Fiorello scuote Rai e Mediaset: "Da 20 anni sempre gli stessi programmi"

Lo showman dal Salone del Libro di Torino lancia un appello: "Bisogna sperimentare, non vivere di repliche e format eterni"

Fiorello - (Fotogramma)
Fiorello - (Fotogramma)
17 maggio 2026 | 17.23
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È da almeno vent’anni che in tv, tra Rai e Mediaset, ci stanno riproponendo sempre gli stessi programmi. Il palinsesto del prossimo anno è uguale a quello di quest’anno. Tutti gli anni gli stessi programmi: 'Ballando con le Stelle', gli 'Amici' di Maria, poi arriverà 'Tale e Quale' e poi quelli 'tali e quali' e infine ci salverà Sanremo..." Rosario Fiorello lo dice sorridendo, come sempre. Ma dietro l’ironia che incendia l’Auditorium sold out del Salone del Libro di Torino c’è una delle critiche più nette e profonde sulla televisione italiana. Non una polemica improvvisata, non il capriccio di una star, ma il grido di uno degli ultimi grandi uomini di spettacolo cresciuti dentro la storia della Rai e abbastanza liberi da poterne denunciare la stanchezza creativa. In dialogo con il crtico televisivo Aldo Grasso, autore di "Cara televisione" (Raffaello Cortina Editore), Fiorello mette in scena un racconto che è insieme autobiografia, lezione di tv e atto d’accusa contro una macchina televisiva incapace di rischiare davvero.

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Fiorello e Grasso concordano: la tv generalista italiana vive ormai di ripetizione. Formati identici, programmi fotocopia, palinsesti costruiti più per rassicurare i dirigenti che per sorprendere il pubblico. “Mi dicono: Fiorello, fai tu qualcosa di nuovo!”, racconta. “Io ci provo e infatti faccio cose per diversificare. Guarda caso ho fatto un programma alle sette del mattino”. La frase fotografa perfettamente il paradosso della sua carriera recente. Nel momento in cui quasi tutti inseguono la comfort zone del prime time, Fiorello sceglie l’alba o il primo pomeriggio. “Cerco almeno di non fossilizzarmi sui miei successi”, spiega. E per ora non intende replicare il successo del suo varietà "Stasera pago io", che Grasso definisce "tra i più belli della tv italiana" e che il pubblico reclama a grande voce dalla platea.

Il punto centrale del serio discorso di Fiorello, inframmezzato da gag che strappano continue risate ai mille spettatori dell'Auditorium, non è demolire il servizio pubblico, ma ricordargli la propria missione. “Noi siamo la Rai”, rivendica durante l’incontro. Non come slogan aziendale, ma come idea culturale. "La Rai del grande varietà, della seconda serata sperimentale, dei programmi che rischiavano. La Rai di Renzo Arbore o di Piero Chiambretti, dei grandi autori capaci di trasformare il sabato sera in rito nazionale".

Fiorello torna spesso lì, alla televisione della sua infanzia. “Sono cresciuto con il grande varietà della Rai in bianco e nero, da Mina a Raffaella Carrà, dalle gemelle Kessler a Pippo Baudo”. Non è semplice nostalgia. È il ricordo di una televisione che investiva sulla qualità dello spettacolo, sulla cura maniacale dei dettagli, sui grandi professionisti. “Quegli spettacoli erano curati forse anche all’esasperazione”, racconta lo showman. “Avevamo i varietà più belli del mondo", sottolinea Grasso. Poi però arriva la domanda implicita che attraversa tutto l’incontro: cosa è successo dopo? Secondo Fiorello la televisione è stata travolta da una trasformazione radicale del pubblico. “Oggi siamo frammentati”, spiega. “Non esiste più il rito collettivo. Non puoi fare un monologo di dodici minuti: dopo un minuto cambiano canale o scorrono via su TikTok”.

È qui che il dialogo con Aldo Grasso diventa particolarmente interessante. Il critico osserva come non sia soltanto la tv a essere cambiata: è l’intera società ad aver perso continuità narrativa. “Vediamo tutto per frammenti”, dice Grasso. E Fiorello concorda: “Siamo tutti veicolati dai social”. La differenza rispetto a molti altri protagonisti della tv italiana è che Fiorello non demonizza questa trasformazione. Non parla mai da reduce rancoroso del Novecento televisivo. Anzi, riconosce apertamente il peso dei social (e infatti ne fa ampio uso, soprattutto di Instagram, nei periodi in cui è impegnato in un programma) e il loro impatto sui linguaggi contemporanei. Il problema, semmai, è che la televisione sembra aver reagito nel modo peggiore: "Invece di innovare davvero", si è limitata a diventare più rumorosa, più ansiogena, più ripetitiva.

Anche per questo durante l’incontro emerge una critica durissima alla spettacolarizzazione della cronaca nera. Grasso cita il caso Garlasco e la fascinazione morbosa della tv per delitti e tragedie. Fiorello rincara: “Il morboso viene spalmato dal mattino alla sera. Io il caso Garlasco non lo seguo". Fiorello evita accuratamente di trasformarsi nel sacerdote del “si stava meglio prima”. Anche le sue battute più feroci restano attraversate da un’ironia profondamente contemporanea. “Magari qualche vertice che ci ha ascoltato domani ci licenzierà”, scherza dopo aver criticato i palinsesti. Ma dietro la battuta c’è la consapevolezza che ogni tentativo di innovazione in tv oggi incontra resistenze enormi. Perché il vero tema, alla fine, è la paura di interrompere formule consolidate. Così il sistema preferisce replicare all’infinito ciò che conosce già, anche quando appare logoro. Fiorello invece continua a rivendicare il diritto alla sorpresa. Anche a 66 anni, come ricorda autoironico all’inizio dell’incontro. “Tra quattro anni entrerò al Salone con il girello”, scherza. Ma in realtà resta uno dei pochissimi protagonisti della tv italiana ancora capaci di mettere in discussione il proprio personaggio e il proprio linguaggio. “Noi quello che potevamo fare lo abbiamo fatto”, conclude quasi sottovoce. “Qualcosina ancora la faccio”. E gli applausi per Fiorello continuano anche se il dialogo con Aldo Grasso è finito. (di Paolo Martini)

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