Tra i titoli selezionati dall'Adnkronos anche 'Dimmi di te' di Chiara Gamberale e 'L'umana sete di prefazioni. Testi liminari 1956-2015' a 10 anni dalla morte di Umberto Eco
Ecco una selezione delle novità in libreria, tra romanzi, saggi, libri d'inchiesta e reportage, presentata questa settimana dall'AdnKronos.
Arriva in libreria il 12 febbraio 'Dimmi di te', il nuovo libro di Chiara Gamberale. Chiara si ritrova madre quasi per caso e trapiantata in un quartiere che non sente suo. La sua inquietudine esplode: non lavora, non ama, non sogna più. Finché l’incontro con un vecchio amico la spinge a contattare chi da ragazza aveva idealizzato - l’amore disperato, la più desiderata della scuola, il rivoluzionario, il bravo ragazzo - per domandare: "Ce l’hai fatta a crescere, senza perderti?" Inizia cosí un viaggio nel passato e dentro di sé, in cui ogni incontro è uno specchio e una prova. Portavoce dei nostri segreti piú profondi, Chiara Gamberale ci regala un’indagine in forma di romanzo sul modo impacciato, tenace o incosciente con cui rimaniamo in bilico fra i sogni che avevamo e la vita che facciamo. E inventa per tutti la possibilità di trasformare una palude nel mare aperto.
E' in libreria con Mondadori 'Uomini a pezzi' di Alessandro Bongiorni, libro pubblicato nella collana 'Il Giallo Mondadori'. Il vicecommissario Rudi Carrera ha perso tutto: la compagna, il suo più caro amico e tante anime fragili che lui non ha saputo proteggere. L’ultima, in ordine di tempo, è un’informatrice di nome Teresa, una ragazza madre con un passato di droga e il sogno di diventare musicista, stroncata da un’overdose proprio la notte in cui Carrera era troppo distratto per rispondere alla sua richiesta di aiuto. Distrutto dal senso di colpa, Rudi si getta anima e corpo nel mondo ambiguo della scena trapper, che Teresa stava spiando per lui, ma presto le indagini si trasformano in qualcos’altro: nel cimitero di Lambrate, periferia di Milano, viene ritrovato il cadavere di un giovane immigrato, probabilmente clandestino, e l’autopsia rivela che prima di morire gli sono stati espiantati i reni e il fegato con una tecnica da chirurgo professionista.
In un universo costellato di personaggi sull’orlo del baratro, dove la giustizia, la violenza e l’etica assumono contorni sfocati, Rudi cerca la verità, rendendosi presto conto di essere inciampato in un angolo buio del mondo: quello di chi, per disperazione, per sopravvivere alle lunghe liste d’attesa, è disposto anche a comprare organi al mercato nero… Figlio adottivo di Don Winslow e James Ellroy, Alessandro Bongiorni confeziona un noir dal ritmo sfrenato e carico di un’umanità dolente che racconta senza sconti i peccati più indicibili della nostra società.
Rizzoli manda in libreria 'I guerrieri d’inverno' di Olivier Norek. Finlandia, 1939. L’apparente silenzio della foresta è in realtà un coro di suoni e di voci. Il giovane Simo ha imparato dal padre a non trascurare alcun dettaglio. È un cacciatore esperto e conosce il respiro della volpe, sa adattare il proprio a quello dell’animale, prima di colpire. Sa valutare le distanze e quanta differenza può fare un errore di calcolo. Ciò che ancora non sa è che presto la sua precisione infallibile si misurerà in vite umane, tolte e salvate. Nell’autunno di quell’anno l’Unione Sovietica si appresta ad aggredire la Carelia, un’area apparentemente innocua, ma strategica per la sua posizione di ponte tra il fronte tedesco e quello russo.
L’attacco non è immediato, passano mesi di incertezza, e in questo tempo di attesa, mentre l’inverno inizia a stringere la sua morsa, un milione di finlandesi viene reclutato. Sono giovani inesperti della guerra, un popolo pacifico che viene condotto lungo le linee di confine, senza attrezzature adatte, spesso senza preparazione. E così, nel freddo più spietato, nel cuore del conflitto più violento della sua storia, il popolo intero di un piccolo Stato si solleverà contro il nemico e, tra i suoi soldati, nascerà una leggenda: Simo Häyhä, che grazie alle insuperate doti di tiratore diventa la Morte Bianca, il fantasma inespugnabile per la schiacciante Armata rossa, il simbolo di un’incredibile resistenza, fonte d’ispirazione per i compagni in trincea. Con sguardo lucido Norek ci avvicina a Simo, ma anche a Toivo, Viktor, Leena e tanti altri, protagonisti di un destino che non hanno scelto ma di cui sono inevitabilmente gli eroi. I guerrieri d’inverno è un romanzo sulla durezza e sull’umanità che si confrontano durante le guerre, uno studio attentissimo a quanto è successo ed è stato dimenticato. Un romanzo che ci parla, ancora oggi, di quei luoghi in cui la Storia irrompe come una tempesta, e dove la lotta per la propria libertà si accende, senza filtri.
