Al Premio Tenco il rapper riflette su musica d'autore, proteste, social e intelligenza artificiale: "Mi interessa l'arte, non i numeri"
"L'Italia protesta ma è frammentata, la rivoluzione sarebbe tornare a parlarsi". Ospite per la prima volta del Premio Tenco, dove è stato tra i protagonisti della seconda serata sul palco del Teatro Ariston di Sanremo, Anastasio legge così le tensioni che attraversano il Paese, tra mobilitazioni sociali, proteste e una crescente difficoltà di dialogo tra mondi diversi. Nell'intervista all'Adnkronos il rapper e cantautore campano affronta anche il tema dell'intelligenza artificiale, al centro del suo album 'Le macchine non possono pregare', riflette sul significato della canzone d'autore oggi e difende la propria indipendenza artistica, criticando un'industria musicale sempre più concentrata su classifiche e performance. "Vorrei che si tornasse a parlare di musica", dice.
La prima volta al Premio Tenco, che effetto fa?
"Per me il Tenco è sempre stato un'istituzione di riferimento. Un punto di arrivo. Mi è sempre piaciuta la musica d'autore. Oggi però non è più chiaro cosa sia la musica d'autore come una volta. Prima era un genere preciso, quello del cantautorato. Oggi la musica d'autore è anche quella dei rapper. Ma implica un giudizio di valore su chi scrive bene e chi scrive male. Non vorrei essere nei panni di chi deve decidere. Ma una cosa è certa, il rap ti dà tanta libertà espressiva e tante parole a disposizione. Le mie canzoni spesso sono dei ragionamenti, delle riflessioni, hanno un filo logico".
In queste settimane l'Italia è attraversata da proteste e tensioni sociali. Come leggi quello che sta accadendo?
"Vedo sacrosante ragioni per scendere in piazza, ma vedo anche una rivolta frammentata in un'Italia frammentata. Vedo gli agricoltori al Sud che non dialogano con i ragazzi che al Nord seminano il caos nelle città, che a loro volta non dialogano con chi protesta pacificamente. Le parti non si parlano".
Cosa servirebbe?
"La rivoluzione sarebbe che queste parti si parlassero. Sarebbe riconoscere un'umanità comune. Oggi il giovane e il vecchio non solo non si parlano, ma non hanno nemmeno voglia di parlarsi. Si vedono come alieni. E questo vale per tutte le categorie contrapposte".
I social e gli algoritmi hanno responsabilità in questa polarizzazione?
"Certo. Il social rende meno interessanti le persone dal vivo. L'algoritmo ti inserisce nella tua bolla: parli solo con quelli come te e con i tuoi nemici. Così ci si allontana. Però poi può succedere che tutti si ritrovino nella stessa piazza. E lì avviene un piccolo miracolo: persone che non si parlano scoprono di avere qualcosa in comune".
Il Tenco di quest'anno è dedicato all'intelligenza artificiale, un tema centrale nel tuo album 'Le macchine non possono pregare'.
"Su questo Tenco cado a fagiolo. Ci ho fatto un album intero. Non significa che abbia le idee chiare su tutto, ma qualcosa da dire in musica sull'argomento ce l'ho avuto".
Qual è il confine dell'intelligenza artificiale nella musica?
"Sono abbastanza aperto. L'intelligenza artificiale può essere uno strumento utile. Non penso che vada demonizzata. Il problema nasce quando le deleghi la creatività. Io faccio musica perché mi piace scrivere. Se fai scrivere a una macchina, allora cambia mestiere: che stai facendo a fare musica?".
Sulle prese di posizione via social degli artisti che ne pensi?
"Posso dirti cosa penso del mio utilizzo dei social. Mi imbarazza scrivere sui social. Mi imbarazza unirmi alla discussione. Trovo che spesso si aggiunga caos al caos e si cerchi solo l'applauso. E quando mi è capitato di farlo, poi mi è costato il mal di stomaco".
Da X Factor in poi hai sempre difeso la tua indipendenza artistica. Hai pagato un prezzo per questo?
"Non penso di aver pagato un prezzo. Era l'unica strada possibile per me. L'unica vera coerenza della mia carriera è stata non scendere a compromessi sulla musica. Se è per il bene di un disco sono disposto a sacrificare una parte economica, a sparire per qualche anno, a tornare indipendente. L'importante è essere fiero di quello che porto".
Hai detto che ti infastidisce che si parli solo di numeri e performance.
"Mi sono rotto di rispondere a domande sulle performance. Vorrei parlare di musica, vorrei che agli artisti si chiedesse della musica. Mi piacciono anche i soldi, vivo di questo lavoro e vorrei che andasse bene. Ma servirebbe più pudore sui numeri, meno articoli sugli streaming e più attenzione alle canzoni e ai testi".
E invece?
"Invece oggi interessa più il cantante della canzone. Più l'artista dell'arte. Più il gossip dell'arte. E nel gossip rientrano anche i numeri. Media e pubblico alimentano un circolo vizioso: si rincorrono continuamente". (Dall'inviata Antonella Nesi)