Buttafuoco evoca Gabriele d'Annunzio e la 'forza' di Venezia

Nel 1895 il Poeta chiudeva la prima Esposizione invitando artisti di ogni paese in Laguna per testimoniare “i loro sogni e i loro sforzi nuovi”

(ufficio stampa Biennale di Venezia)
(ufficio stampa Biennale di Venezia)
19 marzo 2026 | 17.03
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"Bisogna onorare quel cittadino veneziano (l'allora sindaco Riccardo Selvatico, ndr), che, inviando un nobile messaggio ai nostri maestri d'arte e a quelli d'oltremonte e d'oltremare, dimostrò d'aver fede in questa forza di fecondità ideale ond'è dotata Venezia. V'è dunque ancora qualcuno che in mezzo a tanta miseria e a tanta abiezione serba la fede nel genio occulto della stirpe, nella virtù ascendente delle idealità trasmesseci dai padri, nel potere indistruttibile della Bellezza, nella sovrana dignità dello spirito, nella necessità delle gerarchie intellettuali, in tutti gli alti valori che oggi dal popolo d'Italia sono tenuti a vile. Bisogna onorare quel cittadino. Invitando con solennità a convenire in Venezia maestri d'ogni paese perché recassero innanzi a questo eterno focolare d'arte una qualche testimonianza dei loro sogni e dei loro sforzi nuovi, egli dimostrò di conoscere il significato verace dell'evento opportuno. In nessun altro luogo - egli certo pensò - questi ospiti potrebbero sentire più profondamente il discordo che è oggi tra l'Arte e la Vita". Le parole di Gabriele d’Annunzio, pronunciate nell’ottobre del 1895 alla chiusura della prima Esposizione internazionale d’Arte, sono tornate oggi al centro del dibattito culturale durante la presentazione da parte del presidente della Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco, del rinnovato Padiglione centrale dei Giardini.

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Rimandando al testo dannunziano integrale, Buttafuoco ha voluto sottolineare l’attualità di un pensiero capace di attraversare i secoli. Nel suo intervento, il presidente della Biennale ha evocato il celebre discorso di Gabriele d'Annunzo, in cui si invitavano artisti di ogni paese a riunirsi a Venezia per testimoniare “i loro sogni e i loro sforzi nuovi” davanti a quello che il poeta italiano allora di maggior successo presso l'opinione pubblica definiva un “eterno focolare d’arte”. In quell'occasione il Vate della Nuova Italia lanciò agli artisti l'appello a popolare dei loro sogni la nascente Biennale veneziana: "venite a riconoscere i vostri mali sotto lo splendore di quest'anima antica e pur sempre novella".

Il messaggio, allora come oggi, ruota attorno al rapporto tra Arte e Vita. D’Annunzio denunciava già alla fine dell’Ottocento una frattura profonda tra le due dimensioni, esortando gli artisti - descritti come figure isolate, sospese tra aspirazioni ideali e disillusioni - a riconoscere le proprie inquietudini e a ritrovare un principio vitale nell’arte stessa. Un passaggio che sembra conservare una sorprendente attualità. “In nessun altro luogo - scriveva d’Annunzio — questi ospiti potrebbero sentire più profondamente il discordo che è oggi tra l’Arte e la Vita”. Parole che risuonano oggi in un contesto globale segnato da crisi culturali e trasformazioni sociali, in cui il ruolo dell’arte torna a interrogarsi sulla propria funzione, anche sulla scia che hanno investito l'annunciato padiglione russo alla Biennale Arte 2026 e l'intervento del ministero della Cultura. La Biennale Arte, auspicava Gabriele d'Annunzio in quel 1895, si manifestava come luogo in cui l’arte poteva ritrovare la sua “fiamma inestinguibile” nel dialogo con la vita.

Nell'altra parte dell'orazione dannuziana richiamata si legge: "O uomini solitarii - egli volle dire - i quali vi traeste in disparte dalla folla ostile per adorare un fantasma che sol vive nello specchio dei vostri occhi; e voi che vi creaste re d'una reggia senza finestre, ove in vano aspettate da tempo immemorabile non so qual Visitazione; e voi che di sotto a una ruina credeste disseppellire il simulacro della Bellezza, e non era se non una Sfinge corrosa che vi travaglierà coi suoi enigmi sino alla morte; e voi che ogni sera vi mettete su le vostre soglie per veder giungere lo Straniero misterioso dal mantello gonfio di doni, e pallidi ponete l'orecchio contro la terra per udire il passo che sembra avvicinarsi e poi si dilegua; voi tutti che un cordoglio rassegnato sterilisce o un orgoglio disperato divora, voi tutti che indura una pertinacia inutile o rende insonni un'attesa di continuo delusa, venite a riconoscere i vostri mali sotto lo splendore di quest'anima antica e pur sempre novella. Essa vi rivelerà il segreto della sua fiamma inestinguibile quando vi dirà che nacque dal più appassionato connubio dell'Arte con la Vita". (di Paolo Martini)

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