Le dimissioni di Keir Starmer, annunciate lunedì 22, aprono una fase di transizione che potrebbe concludersi già a metà luglio con l'arrivo di Andy Burnham a Downing Street. Il primo ministro uscente resterà in carica come caretaker fino alla scelta del nuovo leader laburista, ma il quadro politico rende sempre più probabile un rapido passaggio di poteri privo di vera competizione interna. Starmer ha annunciato la decisione dopo mesi di difficoltà politiche, segnate dal crollo dei consensi, da tensioni interne al Labour e da una serie di battute d'arresto elettorali. A determinare l'epilogo è stata la vittoria ottenuta da Burnham alle elezioni suppletive di Makerfield il 18 giugno, che gli ha consentito di tornare alla Camera dei Comuni e quindi di concorrere per la leadership del partito. A pesare anche lo scandalo legato alla nomina di Peter Mandelson come ambasciatore negli Stati Uniti: i suoi rapporti con Jeffrey Epstein, emersi dopo il rilascio dei relativi atti, avevano costretto Starmer a licenziarlo e a smentire pubblicamente accuse di menzogna ai parlamentari, un caso che aveva ulteriormente intaccato la sua credibilità.
Starmer è il settimo primo ministro a dimettersi negli ultimi dieci anni, dalla svolta della Brexit. Il primo a saltare è stato David Cameron, conservatore, che ha voluto il referendum, ha fatto campagna per il no e ha perso nelle urne il 23 giugno 2016, quando il 51,89% degli elettori britannici hanno scelto di lasciare l'Unione europea. Altre dimissioni direttamente legate alla Brexit sono state quelle di Theresa May, nel 2019, arrivate dopo un lungo stallo in Parlamento sulle modalità di uscita dalla Ue. Il suo successore, Boris Johnson, uno dei principali esponenti della campagna pro-Brexit, è riuscito invece a portare a termine un accordo sia in Parlamento sia a Bruxelles, firmando l'uscita ufficiale della Gran Bretagna dalla Ue il 31 gennaio 2020. Le dimissioni, nel suo caso, sono arrivate nel 2022 a seguito di una rivolta ministeriale, legata a scandali e passi falsi. Liz Truss è il caso più eclatante di fallimento legato alla pessima gestione del dossier economia. La sua scommessa sul 'mini-budget', una serie di tagli fiscali non adeguatamente coperti non ha per nulla convinto i mercati finanziari, che hanno innescato una spirale rapidissima che ha portato a una pericolosa crisi di fiducia, mettendo a rischio la stabilità finanziaria del Regno Unito. È rimasta a Downing Street solo 45 giorni prima di annunciare le sue dimissioni. Rishi Sunak è diventato, sempre nel 2022, il terzo primo ministro britannico in tre mesi. Ma il consenso del partito conservatore, nonostante nel febbraio 2023 sia stato capace di raggiungere un accordo con l'Ue sulle regole commerciali per l'Irlanda del Nord, migliorando i rapporti tra Londra e Bruxelles, si è ulteriormente consumato per il deteriorarsi della qualità della vita degli inglesi e, alle elezioni del 4 luglio 2024, è stato battuto dal Partito Laburista.
L'iter per la successione a Keir Starmer si aprirà formalmente il 9 luglio, con la raccolta delle candidature che si chiuderà il 16 luglio, alla vigilia della pausa estiva del Parlamento. Per entrare nella corsa servirà il sostegno di almeno 81 deputati laburisti. Se dovessero esserci più candidati, la scelta finale verrebbe affidata agli iscritti nel corso dell'estate, con l'obiettivo di avere un nuovo leader entro il 1° settembre, alla ripresa dei lavori parlamentari dopo la pausa estiva. Ma questo scenario appare sempre meno probabile. Wes Streeting, ex ministro della Sanità e considerato fino a oggi il principale potenziale rivale di Burnham, ha infatti rinunciato a candidarsi e ha annunciato il proprio sostegno all'ex sindaco di Manchester. La sua decisione riduce drasticamente le possibilità di una vera competizione interna e apre la strada a una nomina del nuovo leader in tempi rapidi. Se nessun altro esponente riuscisse a raccogliere l'appoggio necessario, Burnham potrebbe essere proclamato leader del Labour già il 17 o 18 luglio, pochi giorni dopo la chiusura delle candidature, diventando immediatamente primo ministro senza passare attraverso una consultazione degli iscritti.
L'ascesa di Burnham avrebbe anche un valore storico. Se dovesse varcare la soglia di Downing Street, diventerebbe il primo premier cattolico nella storia britannica. Nel 2015 aveva dichiarato di non essere "particolarmente religioso", pur sottolineando come la "dottrina sociale cattolica" rappresenti uno dei pilastri della sua visione politica. Tony Blair si convertì al cattolicesimo soltanto nel 2007 dopo aver lasciato l'incarico di primo ministro, mentre Boris Johnson, battezzato cattolico da bambino, aderì successivamente alla Chiesa anglicana.