Lo scrittore francese, a Milano per presentare il suo ultimo lavoro, è stato accolto da centinaia di lettori: "E' un libro pieno di tenerezza, scritto nella luce autunnale della mia vecchiaia"
Sembra il pubblico di una rockstar quello radunato davani al Teatro Dal Verme di Milano, per il ritorno in libreria di Emmanuel Carrère, da sempre un evento atteso e partecipato. In sala, gremita in ogni ordine di posti, lo scrittore francese presenta ‘Kolchoz’ (Adelphi), in uscita il 5 maggio, a tre anni dal precedente libro, ‘V13’, in un racconto che intreccia la storia della sua famiglia con l’attualità e la storia. “E’ una grandissima gioia essere letto come in Italia: se avessi dovuto scegliere un Paese in cui avere successo, avrei scelto proprio questo”, esordisce Carrère, intervistato dallo scrittore Marco Missiroli, e lasciando emergere un legame profondo con il pubblico italiano che lo accoglie ogni volta con attenzione quasi reverenziale. Nonostante sia un evento sold out, in tantissimi, giovani e meno giovani, senza biglietto in tasca, hanno atteso più di due ore davanti al foyer del teatro, nella speranza di riuscire comunque ad ascoltare il loro beniamino raccontare il suo ultimo lavoro.
Il libro è nato dopo la morte di entrambi i genitori, avvenuta a breve distanza l’una dall’altro tra l’estate e la fine del 2023, ed esplora in particolare il rapporto complesso con la madre, Hélène Carrère d’Encausse (storica e politica francese, membro dell'Académie française, ndr) proseguendo la ricerca genealogica introdotta in ‘Un romanzo russo’, del 2007. Ma la genesi è da ricondurre anche alla guerra in Ucraina, iniziata nel 2022. “La guerra in Ucraina mi ha particolarmente toccato e ha alterato il mio amore per la Russia”. Un conflitto che per Carrère non è mai stato solo geopolitico: “Per motivi personali l’Ucraina ha avuto un’importanza particolare. La Russia è un affare di famiglia: io ho radici russe, mia madre era una storica e slavista, e ho amato la Russia. Ma la guerra ha alterato il mio rapporto con questo Paese. Ho iniziato a occuparmene con reportage in Ucraina e Georgia per raccontare questa guerra. Poi sono arrivati il declino e la morte di mia madre e le cose si sono unite”.
Il racconto si addentra quindi nella sfera privata, con uno degli episodi più difficili da affrontare: “Avevo una decina di anni. Mia madre aveva una relazione con un altro uomo, arrivò a lasciare mio padre che minacciò di uccidersi. Lei glielo fece pagare per tutta la vita”. Un momento che segnò una frattura definitiva nella madre: “Un giorno rientrò a casa e aveva cambiato colore di capelli senza dire nulla. Restò sempre bionda. Questa donna si trasformò in un’altra, molto più dura e controllata. Quella metamorfosi dice molto della sua vita ma ebbe una grande importanza anche nella mia”. Il rapporto con la madre non è mai stato conflittuale: “Un avversario? Forse nel senso di qualcuno che ha avuto potere, una potenza contro la quale ci si costruisce”. Figura centrale e intimidatoria, è anche colei che lo ha avvicinato alla letteratura: “Mi ha insegnato il gusto e l'amore per la letteratura - ricorda -. Quando è diventata non solo autrice bestseller ma un’oracolo, per così dire, della geopolitica, ci sono stati rancori e risentimenti da parte mia”.
