Elezioni in Israele, la politologa Melcangi: "Tanti scenari, scommetterei solo sulla ripresa del conflitto con l'Iran"

Alessia Melcangi, politologa, professoressa di Storia del Medio Oriente all'università La Sapienza di Roma, ragiona con l'Adnkronos sulle prospettive dopo il voto di martedì per il rinnovo della Knesset, sul contesto regionale e l'alleanza tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu

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30 ottobre 2026 | 12.36
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In Israele una situazione "un po' complessa", con i partiti arabi "ago della bilancia", un elettorato "molto polarizzato e molto cristallizzato", uno "stallo potenziale" all'orizzonte con "tanti scenari", ma nessuna possibilità con probabilità di concretizzarsi maggiore dell'altra, se non quella di "riattivazione di un conflitto" nella regione, e, a chilometri di distanza, le elezioni di Midterm negli Stati Uniti dietro l'angolo. Alessia Melcangi, politologa, professoressa di Storia del Medio Oriente all'università La Sapienza di Roma, ragiona con l'Adnkronos sulle prospettive dopo il voto di martedì in Israele per il rinnovo della Knesset, sul contesto regionale e l'alleanza tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu.

In Israele, spiega, "la situazione è un po' complessa", una "situazione che potenzialmente può diventare stallo". All'indomani del voto, il presidente israeliano Isaac Herzog ha detto chiaramente che va "fatto tutto il possibile" per "evitare altre elezioni". Israele, osserva Melcangi, "non può rischiare" di tornare agli anni in cui cambiava governo in continuazione. Il voto di martedì ha lasciato il Likud di Netanyahu con 27 seggi su 120. Il blocco del premier ne ha conquistati complessivamente 53. Lo schieramento anti-Netanyahu conta su 48 seggi. E con i partiti arabi arriverebbe a 67.

L'ago della bilancia

Sono i partiti arabi "l'ago della bilancia", rimarca Melcangi. E lo sono "perché hanno i numeri, perché hanno dimostrato capacità di coinvolgimento dell'elettorato". Oggi lo sviluppo "più logico" sarebbe avere "l'opposizione, il gruppo di Gadi Esidenkot, con il sostegno esterno dei partiti arabi". Così, intanto, "si uscirebbe dallo stallo". "Si deve essere pronti a trattare con loro", sottolinea, convinta "a oggi non ci sia un divieto" sull'unione di forze. "Per quanto ci siano dichiarazioni contrarie, non credo esista un divieto assoluto di unirsi con gli arabi - afferma - Il 7 ottobre (il massacro in Israele del 2023) non ha dato questa censura. E' più un fatto di opinione pubblica, che si può superare perché i partiti arabi hanno dimostrato di avere sostegno e questo consentirebbe anche di superare l'impasse". Secondo dati pubblicati ad aprile dal governo israeliano, gli arabi israeliani costituiscono il 21,1% della popolazione, poco più di dieci milioni di persone in tutto.

In questo quadro evidenzia "quello che sta facendo il Likud", che "delegittima dei partiti rivolgendosi alla propria opinione pubblica, che li ha già delegittimati", e tutto diventa quindi un "discorso fatto per cercare di convincere chi ha votato per l'opposizione o per parlare all'esterno" dei confini di Israele. E Melcangi sottolinea la convinzione che "la polarizzazione interna che c'è oggi in Israele non sia legata a posizioni che possono variare con notizie che escono da un giorno all'altro" perché - dice - "chi ha votato, ha votato in modo convito e rimane su quella posizione". Melcangi ricorda le manifestazioni contro Netanyahu. "Non parliamo di elettori in bilico - rimarca - L'elettorato rimarrà più o meno cristallizzato per come è". E "non è delegittimando i partiti arabi oggi che si cambia quello che sono state le elezioni" di martedì scorso.

Melcangi dice di non credere a un governo di unità nazionale per Israele dal momento che "vede meno fattibile che l'opposizione possa imbarcarsi con il Likud". Forse, prosegue nel ragionamento, sarebbe possibile "se non ci fosse la figura di Netanyahu, ma Netanyahu non lavora per gli interessi dello Stato, ma per interesse personale" e vuole quindi restare al potere. "Tanti scenari - osserva - ma nessuno con probabilità maggiori dell'altro". "Potrebbe anche prefigurarsi la possibilità nuove elezioni", rimarca, nonostante le dichiarazioni 'a caldo' di Herzog.

L'Iran e Midterm

Su cosa scommettere? Melcangi parla di quello che considera "lo scenario più probabile". "Conoscendo il premier israeliano scommetterei sulla possibilità che riattivi in qualsiasi modo un conflitto, quello con l'Iran, perché gli garantisce di tornare in una situazione di emergenza - dice - E possibilmente anche di prolungare la permanenza oltre gli accordi che si possono prendere per la formazione di nuovo governo".

Nel mezzo, le elezioni di Midterm negli Stati Uniti. "Andare male o andare molto male (per Trump) può diventare una variabile", osserva, parlando di "probabilità di ripresa del conflitto molto alte" dopo le operazioni militari che a fine febbraio Usa e Israele avviarono contro l'Iran. "Ci sarebbe bisogno - è il ragionamento - di distrarre l'opinione pubblica dal disastro interno e concludere gli ultimi due anni alla Casa Bianca con qualcosa che resti nella storia". E Netanyahu sarebbe "molto disposto e ben contento di riprendere il conflitto".

Nel frattempo, "nessun miracolo sbloccherà" lo Stretto di Hormuz. Quindi, dice, "o Trump salva la situazione interna negli Usa con la diplomazia e concede qualcosa all'Iran" o deve "distrarre l'attenzione con qualcosa di più clamoroso". Anche perché ad oggi il blocco navale Usa, con l'impatto su produzione e vendita di petrolio da parte della Repubblica islamica, sta funzionando, ma "i bombardamenti hanno lasciato il governo di Teheran dove era" e, conclude nell'analisi, "il regime è sotto sanzioni da diversi anni e non ha mai dato grandi segni di cedimento, ha sviluppato una capacità di resistenza".

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