Draghi: "Europa rischia di diventare subordinata, per essere potenza deve federarsi"

L'ex premier ed ex presidente della Bce riceve una laurea honoris causa all'Università di Lovanio, nelle Fiandre: "Ordine globale defunto, è un fatto"

Mario Draghi (Afp)
Mario Draghi (Afp)
02 febbraio 2026 | 12.20
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L'ordine globale basato sulle regole, il multilateralismo a guida Usa che ha governato il mondo dalla fine della Seconda guerra mondiale, è "defunto" e, anche se riesce difficile da credere che lo sia per sempre, i fatti vanno presi "per quello che sono". Lo dice l'ex premier ed ex presidente della Bce Mario Draghi, parlando all'Università di Lovanio, nelle Fiandre, dove ha ricevuto una laurea honoris causa.

"Fin dalla nascita - afferma - l'architettura dell'Ue ha incarnato la convinzione che lo stato di diritto internazionale, sostenuto da istituzioni credibili, promuova la pace e la prosperità. Poiché nessuno Stato europeo era in grado di difendersi da solo, la nostra dottrina di sicurezza è stata plasmata dalla protezione offerta dall'America".

"In alleanza con gli Stati Uniti - ricorda Draghi - siamo stati in grado di affrontare qualsiasi minaccia e di portare la pace in Europa tra di noi. Senza la sicurezza garantita e con il commercio che scorreva principalmente all'interno di quell'alleanza, potevamo tranquillamente perseguire l'apertura economica come base della nostra prosperità e influenza".

"Ma l'ormai defunto ordine globale - prosegue l'ex presidente della Bce - non ha fallito perché era costruito sull'illusione. Tra l'altro mentre dico che è defunto, stento a credere che sia effettivamente defunto, morto. Ho appena saputo oggi che la vostra straordinaria e bellissima biblioteca è stata distrutta due volte, una durante la Prima guerra mondiale e una seconda durante la Seconda guerra mondiale. In entrambe le occasioni è stata ricostruita con l'aiuto e sotto l'incentivo di presidenti degli Stati Uniti. Ma questo è quello che è oggi. E, per il momento, penso che dovremmo prendere i fatti per quello che sono".

"Con l'adesione della Cina alla Wto - continua Draghi - i confini del commercio e della sicurezza hanno iniziato a divergere. Avevamo sempre commerciato al di fuori dell'alleanza, ma mai prima con un Paese di tali dimensioni, e con l'ambizione di diventare esso stesso un polo separato. Il commercio globale si è allontanato dal principio di Ricardo secondo cui lo scambio dovrebbe seguire il vantaggio comparato".

Alcuni Stati, aggiunge, "hanno perseguito un vantaggio assoluto attraverso strategie mercantiliste, imponendo la deindustrializzazione ad altri, mentre i guadagni rimanenti sono stati condivisi in modo diseguale. Ci siamo dimenticati della disuguaglianza. Questo ha seminato il contraccolpo politico che ora ci troviamo davanti", osserva Draghi.

"Europa rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata"

Draghi avverte che l'Ue rischia di diventare "subordinata, divisa e deindustrializzata", le tre cose "contemporaneamente". Il crollo dell'ordine multilaterale, per Draghi, "non è di per sé una minaccia. Un mondo con meno commercio e regole più deboli sarebbe doloroso, ma l'Europa si adatterebbe. La minaccia è ciò che potrebbe sostituirlo. Ci troviamo di fronte a degli Stati Uniti che, almeno nella loro posizione attuale, sottolineano i costi sostenuti" per sostenere quell'ordine internazionale, "ignorando i benefici raccolti. Stanno imponendo dazi all'Europa, minacciando i nostri interessi territoriali e rendendo chiaro per la prima volta che considerano la frammentazione politica europea confacente ai propri interessi".

Inoltre, continua, "ci troviamo di fronte a una Cina che controlla nodi critici nelle catene di approvvigionamento globali e costringe gli altri a sopportare il costo dei propri squilibri". Si prospetta dunque "un futuro in cui l'Europa rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata allo stesso tempo. Un'Europa che non riesce a difendere i propri interessi non preserverà i propri valori a lungo", scandisce.

"Europa per essere potenza deve federarsi"

Per diventare una "potenza", l'Europa deve passare "dalla confederazione alla federazione", dice l'ex presidente della Bce. "Dove l'Europa si è federata - continua - sul commercio, sulla concorrenza, sul mercato unico o sulla politica monetaria, siamo rispettati come potenza e negoziamo come tale. Lo vediamo oggi, negli accordi commerciali di successo negoziati con India e America Latina".

"Presi come singoli - aggiunge Draghi - la maggior parte dei Paesi dell'Ue non sono nemmeno potenze medie in grado di orientarsi in questo nuovo ordine formando coalizioni, ognuna delle quali apporta risorse specifiche, che si tratti di materie prime, nicchie tecnologiche o geografia strategica".

"Collettivamente abbiamo qualcosa di più grande - prosegue - dimensione, ricchezza, cultura politica e 75 anni di costruzione delle istituzioni di un progetto comune. Tra tutti coloro che ora sono intrappolati tra Stati Uniti e Cina, solo gli europei hanno la possibilità di diventare una vera potenza".

