Micaela Ramazzotti: "Elena Di Porto, la ribelle che prese a pugni fascismo e indifferenza"

L'attrice è la protagonista di 'Elena del ghetto', che racconta la storia di una donna ebrea che ha sfidato il regime fascista

Micaela Ramazzotti:
22 gennaio 2026 | 17.14
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"È importante raccontare la storia di Elena Di Porto per la sua grande forza, per la sua grande onestà intellettuale ed emotiva e per la sua empatia verso gli altri. Non era indifferente. L'indifferenza rovina il mondo". Così all'Adnkronos l'attrice Micaela Ramazzotti parla di Elena Di Porto, che interpreta nel film 'Elena del ghetto' di Stefano Casertano, nelle sale dal 29 gennaio con Adler Entertainment in occasione della celebrazione del Giorno della Memoria (27 gennaio). Il regista debutta con un film di finzione, ma la storia che racconta è accaduta davvero. La pellicola, ambientata a Roma tra il 1938 e il 1943, ripercorre la battaglia di Elena Di Porto: una donna ebrea romana, forte, indipendente e coraggiosa che ha sfidato il regime fascista per salvare molte vite e ha segnato la storia del ghetto ebraico di Roma durante il fascismo e l’occupazione nazista. Una donna coraggiosa in tempi bui. Elena era una donna fuori dagli schemi, separata dal marito, indossa i pantaloni, fuma, beve e gioca a stecca, per questo nel ghetto di Roma la chiamano "Elena la matta". Il suo temperamento ribelle e indomito la porta a scontrarsi più volte con i fascisti che infestano il quartiere.

Arrestata in diverse occasioni, Elena non si ferma. Quando i nazisti occupano Roma, si unisce alla resistenza e riesce a scoprire in anticipo i piani del rastrellamento del ghetto, avvenuto il 16 ottobre 1943. Cerca di avvisare i suoi concittadini, ma nessuno le dà retta perché considerata "matta". Elena non si lasciava abitare dalla paura. La paura, dice Ramazzotti, "fa disastri, fa fare cose sconvenienti, d’istinto". Lei invece era lucida, acuta, presente. Non stava al mondo per occupare spazio, ma per agire: "Stava in vita per vivere, per osservare, per essere d’aiuto". E quell’aiuto era concreto, fisico, rischioso. "A colpi di boxe colpiva uomini molto più alti di lei, fascisti0 in tre o quattro. Riusciva a divincolarsi, a scappare, a salvare chi era in difficoltà". Ogni gesto aveva un prezzo: "è stata al confino tre volte, è stata internata a Santa Maria della Pietà e le è stato perfino dato il divieto di indossare i pantaloni". E questa è "una violenza terribile", sottolinea Ramazzotti. "Elena amava i pantaloni, li trovava comodi per lavorare e per muoversi".

La sua personalità era un’altra forma di resistenza. "Aveva intuizioni che portava avanti. Era fuori dagli schemi, e per questo considerata matta, scomoda". Ma la follia, in realtà, era negli occhi di chi non voleva vedere. "Tutte le persone che escono dagli schemi vengono considerate matte. Non vengono ascoltate, non vengono guardate. Bisogna guardare l’anima delle persone, osservare quello che fanno, se fanno del bene". Per incarnarla, Ramazzotti ha scelto una trasformazione che non fosse solo estetica. "Abbiamo appesantito le rughe, segnato il viso con quello che aveva attraversato", spiega. "Ma l’anima no. Lì dentro c’era una luce enorme, una forza illuminata che lei dava agli altri". È quella luce che l’attrice ha voluto salvare, restituire, proteggere. E poi c’è il gesto finale, quello che definisce un destino. Quando il Ghetto viene svuotato, Elena resta sola. E sceglie di non esserlo. "Ha pensato: che ci faccio qui da sola?", dice Ramazzotti. "È stata leale fino alla fine con chi aveva visto poche ore prima. Ha deciso di morire con loro. 'Ci aiutiamo a morire', avrebbe detto in romanesco", conclude Ramazzotti. 'Elena del ghetto' è una produzione Titanus Production e Masi Film, M74, Sound Art 23, Titanus SpA con Rai Cinema.

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