La mossa della Iea 'vale' 20 giorni di mancati transiti per Hormuz. Si cercano tragitti alternativi ma servirà tempo
Con il Brent solo di un soffio sotto quota 100 dollari (+47% in un mese) e un calo in 48 ore inferiore al 2% appare evidente che il segnale ai mercati inviato dalla Iea, l'Agenzia Internazionale dell'Energia, non è servito a quell'inversione di rotta auspicata con l'annuncio del rilascio di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche dei suoi membri.
Anche se si tratta di uno sblocco superiore del doppio a quello del 2022, seguito all'invasione dell'Ucraina, è evidente che gli operatori chiedono altro prima di raffreddare i prezzi. Chiedono soprattutto certezza per la produzione e gli approvvigionamenti: prospettive difficili al momento in una regione percorsa da venti di guerra e che concentra il 50% delle riserve globali di petrolio: su circa 1700 miliardi di barili stimati in riserve Arabia Saudita, Iran e Iraq ne custodiscono oltre 600 miliardi. Con una produzione giornaliera pre-crisi di 105 milioni di barili al giorno, significa che i 3 paesi coprono oltre 15 anni della domanda globale stimata. Quanto ai 20 milioni di barili che ogni giorno transitavano attraverso lo Stretto di Hormuz rappresentavano quasi il 20% della domanda globale, una quota difficilmente compensabile facendo affidamento sulle riserve. I 400 milioni di barili dei membri Iea (di questi circa 10 milioni dall'Italia, pari a 12 ore di 'buco' delle forniture e un valore di un miliardo di dollari) potrebbero insomma compensare circa tre settimane di 'disfunzioni' sulla rotta di Hormuz: il totale delle scorte (8,2 miliardi di barili) sono meno di tre mesi di domanda mondiale.
Quanto messo in campo dall'Europa dopo l'invasione russa dell'Ucraina - con la progressiva rinuncia al gas di Mosca - mostra che la diversificazione degli approvvigionamenti è possibile ma richiede tempo e pragmatismo. I paesi Ue infatti, pur condannando l'attacco a Kiev, per anni hanno continuato gli acquisti di prodotti energetici di Mosca. Solo che nel caso di questa crisi, è l'Iran che punta allo stop della circolazione di petrolio e gas visto che può contare - in teoria - su altre rotte e altri clienti per i suoi prodotti.
Teheran produce 4 milioni di barili di petrolio al giorno, e attraverso lo Stretto di Hormuz ha ripreso poco dopo i primi attacchi le movimentazioni nello stretto di Hormuz, con un solo cliente finale: la Cina. Più complicata la situazione per produttori come l’Iraq (145 miliardi di barili di riserve, 17% del Medio Oriente e 4,4 milioni di barili al giorno), Emirati Arabi Uniti (111 miliardi di barili di riserve e produzione di 4,3 milioni) oppure Kuwait (102 miliardi di riserve e 2,8 milioni di produzione).
Da considerare peraltro la conformazione geo-marittima dell'area con alcune 'strettoie' obbligate come gli stretti di Hormuz, di Suez/Sumed e di Bab el-Mandeb: da soli questi passaggi hanno visto transitare nell'ultimo anno quasi il 30% della produzione globale di petrolio, rendendoli punti focali imprescindibili per gli approvvigionamenti di Asia ed Europa.
Il fatto è che per evitare Hormuz esistono soprattutto due soluzioni via terra: l'oleodotto della East–West Pipeline e la Abu Dhabi–Fujairah Pipeline. Il primo, lungo 1.200 km, taglia a metà l'Arabia Saudita collegando Abqaiq nella Provincia Orientale a Yanbu sul Mar Rosso, e ha una capacità di 5 milioni di barili al giorno; il secondo invece è lungo 360 km, attraversa gli Emirati e permette al greggio di scavalcare lo Stretto di Hormuz.
Sul fronte porti, invece, i principali terminal dell'area sono affacciati sul Golfo Arabico: Ras Tanura (Arabia Saudita); Al Basrah (Iraq), Kharg Island (Iran), Mina Al Ahmadi (Kuwait). Per questo negli ultimi giorni si è assistito a uno spostamento parziale delle consegne attraverso infrastrutture più sicure sul Mar Rosso, come il porto saudita di Yanbu.
Resta uno scenario complesso, in cui le stime dei diversi paesi non vanno oltre i tre mesi di disfuzioni, considerato il limite massimo per limitare i danni. Ogni giorno in realtà va a incidere sulle prospettive di crescita dell'area ma anche dell'economia mondiale, oltre che sugli equilibri geopolitici (vedi i benefici del rialzo del greggio sulle casse di Mosca, stimati in 150 milioni di dollari al giorno in entrate aggiuntive). Più che abbastanza per stimolare un ripensamento della logistica globale dei sistemi energetici, oltre che - naturalmente - per spingere a lavorare per la pace nella regione. ( di Massimo Germinario )