Ucraina, l’ambasciatore Brusylo: “Il diesel russo è una trappola per Trump. L’Europa deve imparare a difendersi”

Al Festival della Diplomazia, il rappresentante di Kiev in Italia: dall’accordo tra Washington e Mosca ai negoziati di pace, dal futuro europeo dell’Ucraina alle ferite invisibili della guerra. “La Russia vuole allontanare gli Stati Uniti dall’Europa. Ma senza l’America la pace non è possibile”

Patricia Thomas e Ihor Brusylo
Patricia Thomas e Ihor Brusylo
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23 ottobre 2026 | 18.28
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Quarantamila tonnellate di diesel russo dirette verso gli Stati Uniti. Per l'ambasciatore ucraino a Roma, Ihor Brusylo, non sono tanto una questione energetica quanto un'operazione geopolitica. Il primo carico previsto dall'accordo tra Donald Trump e Vladimir Putin, osserva, equivale a meno di due ore del consumo americano. Un contributo trascurabile per il mercato statunitense, ma un segnale politico potenzialmente molto più importante. “La Russia non sta cercando di vendere diesel, ma influenza”, avverte il diplomatico. E dietro quello che viene presentato come un conveniente accordo commerciale intravede il tentativo del Cremlino di ridisegnare le relazioni tra le grandi potenze, marginalizzando l'Europa.

È uno dei passaggi più significativi del lungo e vivace confronto che ha visto protagonista Brusylo, già vicecapo dell'Ufficio del presidente Volodymyr Zelensky e da marzo ambasciatore in Italia, nella sede dell'Associazione della Stampa estera a Roma, in occasione del Festival della Diplomazia (qui il programma dei prossimi giorni). A interrogarlo, davanti alla presidente dell'Associazione Patricia Thomas, sono stati soprattutto gli studenti: italiani, ucraini, georgiani, moldavi, kazaki, turchi, bulgari, ma anche giovani provenienti da Taiwan e dalle Filippine. Una platea internazionale che ha trasformato l'incontro in qualcosa di diverso dalla tradizionale conversazione diplomatica, affrontando senza particolari cautele i temi più controversi della guerra, del ruolo americano e delle prospettive di pace.

Il diesel di Putin e la trappola per Washington

Il primo tema è proprio l'accordo energetico tra Washington e Mosca. Brusylo ne contesta innanzitutto la convenienza economica. Il carico iniziale di circa 300mila barili, ricorda, va confrontato con un consumo americano quotidiano di circa quattro milioni di barili di diesel. “Ne vale davvero la pena?”, si domanda, lasciando intendere che il valore dell'operazione vada cercato altrove.

Alla successiva domanda di uno studente sulle implicazioni per l'alleanza transatlantica, la risposta si fa ancora più esplicita. Secondo l'ambasciatore, la strategia russa è “spingere gli Stati Uniti fuori da questa parte del mondo”, indebolendo dall'interno il rapporto tra Washington e le capitali europee. Mosca, sostiene, considera l'Europa l'anello debole dell'Occidente e cerca di convincere l'amministrazione americana a ragionare secondo una logica di sfere d'influenza, nella quale il Vecchio Continente non avrebbe più un ruolo autonomo.

“È una trappola”, avverte Brusylo. “Non è un accordo commerciale, è un gioco politico”. E il rischio per gli Stati Uniti sarebbe quello di compromettere l'autorità e l'influenza internazionale esercitate per oltre ottant'anni, dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Il diplomatico evita tuttavia di trasformare questa analisi in un attacco frontale a Trump. Al contrario, ribadisce di considerare gli Stati Uniti indispensabili per qualsiasi soluzione negoziata. “La pace non è ancora possibile senza l'America”, afferma, richiamando il peso delle risorse finanziarie, delle tecnologie e dell'industria militare statunitense. E aggiunge di non credere che Washington finirà per abbandonare la questione ucraina, che è in realtà una sfida all'intero ordine internazionale.

L'Europa ha avuto quasi cinque anni per prepararsi

Se l'ambasciatore usa prudenza nei confronti della Casa Bianca, è assai meno indulgente nel giudizio sulle responsabilità europee.

“La Russia vede l'Europa come l'anello più debole”, osserva, anche perché il sistema democratico europeo, fondato sul consenso e sull'alternanza dei governi, offre al Cremlino occasioni continue per cercare di dividerlo.

