Il cantautore festeggia l'anniversario della hit del 2001 con un tour di 6 date estive: "La musica italiana di oggi? Apprezzo chi è tribolato dentro, non chi parla di Rolex d'oro"
Incontriamo Zucchero ‘Sugar’ Fornaciari, uomo dei record e ambasciatore del rock blues italiano nel mondo, nell’elegante suite di un hotel nel centro di Milano. L’occasione è il venticinquesimo anniversario di ‘Baila (Sexy Thing)’, la hit che nella notte del 22 giugno 2001 conquistò simultaneamente le radio di tutta Europa per poi scalare le classifiche di mezzo continente, diventando un fenomeno globale. Da quella scintilla nata quasi per caso - un inciso rimasto in attesa per anni prima di trovare la sua forma definitiva - fino all’esplosione internazionale, tra duetti come quello con i Maná e una seconda vita da colonna sonora del film francese 'Les Bronzés 3', ‘Baila’ continua ad accendere piazze e stadi in ogni parte del mondo. Oggi Zucchero, 70 anni compiuti a settembre, celebra questo traguardo con ‘Baila (Sexy Thing) 25th - Under the Moonlight’, un tour negli stadi italiani che promette di trasformarsi in una grande festa sotto le stelle. Un nuovo capitolo di una carriera straordinaria - oltre 60 milioni di dischi venduti, collaborazioni leggendarie e palchi iconici da Woodstock al Cremlino - che continua a rinnovarsi anno dopo anno. Con lui ripercorriamo la storia di ‘Baila’, il rapporto viscerale con il palco, l’evoluzione del suo blues e uno sguardo sul presente della musica italiana.
‘Baila’ compie 25 anni, ha avuto un successo clamoroso in tutto il mondo ed è stato in vetta in mezza Europa, è una di quelle canzoni che tutti conoscono: come è nata, mi racconti qualche aneddoto su questa canzone che ti è rimasto impresso?
"Io e Roberto Zanetti, detto Robix, siamo due amici che abitano vicini da sempre, fin da ragazzi. Lui è un autore e produttore di successo, soprattutto negli anni ’90. Suonava con me all’inizio le tastiere nella band che avevamo. Mi portò un giorno una cassetta con pianoforte e voce dell’inciso di ‘Baila’. Questi quattro accordi cantati, ‘Baila, Baila Morena’. Mancavano il ponte, il suono, il ritmo. Ci ho provato, ma per due o tre anni non è venuto fuori niente. Non riuscivo a trovare il mondo dove metterla, mi piaceva l’inciso. Poi, come è successo anche in altre canzoni, dopo tre anni credo, in un quarto d’ora viene fuori tutto. Quindi siamo andati in studio e l’abbiamo realizzata. È uscita addirittura un po’ tardi, verso fine giugno. Le radio hanno cominciato a fare il loro lavoro, a trasmetterla, ma non è mai stata una cosa così semplice: non è stata né pianificata né studiata a tavolino. È uscita e si è allargata come una macchia d’olio in tutta Europa. Poi l’anno dopo, con il duetto che fece con i Manà, che è un gruppo messicano molto famoso in Sud America e Nord America, è diventata un successo anche in quella parte del mondo. Quindi ha una storia semplice ma inaspettata".
Il tour di ‘Baila’ promette una grande festa negli stadi. Che tipo di esperienza vuoi far vivere al pubblico rispetto alla prima volta che l’hai portata sul palco 25 anni fa?
"Noi siamo in tour da cinque anni. Oltre a tutti quelli che ho fatto prima di fila, tutti gli anni in tour in giro per il mondo. Devo dire che ogni volta che partono i primi accordi di ‘Baila’, non so per quale motivo, perché in molti paesi non conoscono le parole e io la canto in italiano, subito si alzano e cominciano a ballare senza aspettare il ritornello, che è quello che potrebbe dare l’input. Essendo stata una hit è chiaro che si riconosce subito, però non è detto che sia così immediata. Questo è il ricordo che mi dà ‘Baila’. Infatti quando vedo che c’è un po’ di ‘stanca’, a volte la anticipo nella scaletta".
Se dovessi descrivere il tuo blues rispetto agli inizi, com’è cambiato e cosa è rimasto lo stesso oggi?
"Agli inizi ero molto più orientato verso un genere più rhythm and blues che blues. Premetto che io non faccio blues, attingo dal blues. Questo lo dico per i puristi, perché molti pensano che il blues debba essere fatto solo da gente afroamericana. Non è così, almeno per me. Ne ho parlato anche con altri artisti come Eric Clapton, Van Morrison, Jeff Beck: il blues è una cosa che hai dentro e basta. Puoi essere anche scandinavo. Detto questo, ero più sul rhythm and blues, quindi Otis Redding, Sam & Dave, un genere più ritmico. Poi ho scoperto il blues, il gospel, il funky, lo spiritual. E’ diventato forse un po’ meno ritmico, negli anni è un po’ più aperto, un po’ più mistico. Per uno come me dire mistico è tanta roba ma comunque c’è un po’ più di spiritualità".