Quindi, dice ancora, "dobbiamo decidere se rimanere semplicemente un grande mercato soggetto alle priorità degli altri oppure se prendere le misure necessarie per diventare una potenza".

Ma occorre essere "chiari: raggruppare piccoli Paesi non produce automaticamente un blocco potente. Questa è la logica della confederazione, la logica con cui l'Europa opera ancora nella difesa, nella politica estera e nelle questioni fiscali. Questo modello non produce potenza: un gruppo di Stati che si coordina rimane un gruppo di Stati, ognuno con un veto, ognuno con un calcolo separato, ognuno vulnerabile all'essere eliminato, uno per volta", avverte l'ex presidente della Bce.

"Serve federalismo pragmatico"

Draghi spiega che l'Unione Europea, per diventare una potenza, deve imboccare la via del "federalismo pragmatico". "Gli Stati Uniti, nella loro posizione attuale - afferma - cercano il predominio, insieme al partenariato. La Cina sostiene il suo modello di crescita esportando i suoi costi sugli altri. L'integrazione europea si costruisce in modo diverso: non sulla forza, ma sulla volontà comune; non sulla sottomissione, ma sul beneficio condiviso".

Si tratta, continua, di "integrazione senza subordinazione: di gran lunga preferibile, ma molto più difficile. Questo richiede un approccio diverso. L'ho chiamato 'federalismo pragmatico'. Pragmatico, perché dobbiamo intraprendere i passi attualmente possibili, con i partner che sono attualmente disponibili, nei settori in cui è possibile fare progressi. Ma federalismo, perché la meta conta".

Per Draghi, "l'azione comune e la fiducia reciproca che ne derivano devono alla fine diventare il fondamento di istituzioni dotate di un reale potere decisionale, in grado di agire con decisione in ogni circostanza. Questo approccio rompe l'impasse che ci troviamo ad affrontare oggi, e lo fa senza subordinare nessuno".

Gli Stati membri, prosegue, "aderiscono volontariamente. La porta rimane aperta ad altri, ma non a coloro che vorrebbero minare l'obiettivo comune. Non dobbiamo sacrificare i nostri valori per essere potenza".

L'euro, prosegue, "è l'esempio più riuscito. Chi era disposto a farlo è andato avanti, ha costruito istituzioni comuni dotate di vera autorità e, attraverso questo impegno condiviso, ha forgiato una solidarietà più profonda di quanto qualsiasi trattato avrebbe potuto prescrivere. E da allora, altri nove Paesi hanno scelto di aderire".

Non sarà, avverte Draghi, "un percorso lineare. Come disse Robert Schuman nel 1950, l'Europa non si farà tutta in una volta. Non tutti i Paesi aderiranno fin dall'inizio a ogni iniziativa, che si tratti di energia, tecnologia, difesa o politica estera. Ma ogni passo deve rimanere ancorato all'obiettivo: non una cooperazione più flessibile, ma una vera federazione".

"Alcuni - prosegue - diranno che non dovremmo agire finché la nostra posizione non sarà più forte, finché non saremo più uniti, finché l'escalation non sarà meno costosa. Ma questo compromesso è illusorio. È solo muovendoci che creiamo le condizioni per agire in modo più deciso in seguito. L'unità non precede l'azione; si forgia prendendo insieme decisioni importanti, attraverso l'esperienza condivisa e la solidarietà che queste creano, e scoprendo che possiamo sopportarne le conseguenze".

"Pensiamo - aggiunge - alla Groenlandia. La decisione di resistere, piuttosto che di adattarsi, ha richiesto all'Europa di effettuare una vera e propria valutazione strategica, per mappare la nostra influenza, identificare i nostri strumenti e riflettere sulle conseguenze dell'escalation. La volontà di agire ha imposto chiarezza sulla capacità di agire. E stando uniti di fronte a una minaccia diretta, gli europei hanno scoperto una solidarietà che in precedenza sembrava irraggiungibile".

"Agendo insieme riscopriremo l'orgoglio, da tempo dormiente"

Draghi dice che agendo "insieme", noi europei riscopriremo cose che sono state a lungo "dormienti", come il nostro "orgoglio". "Alcuni - afferma - potrebbero illudersi che il mondo non sia realmente cambiato, altri che la geografia li rende immuni. Altri potrebbero credere che rinunciare all'indipendenza economica o addirittura al territorio non minacci la loro capacità di preservare i valori che ci definiscono, ma questo non dovrebbe impedire ai più lungimiranti di andare avanti".

In Europa, prosegue, "siamo tutti nella stessa posizione di vulnerabilità, che lo vediamo o no. Le vecchie divisioni che ci paralizzavano sono state superate da una minaccia comune, ma la minaccia da sola non ci sosterrà. Ciò che è iniziato nella paura deve continuare nella speranza. Agendo insieme riscopriremo cose che sono state a lungo dormienti: il nostro orgoglio, la nostra fiducia in noi stessi, la fede nel nostro futuro. E su questa base sarà costruita l'Europa".

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