Fuori concorso nella sezione Venice Open, "Be Brave" di Francesco Carrozzini è dedicato al fondatore di Diesel e OTB
"Bisogna sempre accettare le sfide, e spesso rompere ogni regola". Un film sulla vita di Renzo Rosso che sceglie di non raccontare l'imprenditore visionario della moda italiana attraverso le regole tradizionali del documentario: è questa la scommessa di "Be Brave", presentato fuori concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Venice Open. Diretto da Francesco Carrozzini e prodotto da Our Films, società di Mediawan, con Lorenzo Mieli, Mario Gianani e Gabriele Immirzi, il progetto si presenta come una delle sperimentazioni più radicali dell'edizione di Venezia 83: un documentario realizzato attraverso un impiego estensivo dell'intelligenza artificiale generativa, utilizzata come componente strutturale del linguaggio visivo e del processo produttivo.
Al centro del racconto c'è uno degli imprenditori più riconoscibili della moda italiana e internazionale, fondatore nel 1978 di Diesel e, nel 2002, del gruppo OTB, Only The Brave, diventato negli anni una realtà globale alla quale fanno capo marchi come Diesel, Jil Sander, Maison Margiela, Marni e Viktor&Rolf, oltre alle società Staff International e Brave Kid e a una partecipazione nel marchio americano Amiri. Ma "Be Brave" non vuole essere semplicemente il ritratto di un imprenditore di successo. La sfida di Carrozzini è un'altra: raccontare un uomo che ha costruito la propria identità professionale proprio sulla capacità di rompere gli schemi utilizzando uno strumento che, oggi, più di ogni altro mette in discussione le regole della produzione audiovisiva. L'intelligenza artificiale diventa così non soltanto una tecnologia, ma una scelta narrativa, estetica e persino concettuale.
Il titolo del film riassume il messaggio che Renzo Rosso affida alle nuove generazioni: "avere il coraggio di osare, di non avere paura, di disobbedire alle convenzioni". "Be brave", appunto. Un invito che attraversa la storia personale dell'imprenditore e che, nelle intenzioni degli autori, diventa anche una dichiarazione di intenti sul rapporto tra creatività e tecnologia.
La storia parte da un momento simbolico della vicenda Diesel. E' il 1996 quando il marchio sbarca ufficialmente negli Stati Uniti, nel cuore della patria del denim, sfidando Levi's sul suo stesso terreno e arrivando a Lexington Avenue a New York. E' una scelta che sintetizza lo spirito di Rosso: entrare nel territorio del principale concorrente, non per adattarsi alle regole esistenti, ma per provare a cambiarle. Da quel passaggio prende forma un viaggio attraverso la vita, il lavoro e l'immaginario dell'imprenditore. Carrozzini incontra amici, collaboratori, artisti e creativi che hanno condiviso con Rosso momenti diversi del suo percorso. Dalle loro testimonianze emerge un elemento comune: la sensazione di essere stati incoraggiati a esprimere se stessi, a sentirsi liberi di creare, a superare i confini imposti dalle convenzioni. E' anche questa dimensione umana a impedire al film di ridursi a una celebrazione imprenditoriale. Rosso viene raccontato come un uomo capace di costruire un impero, ma soprattutto come una persona che ha fatto della provocazione una forma di linguaggio. Moda, comunicazione, pubblicità e cultura pop diventano nel corso dei decenni strumenti per mettere in discussione ciò che viene considerato normale.
E proprio per questo l'intelligenza artificiale, secondo Carrozzini, non poteva essere un semplice effetto speciale. "Raccontare Renzo Rosso - spiega il regista che è anche un celebrato fotografo del mondo cinematografico - significa confrontarsi con un pioniere che ha destrutturato i linguaggi tradizionali per creare cortocircuiti visivi e culturali". Rosso, osserva Carrozzini, è sempre stato "fondamentalmente un provocatore", tanto nella moda quanto nella comunicazione. Da qui la decisione di utilizzare l'IA non per inseguire una moda tecnologica, ma come strumento coerente con il protagonista.
L'idea, dunque, è trasformare la tecnologia nel "correlativo oggettivo" del pensiero di Rosso: un flusso generativo continuo, capace di rompere le regole e di mettere lo spettatore davanti a una domanda inevitabile. Che cosa succede quando una tecnologia in grado di generare immagini, suoni e rappresentazioni sempre più realistiche entra nel territorio della memoria, della biografia e del cinema? "Be Brave" prova a rispondere senza nascondere la macchina, ma nemmeno consegnandole il controllo dell'opera. Al contrario, uno dei punti rivendicati dalla produzione è proprio il mantenimento di una responsabilità creativa umana lungo tutto il percorso.