Olivier Norek ha partecipato ai soccorsi umanitari durante la guerra nella ex Jugoslavia prima di entrare nella polizia giudiziaria, dove è rimasto per diciotto anni. È autore di quattro romanzi polizieschi con il commissario Coste, tutti tra i primi posti delle classifiche francesi. 'Tra due mondi' (Rizzoli 2018) è il suo primo libro pubblicato in Italia. Tradotti in 14 lingue, i libri di Norek hanno venduto due milioni di copie nel mondo, ottenendo numerosi premi letterari, tra cui il Prix “Le Point” du Polar Européen nel 2016, il Grand Prix des Lectrices de “Elle” nel 2017, il Prix Maison de la Presse, il Prix Relay e il Prix Babelio per Superficie.
Laterza manda in libreria 'L'uomo che sfidò Mussolini. Giovanni Amendola, antifascista liberale' di Antonio Carioti. Giovanni Amendola era per Mussolini "il più forte avversario che il paese potesse proporci". Per questo fu aggredito dai fascisti e cento anni fa morì per le conseguenze del pestaggio: un omicidio che, assieme a quello di Giacomo Matteotti, ha segnato la storia d’Italia. Liberale e antifascista, leader dell’Aventino e aperto alle istanze sociali, la sua figura ha ancora molto insegnarci.
Siamo nel luglio del 1925. Giovanni Amendola è in viaggio verso Pistoia da Montecatini, che ha dovuto lasciare perché una folla di camicie nere ha posto sotto assedio il suo albergo. Per Amendola, questi attacchi non sono una novità. Ha già subito nel 1923 un pestaggio a Roma, dove ora è il leader principale dell’Aventino, la coalizione dei deputati antifascisti sorta dopo il delitto Matteotti. Improvvisamente, a una svolta, l’auto è costretta a fermarsi e Amendola viene assalito dai fascisti che, dopo avergli garantito l’incolumità, avevano preparato l’agguato. Lo picchiano brutalmente a colpi di bastone. Le ferite sono gravi e lo condurranno alla morte pochi mesi dopo, nell’aprile del 1926. A cento anni dalla scomparsa, Antonio Carioti parte da questo drammatico episodio per ricostruire la biografia del più acuto e coraggioso oppositore liberal-democratico del Duce.
Autodidatta di origini modeste, Amendola si afferma ai primi del Novecento nell’ambiente delle riviste fiorentine, per poi passare al Corriere della Sera di Luigi Albertini. Eletto deputato nel 1919, figlio del Mezzogiorno di cui reclama il riscatto, è uno spirito religioso, animato da una fede profonda nella libertà. Ostile al fascismo e al comunismo, si batte per trasformare l’Italia in una democrazia moderna e capisce in anticipo su molti altri il pericolo costituito dal sorgere di un partito armato agli ordini di Mussolini. Denuncia per primo nel 1923 lo «spirito totalitario» del regime nascente e avanza la proposta di creare una Corte costituzionale per tutelare le regole del gioco dagli abusi del potere. Un nemico troppo pericoloso perché il fascismo potesse tollerarlo.
Il 19 febbraio saranno dieci anni dalla scomparsa di Umberto Eco, filosofo, narratore, intellettuale critico, che ha segnato la cultura del nostro tempo, nonché socio fondatore della casa editrice La Nave di Teseo. La casa editrice ricorda l'autore del romanzo bestseller "Nome della rosa" con la pubblicazione del volume 'L'umana sete di prefazioni. Testi liminari 1956-2015' (a cura di Leo Liberti).
Umberto Eco è noto come scrittore di romanzi e saggi di estetica, critica letteraria, semiotica, e filosofia. Sono famose le sue Bustine di Minerva e si ricordano i suoi articoli sui quotidiani. Questa raccolta propone per la prima volta l’Eco scrittore di prefazioni e scritti introduttivi o conclusivi, una intensa produzione che ha accompagnato incessantemente la sua attività culturale e accademica. Questo volume di “scritti liminari” copre un arco temporale che va dal 1956 al 2015, attraversando diversi campi di intervento a cui Eco si è dedicato: prefazioni di ambito letterario, di attualità e costume, sui fumetti e una selezione di testi di carattere filosofico e semiotico.
