La Giornalista e autrice firma un saggio che ripercorre nascita e sviluppo dell’universo creato da Hugh Hefner
Valeria Arnaldi, giornalista e autrice attenta ai fenomeni della cultura pop e dell’immaginario contemporaneo, torna in libreria con ‘Playmate & conigliette. La (bella) vita secondo Hugh Hefner’, un saggio che esplora uno dei simboli più riconoscibili e controversi del Novecento.
Al centro del racconto c’è la figura di Hugh Hefner, fondatore di ‘Playboy’, capace di trasformare una rivista in un vero e proprio universo culturale. Non solo editoria, ma un modello di lifestyle che ha inciso profondamente sull’immaginario collettivo, tra glamour, trasgressione e costruzione del desiderio. Il libro ripercorre la parabola di Hefner a partire dalla sua visione originaria. ‘’Non avevo solo una rivista, avevo uno stile di vita’’, è una delle chiavi di lettura che emergono dalla sua stessa narrazione, utile a comprendere come ‘Playboy’ sia diventato molto più di un magazine. Fin dal primo numero del 1953, che ospitava un nudo di Marilyn Monroe, la rivista si è imposta come fenomeno culturale, contribuendo a una progressiva normalizzazione del nudo nell’immaginario popolare. Nel corso degli anni, numerose icone della cultura pop e del cinema hanno posato per la rivista, trasformando il cosiddetto “paginone centrale” in un simbolo di notorietà e consacrazione mediatica. “Il paginone centrale che poi è stato il trionfo dell’oggettificazione della donna in realtà è diventato una sorta di Oscar della bellezza femminile - sottolinea Arnaldi all’Adnkronos - Arrivare su quelle pagine era un vero e proprio traguardo. ‘Playboy’ non è solo nudo, ma anche altro: Hefner l’ha costruito bene, inserendo letteratura, design e interviste. In questo modo ha rivoluzionato l’idea stessa di magazine”.
Arnaldi ricostruisce come la rivista abbia ospitato nel tempo conversazioni con protagonisti della musica e della cultura come Miles Davis e Frank Sinatra, fino a interviste considerate scomode a figure politiche e leader dei diritti civili come Martin Luther King e Malcolm X, oltre ad artisti come Salvador Dalí e attori come Marcello Mastroianni: “Era un magazine pensato per l’uomo, ma non solo sul nudo, bensì su interessi più ampi – continua la giornalista - Dentro c’erano anche i racconti di Roald Dahl, che affidò a Playboy un immaginario erotico e oscuro, dimostrando quanto potesse essere un contenitore culturale trasversale’’.
In questo senso, ‘Playboy’ si inserisce nella stagione di cambiamento dei costumi legata alla rivoluzione sessuale, portando il nudo fuori dalla marginalità e rendendolo parte del linguaggio mainstream. Non a caso, Hefner sosteneva che Playboy fosse stato stato "fondato sulla convinzione che anche alle belle ragazze piace il sesso”, una dichiarazione che sintetizza la sua impostazione culturale e commerciale. Uno degli aspetti più interessanti del volume è proprio l’equilibrio tra racconto e analisi. Se da un lato ‘Playboy’ viene presentato come espressione di una nuova libertà, dall’altro emergono i limiti di un modello fondato su una rappresentazione del corpo e del desiderio fortemente codificata. Arnaldi infatti si sofferma anche sulle ombre della figura di Hefner e sugli aspetti più controversi del suo impero mediatico: “Nel libro - sottolinea - ho voluto dare conto anche di quelli’’. Senza assumere toni celebrativi né apertamente critici, Arnaldi costruisce un percorso accessibile e divulgativo, capace di parlare a un pubblico ampio. Il risultato è un ritratto che invita a interrogarsi su cosa abbia rappresentato davvero l’universo ‘Playboy’ e su quale sia oggi la sua eredità. In un contesto contemporaneo in cui il dibattito su immagine, identità e rappresentazione è sempre più centrale, ‘Playmate & conigliette’ offre così uno spunto per rileggere il passato alla luce del presente. Il mito costruito da Hefner continua infatti a esercitare una sua influenza, anche se osservato oggi con uno sguardo più consapevole e critico. (di Alisa Toaff)