come se vendessero la carne: noi non siamo carne, siamo tutta anima".
Ad accogliere il grande Renato il suo popolo: i "sorcini", che prima dell’arrivo del loro mito hanno cantato a squarciagola i brani del loro mito, da 'Triangolo' a 'Spiagge' fino a 'Sesso o esse'. Tra i fan, chi con le fascette in testa come ai concerti, chi con le magliette con la faccia di "Renato Nazionale" e chi con i cartelloni con su scritto: "Hai dato voce ai nostri cuori". E quei cuori questa sera hanno battuto all’unisono. Proprio lì, dove a pochi chilometri dall’Arena, la notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975 Pier Paolo Pasolini venne ucciso. E la presenza di Zero in questo luogo diventa un dialogo ideale tra due artisti che, con linguaggi diversi, hanno fatto della libertà, della dignità degli ultimi e della forza delle periferie il cuore della propria poetica. Alla fine dell’incontro - dopo la consegna della maglietta dell'Ostia 1984 dalle mani dei ragazzi dell'Idroscalo Calcio - Zero scherza sul perché non gli piace fare le foto: "Tutti quelli che si sono fatti una foto, ora stanno al Verano". E ai romani dice: "Fate pure i vostri biglietti per Honolulu o per altri Paesi esotici, ma al Colosseo non ci siete mai entrati, non avete visto il Pantheon e nemmeno Castel Sant'Angelo e nemmeno i Musei Vaticani. Non è così che si è romani", conclude.