Negli ultimi vent’anni si è prodotto tantissimo rap e trap. Secondo te lasceranno il segno nella storia della musica come l’R&B?
"Ci sono dei ragazzi che conosco, molto talentuosi, che apprezzo molto soprattutto per quanto riguarda le parole, quello che dicono, quello che vogliono trasmettere. Alcuni sono molto forti e hanno preso il compito che dovrebbe fare il rock. Una volta il rock era una musica trasgressiva, contro il sistema. Il rock adesso è diventato un po’ troppo acqua santa e poco diavolo. Qui, in questi generi, ci trovo ancora il diavolo e anche un po’ di genuinità e innocenza. Non tutti, non quelli che parlano dei Rolex d’oro e fanno i fenomeni, parlo di quelli in cui si sente che sono tribolati dentro. Quindi può essere che alcuni di loro rimangano, oppure che avranno una carriera lunga, se continuano così".
Nel panorama italiano c’è qualche nome che vuoi fare?
"Non ho problemi a fare nomi. Ho collaborato con Salmo, Marracash, Blanco. Ma poi ce ne saranno anche altri che magari non conosco bene. Ma in generale questi tre sono quelli che mi hanno sorpreso".
In un periodo, come quello attuale, segnato da guerre e tensioni geopolitiche, credi che la musica debba prendere posizione?
"Sì. In passato sono stati fatti eventi come Live Aid, Net Aid, poi Freddie Mercury nel Live Aid a Wembley per la causa dell’Aids. La musica sarebbe importante. Questi grandi raduni a certi livelli non risolvono, ma dovrebbero – e hanno avuto – il compito di sensibilizzare l’opinione pubblica su un grave problema. Mi sono meravigliato che ultimamente non ne vengano più fatti. Le ragioni ci sarebbero, anche forti in questo momento. Purtroppo, a parte qualcuno come Roger Waters o Bruce Springsteen, non sento gli altri. Mi sono anche chiesto come mai non si riesca a mettere insieme un evento. Alcuni mi hanno risposto che sono i manager a consigliare agli artisti di starne fuori. Chi invece si espone, come dovrebbe essere, nel mio piccolo lo faccio anch’io, viene in qualche modo penalizzato. Gli vengono cancellati i concerti, parlo dell’America. È successo anche a Roger Waters ed è triste".
L’anno scorso sui megaschermi hai mostrato la bandiera palestinese e la scritta “Chi non ha un blues per Gaza ha un buco nell’anima”…
"Sì, ma non ho mai avuto problemi. Lo dicevo fin dall’inizio: c’è qualcosa di molto discutibile in tutto quello che è stato innescato".
A Sanremo non è passato inosservato il fatto che nel festeggiare la carriera di Andrea Bocelli avessero dimenticato di ricordare che avevi scritto tu ‘Il mare calmo della sera’ che segnò il lancio definitivo della sua carriera con la vittoria nelle nuove proposte: ti capita spesso di pensare che il tuo contributo alla musica non sia abbastanza riconosciuto?
"Noi ci conosciamo da quando lui faceva ancora piano bar in provincia di Pisa. Io avevo questa intuizione di fare un crossover tra pop e musica lirica. Ho registrato ‘Miserere’ con lui, l’ho scelto per portare il provino a Pavarotti, ho convinto la signora Caselli a fargli un contratto, l’ho mandato a Sanremo tra i giovani. Ha vinto con una canzone co-scritta anche da me, ‘Il mare calmo della sera’. L’ho proposto al Night of the Proms in Olanda, ho scritto e prodotto altre canzoni nel suo album più venduto, ‘Romanza’. Credo di aver fatto tanto. Ogni tanto bisognerebbe anche ricordarselo, tutto qui".
Hai suonato ovunque e venduto 60 milioni di dischi. Cos’è che oggi ti emoziona ancora?
"La scrittura di un album nuovo è un momento molto intimo. È triboloso: vai a letto e non sei contento, ti alzi e pensi a cosa puoi fare. Però quando viene fuori qualcosa è come toccare il cielo con un dito. Poi c’è la tournée: c’è sempre tensione prima della prima data, ma quando il motore gira bene… io ho la fortuna di avere una band incredibile che suona con me da anni, quindi posso anche cambiare scaletta il giorno stesso. Devi saper gestire questi alti e bassi: ansia, adrenalina, poi di nuovo tutto da capo. È come un chirurgo: se non c’è tensione, se vai in automatico, non provi né sofferenza né gioia, e non trasmetti niente al pubblico". (di Federica Mochi)