Il volume ci restituisce così tutta l’ampiezza di una personalità fuori dal comune, che attraverso i suoi interventi osserva, e spesso anticipa, i cambiamenti del mondo in questi sessant’anni. “Ci sono solo due casi in cui la prefazione non fa male. Il primo caso è prefazione da Vivente a Defunto, il secondo è prefazione da Grande Vecchio a Fanciullo. Tutti gli altri casi vibrano un colpo mortale al prefato", scrive Eco.
E' in libreria con Solferino 'Il prezzo della libertà' di Valentina Petrini. Sibilla e Anna appartengono a due generazioni diverse: una è nata nel 1963, l’altra nel 1945. Anche i loro mondi sono differenti, la buona borghesia intellettuale e la classe operaia. Eppure, sebbene nemmeno si conoscano, hanno qualcosa in comune: una malattia che le costringe a soffrire di un dolore invalidante e insopportabile, e poco tempo davanti.
Sibilla è un’attivista nella battaglia per la piena attuazione della legge sul suicidio assistito e soprattutto, a differenza di Anna, è benestante: sa che non è tenuta a sopportare all’infinito il suo calvario, potendosi permettere la prospettiva di una fine dignitosa in Svizzera. Anna, al contrario, figlia del dopoguerra, ha svolto lavori umili per tutta la vita, la possibilità di studiare le è stata negata e non ha risorse economiche, né la consapevolezza piena dei suoi diritti. Così, mentre Sibilla fa di tutto per ribellarsi, Anna finisce per non poter disporre nemmeno del suo stesso corpo, perché sono altri a decidere per lei. E la sua tenace e generosa sorella Gabriella si troverà da sola a districarsi tra le inefficienze e le ingiustizie di un Servizio sanitario sempre meno pubblico.
Raccontando con il passo di un romanzo la storia dell’ultimo tempo di vita di queste due donne che ha incontrato e a cui è stata vicina, Valentina Petrini parla di tutti noi: dei nostri cari, del nostro futuro, dei nostri diritti. Illumina l’ipocrisia e l’ingiustizia di una società che chiude un occhio – o entrambi – quando le disuguaglianze economiche e culturali incidono sulla nostra carne viva e ci rendono cittadini di serie A o di serie B anche di fronte alle scelte più cruciali. Se non siamo liberi di decidere se e come curarci, come vivere e come morire, quanto vale veramente la nostra libertà?
Ci sono fatti di cronaca destinati a rimanere per sempre nell'immaginario collettivo, storie capaci di dividere l'opinione pubblica e toccare corde insospettate. Il caso Garlasco è uno di questi: un delitto che ha segnato il Paese, una storia giudiziaria solo apparentemente conclusa e che oggi torna con nuovi interrogativi e nuove ombre. Per anni l'unico indagato è Alberto Stasi, compagno della vittima, il 'biondino dagli occhi di ghiaccio'. Viene condannato a sedici anni di carcere, eppure manca il movente, le testimonianze vanno in un'altra direzione, il suo alibi viene accertato. Si può dire che sia colpevole oltre ogni ragionevole dubbio? La risposta è no.
Da qui parte 'Il ragionevole dubbio di Garlasco' (Piemme), il racconto di Stefano Vitelli e Giuseppe Legato, il magistrato che nel 2009 assolse Stasi in primo grado, in un libro che ripercorre - umanamente e giudiziariamente, con elementi del processo mai raccontati al grande pubblico - tutta la vicenda: dalla telefonata al 118 alle analisi informatiche compromesse, dalle macchie di sangue alle nuove perizie che riscrivono ciò che si credeva acquisito, fino al movente fantasma e all'assunto per cui 'meglio un colpevole fuori che un innocente dentro'. Dubbi, verifiche, domande senza risposta, ma anche la responsabilità di chi deve giudicare sapendo che non si può scommettere sulla colpevolezza dell'imputato: la posta in gioco è troppo alta, un errore simile potrebbe segnare per sempre la vita di un innocente. Una narrazione immersiva, che dal caso di cronaca più discusso di sempre si apre a una riflessione universale sul potere, la conoscenza e il limite umano.
Esce il 10 febbraio con Feltrinelli 'U Maxi. Dentro il processo a Cosa Nostra' di Pietro Grasso. Questo libro entra nell’aula bunker di Palermo e ci fa sedere in prima fila, là dove l’Italia ha smesso di tacere. Il Maxiprocesso non è stato soltanto un evento giudiziario: è un romanzo nazionale di sangue e denaro, paure e resistenze, in cui la lingua delle carte si accende in scene, volti, voci.
