Venezuela, Alegi (Luiss): "Con l'attacco di Trump è tana liberi tutti, ridimensiona anche Putin"

'Azione contro il diritto internazionale e contro il diritto americano'

Venezuela, Alegi (Luiss):
04 gennaio 2026 | 21.44
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La decisione di Donald Trump di attaccare il Venezuela e incarcerare Nicolas Maduro e la moglie "mescola l'azione militare con quella che invece è ufficialmente un'azione penale", ovvero "un arresto per narcotraffico organizzato", e questo mix "rende molto complicato e discutibile quello che è successo, perché non si dovrebbero mobilitare flotte militari per arrestare un narcotrafficante". Gregory Alegi, docente di Storia e Politica degli Usa alla Luiss, parlando con l’Adnkronos, ha un giudizio molto tranchant di quanto avvenuto all’alba di ieri in America.

Per il docente e giornalista "è difficile immaginare che un'azione unilaterale, senza alcuna sanzione, senza alcuna benedizione di un organismo internazionale fatta contro un capo di Stato, per quanto secondo molti non legittimo, non sia quasi certamente fuori dal diritto internazionale, anzi, come dicono molti giuristi americani, probabilmente è anche contro il diritto americano". E questo, aggiunge, è un problema per tutti, meglio: un "brutto segnale" che "renderà più difficile qualsiasi azione concertata, collettiva, e sembra un po' un tana libera tutti: ognuno può fare non tanto quello che vuole, ma quello che riesce a fare". "Se il segnale è questo, uno può immaginare tanti scenari nei quali vari Paesi possono decidere di risolvere questioni vere o inventate nello stesso modo", spiega ancora Alegi.

Anche la Russia. Che però non esce bene da questa situazione secondo lo storico italo-americano. Al netto di quelle che sono le trattative per arrivare alla pace con l'Ucraina, in cui Trump ha sicuramente un ruolo fondamentale, Vladimir Putin "è ridimensionato" per tre elementi. In primis perché avere una "garanzia russa vale meno di niente", come per altro già successo in Iran a giugno, poi perché le loro armi "valgono ancora di meno" (il sistema di difesa aereo venezuelano era russo, ndr), e in ultima istanza perché il loro "ruolo diplomatico, il fatto stesso che non sia stato concordato, che non gliel'abbiano detto, è un segno che mentre sull'Ucraina c'è qualche riconoscimento del ruolo russo, sul resto gli americani non riconoscono nemmeno di doverci parlare".

Se, però, per l'Iran è sintomo di uno strapotere statunitense, per il Venezuela fa parte di un disegno che il tycoon aveva già rivendicato in passato, la 'dottrina Monroe', e che ieri ha addirittura ribattezzato chiamandola 'Donroe'. Un azzardo per Alegi. "Qui non parliamo di difesa degli interessi, di difesa in senso passivo o reattivo, qui parliamo di un'azione attiva per dare a un Paese o a più Paesi la forma che vogliono gli Stati Uniti, quindi è molto più avanti rispetto alla dottrina Monroe, l'ha praticamente riscritta", dice. E questo sia per il contesto in cui era nata, il 1823, che "oggi è completamente diverso, non c'è nessun Paese europeo, non c'è nessun tentativo di stabilire monarchie, e quindi la dottrina Monroe è citata un po' a sproposito", ma anche per la sfera di influenza che ha la Cina in quei territori.

"La presenza cinese in America Latina e in Africa è in corso da trent'anni, perché è da allora che gli Stati Uniti trascurano queste zone e guardano soprattutto al Medio Oriente - racconta il docente e giornalista - In più, la Cina ha fatto quella politica di soft power, concedendo prestiti, costruendo infrastrutture, rispondendo a una serie di necessità delle quali quel continente ha bisogno e alle quali gli Stati Uniti non contribuiscono più".

Nel nome, ancora, della dottrina 'Donroe' Trump potrebbe non fermarsi al Venezuela e coinvolgere anche Cuba. Ed ecco che qua, per Alegi, il discorso si fa più complicato. Sia perché Cuba è una vicenda che sta molto più a cuore agli statunitensi rispetto a Caracas, sia perché la "compattezza politica cubana è molto maggiore di quella venezuelana" sia dentro i confini sia al di fuori. "Certo, negli Stati Uniti la comunità cubana reclamerà, spingerà, si sentirà autorizzata a chiedere di più, però che accada così presto è difficile - profetizza - E' anche vero che la situazione potrebbe anche essere invece un segnale che spinge il regime cubano ad allentare un po' le briglie per timore. Ma di certezze non ce ne sono".

E paradossalmente di certezze ce ne sono poche anche per il Venezuela. "Quello che rimane da capire è esattamente cosa intendesse Trump quando ha detto 'Lo gestiremo noi', perché in realtà l'azione è consistita nel rimuovere una persona e la moglie, ma hanno lasciato intatta la struttura del governo del potere del regime in Venezuela, che non è crollato, non ci sono state rivolte di piazza, non c'è stato nulla", precisa Alegi. Le strade sono due: o quel che resta del regime trova un accordo con il presidente statunitense per un governo di transizione, oppure che l'opposizione spinga, adesso che non c'è più Maduro, per accelerare i tempi. "La sensazione di debolezza all'interno del regime - avverte - potrebbe far uscire fuori altri pretendenti, correnti, persone pensano di gestire meglio la transizione, anche rispetto a Machado". "All'interno di quel dubbio di legittimità sul fatto in sé, tutto sommato questa prudenza è la parte più rassicurante, incerta certo, ma rassicurante perché dimostra piedi di piombo, il che tutto sommato ci fa pensare che siano più consapevoli del rischio che non in altre occasioni", conclude lo storico.

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