Il rapporto del bilancio messo a disposizione della sicurezza del Paese con il Pil di ogni nazione varia, e tanto, in base a quanto è vicina la guerra Ucraina-Russia.
Chi spende di più per la Difesa in Europa? Il rapporto con il Pil di ogni nazione varia, e tanto, in base a quanto è vicina la guerra Ucraina-Russia. Secondo lo studio ‘Defense brief: european defense spending's battle with fragmentation’ di S&P global ratings, nessuno può competere con Polonia (4,8%) e Paesi baltici: qui la spesa è pari al 4,9% in Lettonia e al 5,4% in Estonia e Lituania.
Tra i giganti del continente, quella che spende di più è la Germania, che dispone di margini di bilancio e si è impegnata ad aumentare la spesa dal 2,8% del pil nel 2026 al 3,5% entro il 2029. Più indietro ci sono quelli che il report si limita a definire “Paesi con un approccio più reattivo, esposti a vincoli fiscali o a priorità politiche concorrenti”. Ovvero Francia, Regno Unito, Belgio e i Paesi dell’Europa meridionale. Tra questi c'è l’Italia, che è cresciuta dall’1,6 all’1,9% dal 2021 (pre-invasione russa dell’Ucraina) al 2025. Secondo i calcoli preliminari dell'ultimo rapporto annuale della Nato, basati sui prezzi del 2021, l’Italia spende per la difesa il 2,01% del proprio Pil: circa 45 miliardi di euro, in crescita dall'1,52% del Pil datato 2024. L'analisi dell'Osservatorio conti pubblici italiani dice che il risultato deriverebbe, per un terzo, da spese maggiori per il personale militare, "proveniente da categorie prima non considerate parte del settore difesa". Sul tema nelle scorse settimane il segretario di Stato americano Marco Rubio aveva detto che "le pensioni dei militari" non dovrebbero contare come spesa per la Difesa.
Finita l’era dei “dividendi della pace” iniziata dopo la caduta della Cortina di ferro, la spinta di Bruxelles e la fine del multilateralismo a guida statunitense stanno spingendo tutti ad accrescere i budget, ma come spesso accade in modo frammentato e non omogeneo. Inoltre va anche analizzata la ‘qualità’ della spesa, se si parla di ritorno economico. Secondo il report le economie europee probabilmente non trarranno grandi benefici da un aumento della spesa per la difesa concentrato sul personale e sull'equipaggiamento importato, mentre investire in ricerca e sviluppo, innovazione, infrastrutture e acquisti nazionali dà un impulso economico maggiore. Ma attualmente questi settori ammontano a meno di un terzo della spesa totale per la difesa. Per gli emittenti sovrani l’impatto sulla crescita del Pil dovrebbe rimanere limitato e potrebbero emergere trade-off di bilancio politicamente sensibili, inclusi possibili tagli alla spesa sociale. Inoltre, la difesa è un impegno a lungo termine nel quale sono favoriti Paesi con margine fiscale (Germania, Polonia e gli stati baltici) che possono finanziare la spesa aumentando l'indebitamento. Altri (Francia, Italia e Regno Unito) sono limitati dall'elevato debito pubblico.
Secondo il report, nel breve termine, le società del settore della difesa saranno le principali beneficiarie dell’incremento della spesa. La soluzione per le singole nazioni? Un maggiore ricorso ad acquisti e strumenti di finanziamento comuni, unitamente a una crescente preferenza per soluzioni europee, potrebbe nel tempo generare ricadute positive. Tra i meccanismi europei va ricordato il Safe, che vale 150 miliardi di euro, ma anche il possibile Meccanismo Europeo di Difesa sviluppato sul modello del Mes. Ma per il report “i governi nazionali restano protettivi verso la loro sovranità in materia di difesa”. Proprio l’Italia, che dal Safe ha chiesto 15 miliardi, è stata bacchettata dall’Unione europea che chiede al Paese di riscuotere quanto richiesto pena la “riallocazione” dei fondi. A Roma la partita dei soldi per la Difesa verrà decisa nei prossimi mesi, secondo il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. (di Alessandro Pulcini)