Poi la riconciliazione: “Tutto ciò si è dissipato negli ultimi anni e negli ultimi giorni della sua vita. Ha avuto una morte stoica, accettata e controllata, circondata da tutti quelli che amava, con un senso di nobiltà e semplicità”. E’ stato quel momento a innescare la scrittura di 'Kolchoz': “Avevo l’impressione di assistere a qualcosa di bello. Prendevo appunti. Credo che tutto il libro sia scritto in questa specie di luce della morte di mia madre”. Accanto a questa figura dominante, emerge quella del padre: “Ha vissuto tutta la sua vita nell’ombra di mia madre. Lei molto potente, lui più discreto”. Un’esistenza difficile, ma, fa notare lo scrittore, “se sono restati insieme per 75 anni, entrambi avevano un loro tornaconto. Lui non avrebbe cambiato il suo posto nel mondo con nessun altro”. Dopo la sua morte, Carrère ha scoperto di avere a disposizione un ‘tesoro’: “Era appassionato di genealogia della famiglia di sua moglie. Ho scoperto ricerche organizzate e perfettamente commentate: era come se mi dicesse “te le consegno, fanne ciò che vuoi’. Se mia madre è l’eroina, mio padre è il coautore. Aver reso giustizia a mio padre è una grande gioia per me e per le mie sorelle”.
Sulla scrittura, Carrère non nasconde di aver provato paura nell’affrontare certi argomenti in ‘Un romanzo russo’, nel quale aver indagato e reso pubblico un segreto di famiglia legato al nonno materno, Georges Zurabishvili, georgiano, che sua madre voleva mantenere nascosto e che causò una profonda tensione tra i due: “C’è stata una trasgressione, non un'aggressione, nei confronti di mia madre, spinta da un gusto feroce per la ricerca della verità. Ho scritto con paura e tremore quel libro”. Ma ‘Kolchoz’ è diverso: “Non avevo paura di questo libro. Sono ritratti contrastanti ma luminosi. È un’elaborazione del lutto, ma anche antistress: una tristezza piena di dolcezza che mi cullava. Ho fatto fatica ad abbandonarlo e finirlo”. La letteratura resta il suo asse portante: “L’amore per la lettura è una delle colonne vertebrali della mia vita. So che leggerò fino a quando sarò sul letto di morte” confessa Carrère. E proprio sui libri si apre una delle parentesi più vivaci della serata, quella sulla storica contrapposizione tra Fëdor Dostoevskij e Lev Tolstoj: “Nella mia famiglia c’era una lotta fra loro. Vivevamo nel culto assoluto di Dostoevskij, eroe culturale totale, e nel disprezzo completo per Tolstoj, considerato sopravvalutato”. La svolta avvenne qualche anno più tardi, quando uno zio lo chiamò nel cuore della notte: “Avevo trent’anni e mi disse di leggere ‘Guerra e pace’ immediatamente. Poco a poco è diventato il più grande romanzo in assoluto: Dostoevskij ha iniziato a impallidire mentre sorgeva il sole di Tolstoj”.
Un giudizio che oggi si intreccia con la guerra in Ucraina e a Dostoevskij, “parecchio danneggiato dalla guerra”, dopo essere diventato oggetto di polemiche e ostracismo in Occidente a seguito dell’invasione russa. “Dostoevskij rappresenta il meglio e il peggio della Russia - osserva Carrère -. Gli si riconosce la grande capacità di sondare l’animo umano ma è caratterizzato da una specie di isteria adolescenziale. Peralto, era un bigotto antisemita e incarna perfettamente questa Russia di oggi, la Russia di Putin. Quindi è in un certo senso il trionfo di Dostoevskij la Russia che vediamo adesso, e non è una cosa che ci possa consolare”. Quanto al mestiere di scrittore e alla scelta degli argomenti da affrontare nelle sue opere, spiega: “È complicato trovare un tema. Sono fiero di aver identificato Limonov come argomento: era un fascistello russo sconosciuto. Quando vado in un museo, ciò che attira il mio sguardo sono i ritratti, la figura umana. Anche come scrittore penso di fare questo”. ‘Kolchoz’ si presenta così come “un libro pieno di tenerezza”, scritto “nella luce autunnale della mia vecchiaia”, da “una persona che sta invecchiando”. Una dichiarazione che, al Dal Verme, poco prima che lo scrittore si conceda al firma copie, sembra suonare più vera che mai. (di Federica Mochi)