‘I social fanno male ma bisogna punire i genitori’. Matteo Flora contro Sanchez

L’esperto di policy tecnologiche all’Adnkronos: ‘La proposta spagnola è pericolosa. Se un genitore dà le chiavi dell’auto a un dodicenne, non diamo la colpa al concessionario’

Pedro Sanchez - IPA
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05 febbraio 2026 | 17.23
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La proposta del governo spagnolo, con il discorso del premier Sanchez che nel frattempo è diventato virale, di vietare l’accesso ai social network ai minori di 16 anni, rafforzando i sistemi di verifica dell’età e introducendo nuove responsabilità penali per i vertici delle piattaforme, ha acceso un dibattito che va ben oltre la protezione dell’infanzia. Al centro della discussione non ci sono solo i rischi per i più giovani, ma anche il futuro dell’anonimato online, il perimetro della responsabilità genitoriale e i confini del diritto penale applicato alle piattaforme digitali.

L'Adnkronos ha contattato Matteo Flora, docente, imprenditore, esperto di tech policy, che all’argomento ha dedicato un ebook (Tette e Gattini) e l’ultima puntata del suo vodcast Ciao Internet.

Partiamo dai fatti. Cosa prevede esattamente il piano annunciato da Sánchez?

La Spagna ha annunciato un pacchetto di misure molto ampio. Il primo punto è il divieto di accesso ai social network per i minori di 16 anni, accompagnato da sistemi di verifica dell’età “forte”, quindi non più basati su una semplice autodichiarazione. Il secondo elemento è la responsabilità penale diretta degli executive delle piattaforme per contenuti illegali o dannosi. Il terzo è ancora più ambizioso: la criminalizzazione della manipolazione algoritmica che amplifica contenuti illegali, insieme alla creazione di un dipartimento incaricato di monitorare come le piattaforme alimentano odio e polarizzazione, anche se al momento senza dettagli operativi chiari.

È un’iniziativa isolata o parte di una tendenza più ampia?

È chiaramente parte di una tendenza. L’Australia ha già implementato un sistema simile, la Francia punta a farlo entro settembre, il Regno Unito è in consultazione. Non siamo di fronte a un unicum spagnolo, ma a un movimento occidentale. Ed è proprio questo che rende la questione delicata: quando più Paesi iniziano a muoversi nella stessa direzione, il rischio di creare precedenti strutturali diventa reale.

Lei ha chiesto un parere giuridico a Giuseppe Vaciago. Quali sono i punti chiave emersi?

Nel mio podcast ho coinvolto Giuseppe Vaciago, avvocato e partner di 42 Law Firm, perché il suo contributo aiuta a separare il piano politico da quello tecnico-legale. Il suo punto di partenza è molto chiaro: dal punto di vista politico l’annuncio è forte ed efficace, ma va letto con grande freddezza giuridica.

Sul tema dei minori, Vaciago ricorda che il quadro normativo europeo esiste già, in particolare con il Digital Services Act. Il problema, dice, non è inventare nuove regole, ma far funzionare davvero quelle che già abbiamo, cioè l’enforcement.

E sulla responsabilità penale dei dirigenti delle piattaforme?

Qui il ragionamento diventa ancora più delicato. Vaciago spiega che, in astratto, i codici penali nazionali già consentono di indagare e condannare i legali rappresentanti delle aziende, ma solo se si dimostrano elementi precisi, in particolare la volontà soggettiva di commettere il reato. Criminalizzare i dirigenti “in quanto tali”, solo perché gestiscono una piattaforma, rischia di entrare in conflitto con i principi fondamentali del diritto penale e delle garanzie individuali.

Il punto più controverso resta la manipolazione algoritmica.

Esatto. Ed è anche quello che Vaciago definisce concettualmente affascinante ma operativamente scivolosissimo. Come distinguiamo un’attività commerciale lecita, che punta a trattenere l’utente sulla piattaforma, da una manipolazione algoritmica penalmente rilevante? Quali metriche usiamo? Chi decide cosa è amplificazione legittima e cosa è reato? Senza risposte tecniche molto solide, il rischio è creare norme simboliche difficili da applicare.

Lei però allarga il discorso oltre il diritto.

Sì, perché qui siamo di fronte a un classico caso di soluzionismo tecnologico, per usare il concetto di Evgeny Morozov. Un problema sociale complesso – educazione digitale, genitorialità, dipendenza – viene trattato come se fosse un problema tecnico risolvibile con una legge o un algoritmo. È anche un perfetto esempio di panico morale, nel senso descritto da Stanley Cohen: “qualcuno pensi ai bambini!!”, e da lì partono risposte sproporzionate.

Il nodo centrale resta la verifica dell’età, questione che lei tratta nel suo e-book.

È l’elefante nella stanza. Per verificare l’età devi verificare l’identità. E questo significa documenti digitali, biometria, database centralizzati. È il “teatro della sicurezza” di Bruce Schneier: misure che danno l’impressione di aumentare la sicurezza, ma che in realtà costruiscono infrastrutture di sorveglianza permanenti. Il prezzo della protezione dei minori rischia di essere la fine dell’anonimato online per tutti. E la cosa paradossale è che non funziona nemmeno.

Perché non funziona?

Lo abbiamo già visto in Australia. Nel breve termine i ragazzi useranno Vpn, profili falsi, mercati paralleli di account verificati. I più vulnerabili, quelli che si dice di voler proteggere, saranno i primi a finire in spazi ancora meno controllati. Nel medio termine, ogni Paese europeo adotterà una sua variante, creando il solito mosaico incoerente. Le piattaforme risponderanno con geo-blocking o partnership con provider di identità digitale. Il risultato sarà un internet a due velocità: uno verificato e uno sempre più marginalizzato.

Nel lungo periodo, qual è il rischio maggiore?

Il precedente. Oggi verifichiamo l’identità per “proteggere i bambini”, domani per combattere la disinformazione, dopodomani per accedere a contenuti politici sensibili. È sempre la stessa traiettoria: la strada verso un internet autoritario è lastricata di buone intenzioni.

Lei propone una soluzione alternativa molto netta.

Sì, ed è impopolare. Ma funziona. Oggi i social sono già vietati sotto una certa età, eppure sono pieni di bambini. Perché? Perché i genitori forniscono telefono, Sim, documenti, carta di credito. Spostare l’età da 14 a 16 non cambia nulla. La soluzione non è tecnologica, è una deterrenza economica chiara: sanzioni amministrative pesanti per i genitori che facilitano l’accesso illegale. Cinquemila euro alla prima infrazione, diecimila alla seconda. Senza biometria, senza sorveglianza di massa.

In conclusione, qual è la vera scelta politica?

La domanda non è se i social facciano male: fanno male. La domanda è chi deve risponderne. Se un genitore dà le chiavi dell’auto a un dodicenne, non diamo la colpa al concessionario e non chiediamo un lettore di impronte su ogni volante. Multiamo il genitore. Ogni volta che cediamo libertà in cambio di sicurezza, rischiamo di perdere entrambe. Possiamo scegliere cittadini educati o sudditi sorvegliati. E questa scelta non è tecnica, è profondamente politica.

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