Pietro Grasso, uno dei suoi protagonisti, ricostruisce - con prosa limpida e rigore assoluto - la trama fittissima che lega la guerra di mafia alle rotte internazionali dell’eroina, la provincia contadina alle alleanze con New York, gli sportelli bancari di Lugano ai cantieri del cemento palermitano. La narrazione segue il ritmo del dibattimento: l’ingresso dei parenti delle vittime, le deposizioni che si incrinano in silenzi, la dignità ferita di chi chiede solo giustizia. Rivediamo gli investigatori che hanno pagato con la vita (Boris Giuliano, Emanuele Basile) e grandi magistrati come Falcone e Borsellino; ascoltiamo la voce delle vedove e il coraggio delle donne che si sono costituite parte civile. Davanti, nelle gabbie, l’altra faccia del Paese: i Corleonesi, i grandi trafficanti, i pentiti Buscetta e Contorno, gli insospettabili dei salotti buoni, le minacce a microfono aperto.
Atti, rogatorie, intercettazioni diventano racconto vivo: laboratori sotterranei, pescherecci carichi di droga, navi fermate a Suez, conti cifrati in Svizzera, valigie di dollari sporchi arrivati dalle pizzerie del Bronx, affari con industriali e faccendieri. Intorno, una borghesia che spesso finge di non vedere, e talvolta tiene il registro. Qui la storia non cerca scorciatoie: distingue, scava, mette in fila i fatti e le parole, mostrando il punto esatto in cui la verità processuale incontra (o manca) la verità storica. Questo è il racconto di come, in un’aula verde come un’astronave, l’Italia ha imparato a chiamare le cose con il loro nome. E di come quelle parole – finalmente dette – hanno cominciato a cambiare il corso della nostra storia. Il 10 febbraio 1986, dentro l’aula bunker di Palermo, il Paese impara a pronunciare la parola 'mafia' guardandola in faccia: voci, carte, corpi, denaro. Il Maxiprocesso non chiede di scegliere da che parte stare: porta dove le scelte sono già costate tutto. “Ho visto lo Stato vincere non solo arrestando i mafiosi, ma rispettando la legge anche con chi ne era stato il nemico”, racconta Grasso.
Dal 10 febbraio sarà in libreria 'Qualcuno da odiare' di Ilaria Rossetti. Nel 1937 Abele ha diciott’anni ed è un soldato nell’impresa coloniale fascista: il regime per lui rappresenta la speranza di poter aprire un suo forno e diventare panettiere come suo padre. L’Etiopia è la terra dell’avventura e della conquista, e quando tutto finisce e si ritorna a casa, sconfitti, Abele si scontra con la realtà: il Novecento corre e bisogna stare al passo, è una freccia lanciata verso il boom economico, i supermercati che arrivano anche in provincia, la legge sul divorzio e le donne che reclamano la parità dei diritti.
Il tempo passa e Abele invecchia coltivando un astio profondo verso un mondo che non ha mantenuto nessuna delle sue promesse: la rabbia è il suo modo per sopravvivere, l’ideologia l’unica lettura della realtà in grado di spiegargli di chi è la colpa. Così è anche per Ludovica, trentenne che si trascina in un presente faticoso, sentendosi invisibile e tradita dalle generazioni precedenti. Finché non incontra Abele, ormai centenario, grazie a Idea Sociale, un gruppo neofascista che sembra prendersi cura di coloro che stanno ai margini, che sa comprendere e indirizzare il rancore, la solitudine. Ma è proprio in questo inaspettato legame che si apre una possibilità per fare i conti con sé stessi, con la propria memoria e le proprie paure, e forse per mettere finalmente tutto in discussione.
Ilaria Rossetti è nata a Lodi nel 1987. Nel 2007 ha vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto 'La leggerezza del rumore'. Ha scritto i romanzi 'Tu che te ne andrai ovunque' (2009), 'Happy Italy' (2011), 'Le cose da salvare' (2020, Premio Neri Pozza, Premio Salerno Libro d’Europa e Premio Lugnano), 'La fabbrica delle ragazze' (2024, Premio Acqui Storia e finalista al Premio Biella Letteratura e Industria), e i saggi 'Stig Dagerman. Il cuore intelligente' (2021) e 'Parole. Dire la cosa giusta, o l’arte dell’esattezza' (2023). Tiene corsi e laboratori di scrittura e narrazione, e dal 2022 insegna alla Scuola Holden di Torino.