Ma è soprattutto il tempo trascorso dall'invasione a pesare nella sua riflessione. “L'Ucraina ha garantito all'Europa quattro anni e mezzo, quasi cinque, per prepararsi”, sostiene Brusylo. Un periodo che avrebbe dovuto consentire agli Stati europei di rafforzare la propria capacità di difesa e di acquisire una maggiore autonomia strategica.

Le risorse, osserva, non mancano: capitali, competenze, capacità industriali e tecnologiche. Quello che serve è la consapevolezza che, nel mondo che sta emergendo, la forza economica non basta più a garantire influenza politica.

L'ambasciatore torna più volte su questo punto: la sicurezza non è una voce di spesa alternativa alla prosperità, ma la sua precondizione. A uno studente italiano che gli chiede se Trump e Putin stiano mostrando visioni convergenti, risponde invitando a concentrarsi sulla capacità europea di difendere scuole, ospedali e infrastrutture. “Che cosa potete fare se non siete in grado di proteggere le vostre scuole e i vostri ospedali?”, domanda. In Ucraina i bambini sono costretti a studiare nei rifugi sotterranei: una condizione che rende molto concreta una questione spesso affrontata in Europa in termini astratti.

La difesa europea, conclude, dovrebbe diventare un obiettivo condiviso indipendentemente dal colore politico dei governi. Regno Unito e Germania, a suo giudizio, stanno comprendendo questa necessità. Non si tratta semplicemente di riarmarsi, ma di rafforzare la propria posizione nel mondo.

La pace, i territori e il precedente di Istanbul

Le domande degli studenti affrontano anche il nodo più delicato: fino a che punto Kiev è disposta a negoziare per mettere fine alla guerra?

Brusylo ribadisce che l'Ucraina è pronta a partecipare a qualsiasi formato negoziale che possa condurre alla pace, ma insiste sulla necessità di evitare un accordo che lasci il Paese vulnerabile a nuove aggressioni.

“Vogliamo che questa guerra finisca con la massima urgenza, ma non a qualsiasi costo”, afferma. Una pace duratura, secondo il diplomatico, richiede che l'Ucraina conservi una capacità di difesa sufficiente a rendere troppo onerosa per Mosca qualsiasi nuova offensiva.

Quando gli viene chiesto se Kiev possa rinunciare a territori, all'ingresso nell'Unione europea o alla futura adesione alla Nato, evita di tracciare un elenco di concessioni possibili. “L'obiettivo negoziabile è come mettere fine alla guerra”, risponde, contestando la stessa impostazione della domanda: “È ingiusto chiedere che cosa siamo pronti a cedere in cambio della pace in termini di territorio e di persone. Non si tratta innanzitutto di territori, ma delle persone che ci vivono. Si tratta della sovranità del Paese”.

Particolarmente interessante è lo scambio con uno studente georgiano sui negoziati di Istanbul del 2022 e sulla tesi secondo cui sarebbe stato Boris Johnson, durante una visita a Kiev, a convincere gli ucraini a non firmare un accordo con la Russia.

L'ambasciatore respinge nettamente questa ricostruzione, definendola una sorta di favola presentata come realtà. Johnson, spiega, arrivò a Kiev portando sostegno e incoraggiando la resistenza, non imponendo all'Ucraina di continuare a combattere.

Quanto ai negoziati di Istanbul, Brusylo sostiene che la Russia non avesse una reale volontà di arrivare alla pace. Racconta che i rappresentanti politici russi si limitavano sostanzialmente a ripetere posizioni già preparate, mentre i militari apparivano, paradossalmente, più consapevoli della situazione sul campo.

La conclusione non è però un rifiuto del dialogo. Al contrario, “ogni guerra deve finire con un negoziato”, sostiene, riconoscendo che non esistono alternative alla diplomazia. Il problema è costruire le condizioni perché quell'accordo non rappresenti semplicemente una pausa prima di un nuovo conflitto.

Dalla Georgia alla Moldova: il futuro europeo passa dal Mar Nero

Le domande degli studenti provenienti dall'Europa orientale portano la discussione oltre i confini ucraini. A una giovane georgiana, interessata alla sicurezza del Mar Nero e alle prospettive di integrazione europea del suo Paese, Brusylo risponde sottolineando l'importanza strategica della cooperazione tra Ucraina, Georgia, Romania, Bulgaria e Turchia.

Il Mar Nero, ricorda, non è soltanto una questione militare. È una delle grandi arterie commerciali del mondo, fondamentale per la sicurezza alimentare globale. Ripristinare pienamente la navigazione civile e i collegamenti marittimi tra Ucraina e Georgia significa quindi creare le condizioni per la prosperità dell'intera regione.

