Adelphi riunisce i testi più intimi della scrittrice e drammaturga francese
C'è un punto, in "Da nessuna parte", in cui la scrittrice e drammaturga francese Yasmina Reza scrive di non conoscere la lingua dei genitori (la madre era ebrea ungherese, il padre ebreo iraniano nato a Mosca), né una terra da chiamare origine, né una parola che possa davvero significare "esilio". È un punto decisivo, perché da lì si irradia tutto il libro: la scrittura come unico luogo abitabile, la memoria come spazio instabile, l'identità come frammento.
In uscita per Adelphi il 24 febbraio, "Da nessuna parte" riunisce per la prima volta due testi fondamentali e poco classificabili dell'autrice: "Hammerklavier" (1997) e "Da nessuna parte" (2005), tradotti da Anna Morpurgo e Daniela Salomoni. Due libri che Reza ha sempre definito "di letteratura" per distinguerli dal teatro, ma che oggi appaiono come il controcanto segreto delle sue pièce più celebri.
Chi conosce Yasmina Reza per "L'uomo del destino", "Tre variazioni della vita" e "Il dio del massacro" o per i romanzi degli ultimi anni, come "La vita normale", tutti pubblicati da Adelphi, ritroverà qui tutti i suoi temi: il tempo che passa, gli affetti, la morte, l'identità, la crudeltà involontaria dei legami. Ma li incontrerà spogliati della struttura teatrale, affidati a una forma breve, intermittente, a volte fulminea: aneddoti, ricordi, confessioni, minuscole epifanie che la scrittrice definisce "fotografie soggettive della vita".
È forse il libro più intimo che Yasmina Reza abbia mai pubblicato. Per anni ha custodito con ostinata discrezione la propria biografia, eludendo le domande degli intervistatori, difendendo il diritto alla reticenza. Qui, invece, si concede, ma senza mai indulgere nel sentimentalismo. Racconta i figli piccoli e poi adolescenti, il sorriso sdentato che non tornerà, la tenerezza e l'impazienza della maternità; racconta gli ultimi giorni del padre, la sua presenza brusca e muta, il corpo come unico archivio di un'origine irrintracciabile; racconta una madre legata a un paese, l'Ungheria, che per la figlia resta un nome vuoto.
Il tema dell'assenza di radici, del "non appartenere", non diventa mai posa identitaria. In Reza è piuttosto una condizione esistenziale: non c'è nostalgia di un luogo perduto, perché quel luogo non è mai esistito. Non c'è nemmeno la retorica dell'esilio. C’è un vuoto che la scrittura osserva con lucidità e con una forma di pudore feroce.
La forza di questo volume sta proprio nella sua misura. Ogni testo è breve, ma densissimo; ogni frase sembra limata fino a restare necessaria. La lingua - resa con grande finezza dalla traduzione - conserva quella precisione elegante e tagliente che ha reso Yasmina Reza una delle voci più riconoscibili della letteratura contemporanea. Qui, però, lo sguardo è più vulnerabile, più esposto, e proprio per questo sorprendente.
Riunendo "Hammerklavier" e "Da nessuna parte" in un unico libro, Adelphi restituisce continuità a un progetto che l'autrice stessa considera centrale e a cui è particolarmente legata. Come scrive Reza, rileggendo questi testi ha avuto "la gioia di assistere alla loro rinascita". È una rinascita che riguarda anche i lettori: "Da nessuna parte" non è solo una chiave d'accesso privilegiata all'opera di Reza, ma un libro autonomo, necessario, capace di parlare a chiunque abbia fatto esperienza del tempo, della perdita, e di quella sensazione difficile da nominare che è il non sapere esattamente da dove si viene. (di Paolo Martini)