La tesi dell'economista tedesco della Bocconi all'AdnKronos
Petrolio in rialzo, con i futures sul Wti che sono saliti a circa 61,90 dollari al barile: si tratta dei livelli più alti da inizio ottobre. D'altronde, e non è un mistero, il filo conduttore dell'attivismo americano trumpiano nel 2026 - dall'Iran al Venezuela - sembra proprio ruotare intorno alla variabile petrolifera, con una partita a doppio filo che lega le riserve petrolifere di Teheran e Caracas non solo al tema del costo dell'energia, ma soprattutto alla Cina. Partita doppia: geopolitica e soprattutto economica.
STRATEGIA DI TRUMP
Una strategia, quella di Trump, che non sembra convincere l'economista tedesco della Bocconi, Daniel Gros, secondo cui un'eventuale operazione militare made in Usa volta a rovesciare il regime iraniano degli ayatollah non genererà benefici economici per gli Stati Uniti. "Non vedo grandi vantaggi economici" dice all'AdnKronos il professore, sottolineando che "il Pil dell’Iran è al livello del Portogallo". Secondo Gros "Trump sognerà naturalmente affari d’oro per le imprese petrolifere americane, ma dubito che questo si materializzerà".
MA PERCHÉ?
La risposta, secondo Gros, va ricercata nella dinamica economica: "Il petrolio grezzo - dice il professore - è un bene omogeneo, le relazioni bilaterali sono irrilevanti. Se l’Iran non lo vende alla Cina, ma altrove, ci saranno altri fornitori che avranno capacità libera", spiega Gros che chiosa: "Anche per la Cina le ripercussioni economiche saranno di minore importanza".
ILLUSIONI VENEZUELANE
Gros, sempre all'Adnkronos, aveva criticato l'idea del presidente Usa sull'utilizzo delle riserve petrolifere venezuelane nell'ottica di un miglioramento dei costi energetici a vantaggio degli interessi statunitensi: "Ci vorrebbero anni per migliorare l'infrastruttura petrolifera. Nessun impresa privata sarà interessata a finanziare questi investimenti con un rendimento molto incerto". (di Andrea Persili)