L'analisi del professore Antonio Bultrini, docente di diritto internazionale dell'Università di Firenze
In una prospettiva di diritto internazionale (ed europeo), la questione dell’apertura del padiglione russo alla Biennale Arte 2026 di Venezia "solleva alcune delicate questioni". È da qui che parte l’analisi del professore Antonio Bultrini, docente di diritto internazionale dell'Università di Firenze, sul caso che sta agitando la politica italiana l'Unione europea.
A parere del giurista, "l'apertura del Padiglione russo pare implicare - in base alle informazioni disponibili - la partecipazione non solo di artisti ma anche di membri di spicco della cerchia di potere che fa capo a Putin, a cominciare dalla stessa commissaria al padiglione russo (Anastasia Karneeva, nipote del ministro degli Esteri russo e figlia di Nikolai Volobuyev, generale dei servizi di sicurezza russi, l’Fsb). Da registrare inoltre perlomeno il sostegno ufficiale da parte di Mikhail Shvydkoy, ovvero il Rappresentante speciale di Putin per la cooperazione culturale internazionale".
Il nodo centrale, spiega il professore Bultrini all'Adnkronos, riguarda la compatibilità di questa iniziativa con il quadro sanzionatorio europeo: "L’Italia, insieme agli altri Stati membri dell’Unione europea, ha messo in atto un’azione sanzionatoria senza precedenti contro la Federazione russa, finalizzata, tra l’altro, a sanzionare l’establishment putiniano responsabile dell’aggressione contro l’Ucraina (ad oggi 1.060 cittadini russi sono individualmente colpiti da sanzioni). E’ vero che, almeno per ora, Karneeva e Shvydkoy non risultano destinatari di sanzioni individuali, come un divieto di viaggio nell’Unione europea, misure che altrimenti l’Italia sarebbe senz’altro tenuta ad applicare. Si pone comunque un problema di coerenza e opportunità (tenuto anche conto delle distruzioni arrecate al patrimonio culturale ucraino) rispetto ad una iniziativa, l’apertura del padiglione russo, che coinvolgendo non solo artisti (sperabilmente non schierati con il regime), ma anche uno o più esponenti di spicco del regime, finisce con l’offrire a quest’ultimo una vetrina di prestigio a livello internazionale. In altre parole, l’apertura del Padiglione russo stride con la linea dell’Unione europea - e del nostro Paese in quella sede - finalizzata a privare la struttura di potere che fa capo a Putin di spazi di visibilità finalizzati a recuperare per altre vie rispettabilità e rilevanza. Di qui la reazione della Commissione europea (il 10 marzo), che è arrivata a prospettare una possibile violazione del contratto con la Biennale e conseguente taglio dei fondi". Cosa possono fare a questo punto le autorità italiane? "Un’azione diretta contro il padiglione russo in quanto tale solleverebbe una questione di immunità, dato che il èadiglione è di proprietà dello Stato russo ed è destinato ad attività culturali ufficiali - risponde il docente di diritto internazionale - Appare invece più lineare la soluzione di negare - o revocare, se già concesso - il visto almeno agli esponenti di spicco in questione. Questa, però, non è una decisione che spetta all’Ente Biennale, bensì alle competenti autorità italiane, in particolare alle rappresentanze diplomatico-consolari del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, che operano sotto il coordinamento e secondo gli indirizzi di quest’ultimo, nell’ambito di un margine di discrezionalità amministrativa che si manifesta soprattutto nei casi più delicati, come quello di cui si discute".