Venezia 83, il Pagellone del Lido della sesta giornata

Dalla classe della leggenda del cinema Ellen Burstyn all''estranea' Valeria Bruni Tedeschi fino ai talent rancorosi per le stroncature dei film

Venezia 83, il Pagellone del Lido della sesta giornata
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07 settembre 2026 | 19.04
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C’è chi arriva al Lido per il cinema, chi per il red carpet, chi solo per accaparrarsi un gadget o provare a scroccare un drink al bar dell'Excelsior. E poi ci siamo noi che, armate di taccuino e ironia, vi raccontiamo quello che non entra nelle conferenze stampa: gli applausi oceanici e i silenzi glaciali, gli outfit che sfidano la fisica, i gossip che si materializzano più velocemente delle barche-taxi e quei mostri della Laguna che puntualmente riemergono tra un photocall e un party segreto. Perché la Mostra del Cinema di Venezia è così: un palcoscenico dove il sublime convive con l’assurdo.

In un Lido affollato di selfie, outfit studiati al millimetro e dichiarazioni programmatiche, serve una leggenda per rimettere tutti in riga. E la leggenda è lei: Ellen Burstyn, 93 anni, che ritira il Leone d'Oro alla Carriera. Con la nonchalance di chi sta leggendo la lista della spesa, snocciola: "È una cosa vincere un Oscar, un Tony o un Emmy, premi che ho avuto". Pausa a effetto. E la stoccata finale: "Ma questo è molto di più". In un'epoca di divi da TikTok, zia Ellen ci ricorda che i follower vanno e vengono. La classe, invece, resta.

Menzione d'onore (al contrario) per Valeria Bruni Tedeschi, che si defila dalle interviste video perché, ci viene riferito, "non si regge in piedi". Un dramma, se non fosse che le interviste erano da seduti. È evidente che non le è toccato inseguire i fratelli Gallagher sotto il sole cocente per tutto il giorno, ma a ciascuno la sua fatica. Solidarietà.

Meno vicinanza, però, ai pazienti del Centro 'Evidentemente non hai capito la mia visione': sono quegli artisti che non tollerano una recensione negativa e, per rimediare, inviano al giornalista la loro personale tesi sul perché il film sarebbe un capolavoro. Una categoria in espansione, convinta che il dissenso sia un affronto personale. E parte il solito e noioso: "Forse non sai chi sono io". Ma le chiacchiere stanno a zero: il rancore è un privilegio riservato a chi si chiama Ultimo, osannato per un’intera settimana sanremese dai giornalisti musicali per poi vedere trionfare Mahmood.

Infine, un minuto di silenzio per tutti i mignolini dei piedi finiti fuori gioco sul tappeto rosso. Eroi dimenticati, caduti sul campo dopo anni di onorato servizio nelle scarpe troppo strette. Loro sì che conoscono il vero dolore, ma si limitano a pulsare in silenzio, come piccoli tamburi tribali che ricordano al mondo che la sofferenza, a volte, è grande quanto un centimetro e mezzo di dito.

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