Sul futuro europeo della Georgia, l'ambasciatore affida la scelta ai cittadini, ma aggiunge una considerazione significativa: “La storia dimostra che non si può restare nel mezzo”. Un'affermazione che suona come un invito a scegliere con chiarezza il proprio orientamento strategico.

Ancora più netto è il giudizio sulla Moldova, nonostante la questione irrisolta della Transnistria. “Sono certo che Ucraina e Moldova appartengano all'Unione europea”, afferma Brusylo. I due Paesi, sostiene, hanno cominciato insieme il percorso di adesione e dovrebbero completarlo insieme.

Ma il suo ragionamento contiene anche un'inversione di prospettiva rispetto alla discussione tradizionale sull'allargamento. L'adesione ucraina, sostiene, non rappresenterebbe soltanto un beneficio per Kiev: diventerebbe una garanzia di sicurezza per l'intera Unione, grazie alle capacità militari, tecnologiche e operative sviluppate dagli ucraini durante la guerra.

Un'altra domanda, posta da una giornalista taiwanese, riguarda il ruolo della Cina nel sostegno alla Russia. Brusylo riconosce a Pechino un'influenza sul Cremlino che nessun altro attore internazionale possiede. Proprio per questo, sostiene, è indispensabile coinvolgerla negli sforzi diplomatici, nella speranza che la leadership cinese privilegi una visione dell'ordine mondiale fondata sulla coesistenza pacifica anziché sulla guerra.

La generazione che dovrà ricostruire l'Ucraina

Ma la parte forse più intensa dell'incontro arriva quando il confronto abbandona la grande geopolitica per concentrarsi sulle persone. Alle domande dei giovani ucraini che vivono all'estero, e in particolare in Italia, Brusylo risponde con un messaggio di fiducia e un invito concreto all'impegno.

L'Ucraina, dice, è una “democrazia orizzontale”, nella quale la forza della società deriva dalla capacità dei cittadini di organizzarsi e prendere iniziative, non semplicemente di eseguire decisioni calate dall'alto. È questa, a suo giudizio, una delle ragioni della straordinaria resilienza dimostrata dal Paese.

Per questo auspica che i giovani costretti a lasciare l'Ucraina possano un giorno tornare, portando con sé le competenze e le esperienze maturate all'estero. Nell'immediato propone di creare una piattaforma che riunisca i giovani ucraini residenti in Italia, un luogo di confronto e progettazione in collaborazione con l'ambasciata.

Si parla anche di cooperazione agricola tra Italia e Ucraina, di innovazione tecnologica e di iniziative congiunte nel settore agroalimentare. Brusylo vede nelle nuove generazioni un possibile motore di questi progetti, anche attraverso il coinvolgimento della Fao.

Poi, però, una studentessa bulgara gli pone una domanda sul dopoguerra: quale sarà la sfida più difficile per l'Ucraina, al di là della ricostruzione materiale?

La risposta è immediata. Non le infrastrutture, non l'economia, ma “la riabilitazione psicologica”. Sarà questo, secondo l'ambasciatore, il compito più impegnativo per il Paese: reintegrare i veterani nella società, offrire loro opportunità di lavoro, aiutare milioni di persone a ritrovare una vita normale.

E soprattutto occuparsi dei bambini.

Brusylo racconta dei piccoli ucraini accolti in Italia per periodi di vacanza che si svegliano spaventati quando sentono i fuochi d'artificio, convinti che siano ricominciati i bombardamenti. Bambini per i quali frequentare una scuola in superficie, come quella dei ragazzi seduti davanti a lui, è diventato un privilegio.

È un'immagine che restituisce al dibattito la sua dimensione più profonda. Dietro i calcoli sul diesel russo, le strategie di Washington, i negoziati e gli equilibri europei, resta la questione che Brusylo ha continuato a richiamare per tutto l'incontro: la possibilità di vivere senza paura.

“La diplomazia tradizionale può permettersi di considerare il processo un risultato”, aveva spiegato rispondendo a una domanda sul mestiere del diplomatico durante la guerra. “Nel nostro caso non possiamo permettercelo”. Ogni settimana trascorsa senza una decisione significa nuove vittime, altre città bombardate, altri bambini costretti nei rifugi.

La pace, dunque, non è soltanto un obiettivo da raggiungere attorno a un tavolo negoziale. È la condizione per restituire un futuro a una generazione che la guerra ha costretto a diventare adulta troppo presto.

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