Daria Lucca e Ivo Carezzano ricostruiscono la missione compiuta dallo scultore e voluta da Pio VII per far tornare in patria statue e quadri sottratti alle chiese e ai palazzi nobiliari dello Stato Pontificio in vent’anni di saccheggi
Un romanzo che, forte di una documentazione storica accurata e precisa, ricostruisce una missione particolare, quella compiuta da Antonio Canova a Parigi per recuperare statue e quadri di grande valore rubati dalle armate napoleoniche nelle chiese e nei palazzi nobiliari dello Stato Pontificio in vent’anni di saccheggi. Una spy-story artistica, ricca di retroscena, ambientata nel 1815 e raccontata in 'Salverò Raffaello. Canova alla battaglia del Louvre', firmato dai giornalisti Daria Lucca e Ivo Carezzano. Il libro è ora in vendita sul sito dell'editore Nuova Trauben (www.trauben.it/) e tra qualche giorno sarà disponibile anche su Amazon e sulle altre piattaforme.
Guerra di spie in nome dell'arte e della cultura, la missione realizzata con successo dallo scultore e pittore veneto ebbe origine quando Pio VII decise di inviarlo nella capitale transalpina per recuperare le tante opere depredate nell’Italia del Centro e del Nord allora divisa in regni, ducati e granducati. Vere e proprie 'spoliazioni' cui Canova riuscì a porre rimedio in gran parte, visto che riuscì a recuperare metà del patrimonio trafugato. Un'operazione che, però, come evidenziano gli autori, non fu priva di rischi: lo scultore, infatti, fu costretto a muoversi in una Parigi in subbuglio, occupata com'era da quattro eserciti in concorrenza tra loro. Una fase storica in cui non si era ancora spento la eco di Waterloo e Napoleone era vivo e presente nello spirito di molti francesi, sebbene prigioniero e in viaggio verso San’Elena. Il libro - frutto di ricerche negli archivi parigini finalizzate a una tesi di laurea in museologia all’Università di Firenze - ricostruisce quelle settimane sulle rive della Senna, dove si trasferì in blocco il Congresso di Vienna. Per le sue ricerche, ricordano Lucca e Carezzano, Canova contò su suo fratello, l'abate Giovanni Battista Sartori, e tra gli altri su due amici di vecchia data: Juliette Récamier, regina dei salotti, e Quatremère de Quincy, il solo, grande intellettuale e archeologo che si era opposto da subito ai sistematici furti d’arte. Nel romanzo la compagnia si allarga ed entrano a farne parte anche un valletto di Trastevere ricco di verve e una restauratrice francese ben introdotta nelle raccolte d’arte parigine. Ma c'è spazio anche per un gesuita laico valdostano, ex militare sabaudo, che svolge una doppia mansione. Sarà guardia del corpo del maestro e investigatore al servizio del segretario di Stato vaticano, cardinale Ercole Consalvi.
Perché, però, tornare a parlare di questa pagina della nostra storia? "Per diverse e buone ragioni. La principale - osservano gli autori - è che il 'caso', storicamente e concretamente parlando, è ancora apertissimo. I circa duecentocinquanta quadri italiani rimasti al Louvre e nelle chiese e nei musei di Francia, sono la punta dell’iceberg, assieme ai marmi del Partenone finiti da Atene a Londra agli inizi dell’Ottocento, di quella grande querelle che molti Paesi di diversi continenti hanno intrapreso nei confronti dei cosiddetti 'musei universali'. Si tratta dell’eredità avvelenata del Colonialismo: le potenze in espansione in epoche diverse, soprattutto nel XIX secolo, razziarono dalle colonie i sostanziosi frutti della produzione artistica locale. Che molti Stati attuali, usciti dall’ombra del sottosviluppo e cresciuti anche economicamente e culturalmente, ora reclamano".
Si tratta di rilanciare la richiesta alla Francia di restituirci i Guercino, i Caravaggio, i Veronese? "Il governo italiano - riflettono i due autori - in passato ci ha provato, ma Parigi ha sempre risposto picche. Anche Londra aveva risposto sempre no alle richieste di Atene per i fregi del Partenone: ma ora, in tempi più recenti, il British Museum si è ammorbidito e si stanno inaugurando scambi di capolavori anche di lungo periodo, in modo da dialogare almeno in nome dell’arte invece di guardarsi sempre e solo in cagnesco". In questo quadro, passando dal passato al presente, un ruolo significativo possono giocarlo le nuove tecnologie. A Venezia è stato riprodotto al computer 'Le Nozze di Cana' di Paolo Veronese, settanta metri quadrati con un centinaio di comprimari e comparse, cani compresi. "Un’operazione perfetta che ha ridato al Cenacolo Palladiano sull’Isola di San Giorgio Maggiore l’atmosfera di quando i frati, tanti anni fa, mangiavano a quella mensa", osservano Lucca e Carezzano che corredano il libro con l’appendice alla 'battaglia del Louvre': l’elenco delle tele italiane o rimaste nel 'museo universale' di Parigi o distribuite nelle chiese e nei musei dipartimentali, per disperderle e renderle difficilmente recuperabili.