Il ritorno di Cocciante: "Voglio ancora essere autentico. Giovani? Manca gavetta"

Il cantautore, 80 anni, pubblica il nuovo album 'Ho vent'anni con te', 12 brani che attraversano i ricordi e le contraddizioni dell’esistenza

Riccardo Cocciante (foto Attilio Cusani)
Riccardo Cocciante (foto Attilio Cusani)
11 marzo 2026 | 09.53
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Dopo oltre vent’anni dall’ultimo album di inediti, Riccardo Cocciante torna con un nuovo capitolo discografico. Si intitola ‘Ho vent’anni con te’, ed è un lavoro che attraversa il tempo con lo sguardo di chi ha alle spalle una lunga carriera ma continua a guardare avanti con la stessa curiosità e la stessa passione degli esordi. Il disco sarà disponibile dal 13 marzo e parallelamente, grazie al nuovo accordo tra Sony Music Italy e la storica etichetta Boventoon, l’intero repertorio internazionale dell’artista diventerà disponibile per la prima volta su tutte le piattaforme di streaming. L’album nasce come una sintesi degli ottant’anni di vita di Cocciante: dodici brani che attraversano i ricordi e le contraddizioni dell’esistenza. Ogni brano è stato registrato in presa diretta, una modalità pensata per restituire un suono autentico, simile a quello di un live. Il ritorno discografico di Cocciante arriva in un anno particolarmente importante per l’artista, che ha appena festeggiato il suo compleanno. Accanto all’album, celebra la sua carriera con il docufilm ‘Il mio nome è Riccardo Cocciante’, andato in onda su Rai1, con il ritorno nei teatri di ‘Notre Dame de Paris’ e con un nuovo tour estivo.

Non ho mai pensato di lasciare la canzone, che è un formato di oggi molto attuale e mi piace molto - racconta l'artista -. In questi vent’anni ho dovuto lavorare su ‘Notre Dame de Paris’, che è uscito in tanti Paesi. Io vado sul posto, assisto sempre tutti i cantanti e li scelgo, devo insegnare loro la maniera giusta di eseguire una canzone. Il tempo passa ed eccoci qui. Questo disco è il risultato di diversi anni di lavoro”. L’album si apre con la title track ‘Ho vent’anni con te’, scritta con Luc Plamondon e Pasquale Panella. Ci sono brani molto intensi, come ‘Aerei’, nel quale Cocciante racconta la separazione tra genitore e figlio, mentre in ‘Personaggi di un romanzo’, Panella e Cocciante attraversano la letteratura per parlare dell’incompiutezza umana. E se ‘Le polaroid’ assume la forma di un blues nostalgico, ‘Vai lupo, corri!’ utilizza la figura del lupo come simbolo di libertà e sopravvivenza. ‘Un uomo in armi’, ispirata a un testo della scrittrice Françoise Sagan, riflette invece sul tema della guerra. “E’ un disco speciale - ammette Cocciante - soprattutto perché alla mia età normalmente ci si ferma, invece io voglio ancora dire qualcosa”.

E soprattutto è un album che parla del passare del tempo, un concetto, riflette il cantautore "che non accetto completamente". In questo disco "c’è una ricerca nell'essere coerente, autentico, e questo si avverte in tutte le canzoni”. Nel corso della sua carriera, Cocciante ha sempre difeso la sua libertà artistica: “Ho cercato di fare quello che amavo, di non entrare negli ingranaggi del commerciale. Anche questo disco non è certo un album 'di moda', ma io non ho mai voluto essere di moda in tutta la mia carriera. Si sente in pezzi come ‘Margherita’ e altri assolutamente improbabili, che invece riescono ad avere ancora successo”. Il rapporto con l’età, racconta, non è mai stato un limite: “Dobbiamo invecchiare, questo è il nostro destino, ma la mia consolazione è che comunque l’eternità è una noia infinita, quindi a un certo momento bisogna finire. Per fortuna l’artista non si limita a un’età fisica e continua a rimanere nella mente delle persone, grazie a quello che ha fatto nella propria vita”.