L'intelligenza artificiale, spiega Roberto Beragnoli, curatore degli effetti visivi, non ha sostituito il processo cinematografico tradizionale. E' stata inserita all'interno di una pipeline strutturata, modellata sulle procedure delle produzioni VFX. Il lavoro è partito dalla sceneggiatura, dalla quale è stato realizzato un breakdown completo del film, con la suddivisione in scene, sequenze e singole inquadrature. Ogni shot è stato identificato con un codice e trattato come una vera unità produttiva, con versioni successive, verifiche, revisioni e approvazioni. La continuità visiva è stata costruita attraverso una library proprietaria di reference asset, realizzata a partire da materiale originale, comprendente personaggi, ambientazioni, oggetti, palette cromatiche e riferimenti fotografici. Le immagini generate non sono quindi state semplicemente prodotte da un comando e inserite nel montaggio: sono state sottoposte a selezione, correzione, rigenerazione, compositing e controllo.
E' qui che il progetto rivendica una concezione dell'IA come strumento e non come autore autonomo. Ogni elemento generato viene sviluppato, verificato e raffinato da professionisti. La macchina accelera e amplia le possibilità, ma la decisione su cosa mostrare, come mostrarlo e perché mostrarlo resta nelle mani del gruppo creativo. Una vera e propria "bottega" contemporanea, nella definizione della produzione, dove tecnici, artisti, sceneggiatori, ricercatori, produttori e regista lavorano insieme. Un modello che, nelle intenzioni degli autori, dimostra come l'innovazione tecnologica possa convivere con una dimensione profondamente artigianale del cinema.
Determinante, in questo processo, è stato anche il lavoro del produttore creativo Marco Pianigiani, impegnato nella costruzione della struttura narrativa e del ritmo del film e nel dialogo continuo tra scrittura, regia, AI artist e montaggio. Il progetto è nato da un'idea di Lorenzo Mieli, con la scrittura di Michele Abatantuono e Lara Prando e la direzione creativa dell'IA affidata a Roberto Beragnoli. Lo sviluppo tecnologico è stato realizzato insieme a Blackstone, realtà italiana specializzata in effetti visivi e nell'applicazione dell'intelligenza artificiale ai processi audiovisivi. Il risultato è un'opera nella quale l'intelligenza artificiale viene applicata a una parte molto ampia del linguaggio cinematografico. Le ricostruzioni di episodi, ambientazioni, archivi e memorie possono così rappresentare eventi per i quali non esistono immagini o per i quali i materiali disponibili non sono più sufficienti.
Ed è proprio nella memoria personale che la tecnologia trova una delle sue applicazioni più significative. Renzo Rosso, durante la presentazione del progetto, ha sottolineato come l'IA abbia permesso di affrontare anche il problema delle immagini della sua infanzia. "Fare Renzo da bambino lo può fare solo l'IA perché non ci sono immagini", ha osservato. Rivedersi rappresentato da piccolo, ha raccontato, è stato "incredibilmente bello ed emozionante". Dietro l'imprenditore e dietro l'immagine pubblica emerge così il tema della famiglia. Rosso ha ricordato il debito nei confronti dei genitori e i valori ricevuti durante l'infanzia, a partire da quello della famiglia. Un tema che nel film assume un significato particolare anche per il rapporto personale con la madre di Francesco Carrozzini, Franca Sozzani, storica direttrice di "Vogue Italia". E' un legame che dà al progetto una dimensione ulteriore. Carrozzini conosce Rosso da quando era bambino e ha ricordato la profonda amicizia tra l'imprenditore e sua madre. La realizzazione di "Be Brave", ha raccontato, gli ha permesso di tornare idealmente a quel rapporto e, nello stesso tempo, di conoscere Rosso sotto una luce nuova. Un filo che collega direttamente il nuovo film all'esperienza precedente del regista al Lido di Venezia. Nel 2016 Carrozzini aveva presentato alla Mostra "Franca: Chaos and Creation", documentario dedicato proprio a Franca Sozzani. La madre del regista, scomparsa pochi mesi dopo quella partecipazione alla Mostra, aveva accompagnato il figlio sul red carpet della 73/a edizione del festival. Quel primo documentario era il racconto di una donna che aveva fatto della moda e della fotografia strumenti di rottura e di innovazione. Dieci anni dopo, Carrozzini torna a Venezia con un protagonista che, in un'altra parte dello stesso universo creativo, ha perseguito una filosofia simile: cambiare le regole anziché limitarsi a rispettarle.
