Oltre 16 milioni di pensionati, ma assegni futuri più bassi: l'allarme Censis

Lo studio condotto insieme a Confcooperative. Spesa record in Italia, ma nel 2060 gli assegni saranno più leggeri

Pensionati (Fotogramma/Ipa)
Pensionati (Fotogramma/Ipa)
12 febbraio 2026 | 12.50
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La spesa pensionistica dell'Italia è la più alta d'Europa, nonostante prospettive sempre più ridotte per le nuove generazioni. Nel 2023 si è attestata al 15,5% del Pil, contro una media Ue del 12,3%.

È quanto emerge dal focus Censis-Confcooperative 'Pensioni, ipoteca sul futuro?', che fotografa un sistema gravato dall'invecchiamento demografico, quasi la metà della popolazione ha più di 50 anni, e dalle scelte previdenziali degli ultimi decenni.

Subito dopo l'Italia, per incidenza della spesa pensionistica sul Pil, si collocano Francia (14,6%) e Austria (14,4%).

Oltre 16 milioni di pensionati, forte divario assegni tra uomini e donne

Nel nostro Paese si contano oltre 16,3 milioni di pensionati, con un importo medio mensile lordo di 1.861 euro. Anche qui emergono profonde differenze di genere: gli uomini percepiscono in media 2.142 euro al mese, le donne 1.595 euro, con un divario del 24,9%.

Le criticità riflettono quelle del mercato del lavoro. La retribuzione lorda media annua nel settore privato è pari a 24.486 euro, ma il gender pay gap raggiunge il 29,1%: gli uomini guadagnano in media 27.967 euro lordi l’anno, circa 8mila euro in più rispetto alle donne (19.833 euro).

A questo si aggiunge un marcato divario generazionale. A parità di qualifica, i lavoratori tra i 20 e i 34 anni percepiscono il 39,8% in meno rispetto agli over 50, con una differenza che sfiora gli 11.880 euro annui.

Pensioni 2060, quanto saranno pesanti gli assegni futuri?

Le simulazioni contenute nello studio evidenziano un forte squilibrio tra generazioni. Chi è andato in pensione a 67 anni, dopo 38 anni di carriera continuativa iniziata nel 1982, può contare su un tasso di sostituzione netto dell’81,5%.

Un lavoratore oggi 33enne, entrato nel mercato del lavoro nel 2022 e con la stessa carriera contributiva, andando in pensione nel 2060 a 67 anni, avrà invece un tasso di sostituzione del 64,8%.

La differenza è definita nel dossier "drammatica" con molta meno sicurezza economica per le nuove generazioni. Numeri che riaprono il dibattito sulla sostenibilità del sistema pensionistico italiano e sul futuro economico dei giovani.

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