Tra i brani del nuovo album ‘Vai lupo, corri!’ affronta temi legati all’equilibrio tra uomo e natura. "Mi sembrava importante parlare dei problemi che abbiamo oggi, sia nell’ecologia sia nel rapporto con il mondo, che purtroppo stiamo distruggendo piano piano - spiega Cocciante -. Il lupo è un animale che viene perseguitato, perché sembra nocivo ma è nell’equilibrio totale della natura. Oggi c’è tanta violenza che sentiamo dappertutto e dobbiamo capire perché non riusciamo a trovare soluzioni”. Ecco che la guerra compare in un’altra traccia del disco, ‘Un uomo in armi ‘: “E’ veramente assurdo quello che sta accadendo nel mondo - riflette Cocciante - dopo la Seconda guerra mondiale credevamo di poter vivere un po’ in pace, invece ci rimettiamo sempre a fare conflitti, per che cosa poi? Per piccoli territori, per piccole conquiste. Potremmo vivere in pace con tutto quello che abbiamo e invece...” Parlando dei concerti, Cocciante difende ancora una volta la dimensione della musica suonata dal vivo: “Ho voluto semplicemente essere me stesso ed eseguire il live con dei musicisti veri. Trovo che il concerto debba essere sempre così. E se c'è un consiglio da dare ai giovani, direi loro di cercare di usare di più la musica vera rispetto a quella riprodotta artificialmente”.

Ed è sul percorso delle nuove generazioni che non usa mezzi termini: “Ai giovani manca la gavetta, un periodo essenziale di apprendimento. Oggi hai successo e fai lo stadio senza passare da periodi intermedi di formazione, che ti portano ad avere più umanità, più contatto con il pubblico e più verità e ad accettarti per quello che sei”. Cocciante ripercorre alcuni momenti chiave della sua carriera, sottolineando come sarebbe difficile sceglierne pochi. Il primo è naturalmente legato a 'Bella senz’anima', una canzone che nel 1974 “ruppe molti schemi”. Un altro momento fondamentale è quello legato a 'Margherita', arrivata due anni più tardi, in un periodo in cui pensava che quel brano non avrebbe avuto successo, perché la musica italiana viveva una stagione molto politica e 'Margherita' ne rappresentava “il contrario assoluto”. Importante fu anche 'Cervo a Primavera,' canzone del 1980 che determinò il passaggio dalla collaborazione con Marco Luberti a quella con Mogol: un cambiamento che segnò profondamente la sua scrittura.

Tra gli episodi che hanno definito la sua storia artistica, c’è naturalmente anche 'Notre Dame de Paris', l'opera dei record basata sul romanzo di Victor Hugo: “Mi ha dato la possibilità di avere un’altra carriera - ammette Cocciante -. In fondo adesso mi si riconosce per il cantatore che sono stato nel passato ma anche per l’autore e il compositore di 'Notre Dame de Paris'”. Ma ci tiene a precisare: “Non è assolutamente l’opera rappresentativa di tutta una carriera, perché se così fosse cancellerei tutti i pezzi che ci sono prima, ossia metà di me stesso". 'Notre Dame', precisa, "è un episodio importantissimo della mia carriera, ma anche senza, penso di aver fatto cose importanti prima. Non è un’opera classica, non è un musical, non è niente di tutto questo. La sua grande qualità è la sua unicità, non assomiglia a nient'altro". Guardando all'ultima edizione di Sanremo, Cocciante vede anche un desiderio di ritorno a una scrittura più tradizionale: “L’ho guardato poco quest’anno ma mi sembra che ci sia da parte del pubblico un voler tornare un poco indietro. Forse c’è un eccesso di proposte ritmiche di rap giovani. Non dico che non sono nostalgico, però posso osservare soltanto che il pubblico ha scelto delle cose più classiche”. Quanto alla famosa ‘rabbia’ nella sua interpretazione, dissipa ogni dubbio: “Il mio modo di cantare può sembrare duro ma non è rabbia. È un grido interiore che viene esteriorizzato”. (di Federica Mochi)

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