Petrolio, gas e materie prime: i rischi per l’economia globale

12 marzo 2026 | 18.48
LETTURA: 2 minuti

Fin dalle prime ore successive all’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran, è stato chiaro che chi sarebbero state ripercussioni pesanti per l’economia a livello globale. I giorni successivi con il coinvolgimento diretto nel conflitto dei Paesi del Golfo hanno ulteriormente peggiorato il quadro, a maggior ragione dopo la sostanziale chiusura dello Stretto di Hormuz. Le fibrillazioni che investono il comparto energia, con l'impennata delle quotazioni del petrolio e del gas possono diventare una vera e propria crisi energetica nel caso di una guerra prolungata. Ed è significativo l'annuncio immediato dell'Opec+ di aver "concordato un adeguamento della produzione di 206.000 barili al giorno", ad aprile, un aumento delle quote di produzione superiore alle aspettative. Il gruppo comprende i principali produttori di petrolio, Arabia Saudita e Russia, nonché diversi stati del Golfo che hanno subito il peso degli attacchi di Teheran. La chiusura dello Stretto di Hormuz, senza precedenti nella storia, è un fatto che da solo può destabilizzare il mercato. Passano dal canale controllato dall'Iran, che collega il Golfo Persico ai mercati globali, circa il 20% dell'offerta mondiale giornaliera di petrolio e una quota altrettanto consistente di gas liquefatto (Gnl), in buona parte destinati ai mercati asiatici, principalmente Cina, India e Giappone. Senza dimenticare gli effetti dello stop alla produzione in Qatar. Petrolio e gas, ovviamente. Ma la chiusura dello Stretto di Hormuz per la guerra in Iran porta con sé anche un altro grande rischio per l'economia globale, e per l'Europa in particolare: una crisi dell'alluminio, che legherebbe direttamente il piano dell'energia e quello dell'industria. Di cosa stiamo parlando? Dal canale controllato dai Pasdaran iraniani passa normalmente più del 20% del metallo che raggiunge gli Stati Uniti e la prospettiva di uno stop a queste forniture ha già innescato una corsa al rialzo dei prezzi, saliti del 3,8% a 3.315 dollari per tonnellata dopo che QatarEnergy ha interrotto la produzione di Gnl, fondamentale per alimentare la produzione di alluminio. La carenza del metallo protrebbe innescare una tensione simile a quella già registrata dall'industria con la crisi dei chip. Uno scenario che avrebbe ripercussioni consistenti, a partire dal settore dell'auto, già in crisi per altri fattori strutturali, visto che almeno il 15% di una vettura è fatto di alluminio. Questo, considerato che secondo i dati di ING Research, nella regione interessata oggi dalla guerra viene prodotta una quota pari all'8% di tutto l'alluminio prodotto a livello globale, pari a 6 milioni di tonnellate l'anno, e che il 90% viene esportato attraverso lo Stretto di Hormuz. I rischi potenziali legati alla chiusura dello Stretto si legano anche alla fragilità di un mercato che era già sotto pressione per una serie di fattori: il taglio della produzione cinese, le sanzioni imposte alla Russia, la minore produzione in altre aree del mondo, vista la chiusura di diverse fonderie a causa dei prezzi dell'energia troppo alti. Il quadro, già prima della crisi in Iran, appariva complesso: con le scorte in calo a livello globale e i prezzi in salita. Ora, l'ipotesi di un cortocircuito che possa mettere definitivamente in crisi il settore si fa più concreto.

Riproduzione riservata
© Copyright Adnkronos
Tag
Vedi anche


SEGUICI SUI SOCIAL

threads whatsapp linkedin twitter youtube facebook instagram

ora in
Prima pagina
articoli
in Evidenza