Il legame personale con Sozzani, dunque, attraversa il film senza trasformarlo in un'opera nostalgica. Diventa piuttosto un ponte tra due generazioni e due figure accomunate dall'idea che la creatività debba avere il coraggio di esporsi. Rosso, del resto, ha rivendicato da sempre una relazione particolare con la tecnologia. Raccontando il progetto, ha ricordato episodi della propria infanzia e una curiosità quasi istintiva per i dispositivi e le innovazioni. Da adulto, quella stessa curiosità è diventata parte della sua attività imprenditoriale. Ha raccontato di essere coinvolto in diverse realtà tecnologiche e di aver seguito, nel corso della sua carriera, l'evoluzione di strumenti che "hanno modificato profondamente il modo di comunicare e fare impresa".
Per questo, quando Lorenzo Mieli gli ha presentato l'idea di un film costruito con l'intelligenza artificiale, la reazione di Rosso non è stata quella di chi si trova davanti a una tecnologia estranea. "Ho detto: questo pioniere sono io", ha raccontato, spiegando di aver riconosciuto nella proposta il proprio modo di affrontare le novità: "sperimentare prima degli altri, ma senza perdere il contatto con qualcosa di autentico".
Rosso ha spiegato di aver ricevuto negli ultimi anni diverse proposte per realizzare un film sulla propria vita, anche da parte di importanti case di produzione e registi. Le aveva rifiutate perché non si riconosceva nell'idea di diventare il protagonista celebrativo di un'autobiografia cinematografica. "Non sono uno showman", ha detto, chiarendo di non essere interessato a un'opera costruita per raccontare quanto fosse "bello" o "figo". La proposta di Mieli, invece, era diversa perché partiva dalla tecnologia e da una forma narrativa capace di mettere in discussione lo stesso concetto di biografia. E' un punto centrale del film: l'IA non serve a costruire un'immagine perfetta di Rosso, ma a mettere in scena il paradosso di un uomo reale raccontato attraverso immagini che, in alcuni casi, non sono mai esistite.
La questione della creatività, inevitabilmente, arriva al centro del confronto. Rosso rifiuta l'idea che la tecnologia possa sostituire il designer o l'artista. Al contrario, sostiene che l'IA possa diventare "uno strumento straordinario per ampliare il campo delle possibilità". Nel mondo della moda, ha spiegato, "la macchina può produrre rapidamente decine di ipotesi, combinazioni e variazioni. Può offrire al creativo una quantità di stimoli che sarebbe impossibile ottenere con la stessa velocità attraverso i metodi tradizionali. Ma la scelta finale resta necessariamente umana". La macchina può proporre, ma non possiede automaticamente il Dna di un marchio. Per trasformare un'idea in un prodotto coerente con un'identità, occorre conoscere la storia dell'azienda, il suo patrimonio, i suoi valori, i dettagli che ne costituiscono l'heritage. E anche quando l'IA produce un risultato convincente, "il lavoro non è finito: bisogna modificarlo, correggerlo, intervenire sui particolari, chiedere nuove versioni e orientare il processo". "La creatività non è sostituita dalla macchina", è il concetto espresso da Rosso. L'IA, piuttosto, può diventare uno stimolo capace di suggerire possibilità alle quali il creativo, da solo, forse non sarebbe arrivato.
E' una posizione che coincide con quella espressa da Lorenzo Mieli: "l'obiettivo del progetto è stato sperimentare l'intelligenza artificiale senza pregiudizi, verificarne concretamente limiti e potenzialità, ma anche ribadire la necessità di regolarla e controllarla". Il film diventa quindi anche una sorta di laboratorio. "Un gioco con lo spettatore", come lo definisce Carrozzini, nel quale l'IA viene applicata a molteplici livelli, comprese le interviste e il materiale d'archivio. Lo spettatore è chiamato a interrogarsi su ciò che sta guardando, sulla natura dell'immagine e sulla differenza sempre più sottile tra ciò che è stato registrato e ciò che è stato generato. (di Paolo Martini)