Mentre Stati Uniti e Iran sono impegnati in una confusa battaglia navale, tra minacce, spari e smentite, in gioco ci sono anche gli interessi economici del Vecchio Continente
Passano dallo Stretto di Hormuz le residue speranze dell’Europa di evitare una nuova recessione. Le analisi e i numeri lo dicono con grande chiarezza. O la guerra in Iran si risolve rapidamente, e altrettanto rapidamente torna alla normalità la navigazione attraverso il collo di bottiglia oggi conteso da Pasdaran e Stati Uniti, o la crisi energetica è destinata a compromettere la tenuta dell’industria europea, con conseguenze progressivamente più pesanti per l’inflazione e l’economia. Per questo le notizie, le accelerazioni e le smentite che rimbalzano da Washington e da Teheran sul controllo dello Stretto tengono Bruxelles e tutte le capitali europee con il fiato sospeso.
Gli scenari che si aprono per l'Europa sono profondamente diversi tra loro, nel caso in cui la situazione si sblocchi nei prossimi giorni e nelle prossime settimane o, al contrario, nel caso in cui lo stallo dovesse prolungarsi ancora a lungo. Per ora le notizie sono contrastanti tra loro. Da una parte ci sono le minacce di Donald Trump che si dice pronto a riaprire il canale con la forza, con il segretario al Tesoro Scott Bessent che si spinge oltre: "Abbiamo il pieno controllo, lo stiamo aprendo". Dall’altra parte ci sono le smentite iraniane, le contro minacce, i colpi di avvertimento sparati, una nave sudcoreana colpita, e il rimpallo continuo di responsabilità. Quel che sembra certo è che siano cambiate le regole d’ingaggio nello Stretto di Hormuz: le forze statunitensi sono ora autorizzate a colpire immediatamente qualsiasi minaccia contro le imbarcazioni in transito, in particolare quelle provenienti da barchini dei pasdaran o da postazioni missilistiche iraniane.
In mezzo a questa confusa battaglia navale, che presenta tutti i rischi di una nuova potenziale escalation, ci sono anche gli interessi dell’Europa. "La priorità è la riapertura pacifica e concertata dello stretto di Hormuz, insieme al monitoraggio e alla trasparenza", ha evidenziato da Erevan, a margine del vertice della Comunità Politica Europea, il presidente francese Emmanuel Macron, sottolineando che "se ci saranno profitti eccessivi o comportamenti speculativi, gli europei dovranno reagire". Come e in che modo, è oggetto di continua e poco proficua discussione. "Per noi, la libertà di navigazione e il fatto che lo Stretto di Hormuz non diventi una strada a pedaggio è una condizione sine qua non, una necessità assoluta", ha ricordato Kyriakos Pierrakakis, ministro greco dell'Economia e presidente dell'Eurogruppo, entrando alla riunione dei ministri dei Paesi che utilizzano l'euro. "Quindi sosteniamo con mezzi diplomatici qualsiasi iniziativa che si allinei a queste direttive", ha aggiunto.
Sono parole, quelle dei leader europei, che servono a ribadire che l’obiettivo deve essere una soluzione concordata tra Stati Uniti e Iran. Una soluzione che al momento sembra tutt’altro che scontata. Ma che resta la sola opzione in grado di assicurare la prospettiva di un lento percorso verso il ritorno alla normalità.
Per l’Europa in gioco c’è molto, soprattutto guardando alle conseguenze che potrebbe determinare l’esaurimento delle scorte di petrolio. Con una aggravante che non va sottovalutata. Mentre l’approvvigionamento e gli stoccaggi del gas sono sufficientemente monitorati, come ha dimostrato la reazione alla crisi seguita allo scoppio della guerra in Ucraina, rispetto al petrolio l’Europa naviga sostanzialmente a vista, perché le le istituzioni europee non hanno un quadro aggiornato giorno per giorno sulle riserve strategiche di carburanti né tantomeno una visione completa delle scorte commerciali, che sono distribuite tra depositi privati, porti, aeroporti e altre infrastrutture.
Come se non bastasse, un altro dato preoccupa gli esperti del settore petrolifero. Con la chiusura dello Stretto di Hormuz, gli Stati Uniti sono diventati il maggiore esportatore di petrolio con 250 milioni di barili spediti all'estero nelle ultime nove settimane. Ma Il balzo delle esportazioni, di cui in parte sta beneficiando anche l’Europa, sta mettendo sotto pressione anche le scorte americane di greggio, che si stanno esaurendo rapidamente. Alla fine, chi rischia di pagare il prezzo più alto, come accade sempre in presenza di gravi shock energetici, è chi è più dipendente dagli altri e non ha possibilità di compensare le carenze con la produzione propria o anche con una produzione alternativa, possibile in molti casi quando si parla di carenza di gas, quasi impossibile quando si parla di carenza di carburanti.
L’Europa in sostanza, senza una rapida riapertura dello Stretto di Hormuz, rischia di rimanere senza petrolio, e quindi senza carburanti, con pochissime possibilità di evitare un razionamento dei consumi. Una prospettiva che secondo tutti i previsori economici, dalla Bce al FMI, porta dritta alla recessione. Non è un caso, quindi, che le notizie in arrivo dal Golfo arabico abbiano immediatamente avuto un effetto negativo su tutte le borse europee. (Di Fabio Insenga)