Nato, Serino sul passaggio di Napoli e Norfolk agli europei: “Non è un disimpegno Usa”

13 febbraio 2026 | 18.06
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“Parlare di cessione è troppo semplicistico”. Il generale Pietro Serino, già capo di Stato maggiore dell’Esercito, invita a leggere i recenti cambiamenti nella struttura di comando Nato come parte di un processo strutturale e non come un segnale di disimpegno americano.

In un colloquio con l'Adnkronos a margine dell’High-Level Workshop “Regions at the Centre - Cooperative Security: Cooperation versus Fragmentation”, organizzato dalla Parliamentary Assembly of the Mediterranean – Centre for Global Studies e dalla Nato Defense College Foundation, Serino commenta il passaggio della guida di due comandi strategici dell’Alleanza — Napoli e Norfolk — a leadership europea.

“Si tratta di un lungo processo che viene svolto ciclicamente in ambito Nato di revisione della struttura di comando”, spiega Serino. “All’interno di questo quadro rientra anche l’assegnazione dei comandi territoriali alle diverse nazioni. L’assegnazione all’Italia la vedo come una buona notizia, per l’Italia e per la Nato”.

Il riferimento è al Joint Force Command di Napoli, uno dei principali comandi operativi dell’Alleanza, che secondo le ultime indicazioni dovrebbe passare sotto guida italiana, mentre il comando di Norfolk verrebbe affidato al Regno Unito. Una riorganizzazione che, secondo Serino, riflette la capacità di adattamento della Nato allo scenario strategico.

Nel quadro della ristrutturazione, Germania e Polonia si alternerebbero invece alla guida del Joint Force Command di Brunssum, snodo chiave per il fianco orientale. A prima vista il riassetto può apparire come un cambiamento storico, ma la distribuzione effettiva del potere resta sostanzialmente invariata. Washington conserva infatti il Supreme Allied Commander Europe (Saceur), mantiene la guida dei principali comandi componenti — Aircom e Landcom — e continua a esercitare un ruolo dominante nella pianificazione delle capacità aeree, terrestri e marittime dell’Alleanza, oltre che nell’infrastruttura di comando e controllo. Una svolta dal forte valore simbolico verso un pilastro europeo più visibile, ma con l’architettura strategica che rimane saldamente ancorata agli Stati Uniti.

“Significa che l’Alleanza dimostra di sapersi riconfigurare e adeguare rispetto ai rischi intorno all’Europa, non solo sul fianco Est ma anche sul fianco Sud”, osserva. “L’Italia da tempo cercava un riconoscimento di ruolo nel Mediterraneo”.

Sul tema del rapporto tra Washington e l’Alleanza, Serino ridimensiona le letture più allarmistiche: “Sicuramente c’è una riduzione degli assetti militari messi a disposizione dagli Stati Uniti, ma è un processo che nasce più di vent’anni fa”.

“Riduzioni erano già in atto durante la presidenza Bush, confermate sotto Obama, con uno stop dopo l’invasione russa della Crimea”, ricorda. “Oggi c’è maggiore attenzione anche per effetto della guerra in Ucraina, ma non penso ci sia nulla di particolarmente sorprendente”.

Secondo l’ex capo di Stato maggiore, il punto centrale resta la tenuta operativa dell’Alleanza: “Gli Stati Uniti continuano a fornire alla Nato alcuni assetti in maniera quasi esclusiva. Finché questi sono garantiti, non si può parlare di un indebolimento delle capacità operative”.

Nel suo intervento Serino sottolinea inoltre come la distinzione tradizionale tra fianco Est e fianco Sud stia progressivamente perdendo rigidità strategica.

“La presenza russa nel Mediterraneo negli ultimi anni è cresciuta, anche se in maniera poco visibile”, afferma. “Dalla presenza di Wagner in diversi Paesi africani alla costruzione di basi aeree e navali in Libia, le azioni russe vanno lette come parte di un’unica strategia”.

Una dinamica che richiama, secondo Serino, una costante storica della politica di Mosca: “È una strategia che non è nuova, quella dell’accesso ai cosiddetti ‘mari caldi’. Il Mediterraneo continua a essere un punto nodale e centrale dello scenario geopolitico mondiale”.

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