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Pietro Maso: "Ho scritto una lettera a Papa Francesco e lui mi ha telefonato"

CRONACA
Pietro Maso: Ho scritto una lettera a Papa Francesco e lui mi ha telefonato

Pietro Maso

"Ero il Male. Eppure Papa Francesco ha avuto compassione di me. Gli ho scritto una lettera" e dopo pochi giorni "mi ha telefonato". A raccontarlo è Pietro Maso, in una lunga intervista-memoriale rilasciata al settimanale 'Chi', in edicola da mercoledì 20 gennaio. L'autore di uno dei delitti più efferati della storia italiana, oggi 44enne, parla per la prima volta da quando è uscito dal carcere dove ha scontato 22 anni per l'omicidio dei genitori, uccisi, con altri complici, il 17 aprile 1991 a Montecchia di Crosara, in provincia di Verona.

"Erano le dieci del mattino", racconta Maso, "suona il telefono. Ero con Stefania, la mia compagna, rispondo e sento: 'Sono Francesco, Papa Francesco'. Preso dall'emozione dico ad alta voce: 'Santità'. Era il 2013. Gli avevo scritto una lettera: 'Chiedo scusa per quello che ho fatto, chiedo preghiere per i miei colleghi di lavoro che mi hanno accettato nonostante quello che ho fatto, chiedo una preghiera per chi opera per la pace'".

"Don Guido Todeschini, il mio padre spirituale, ha consegnato la lettera al Papa - continua - e qualche giorno dopo il Pontefice mi ha chiamato. Quando l'ho sentito gli ho detto: 'Quello che andava al bar John con gli amici non vale niente rispetto al Pietro di oggi, se lo avessi saputo mi sarei comportato bene fin dall'inizio'".

Maso, che in carcere si è avvicinato alla fede, nell'intervista racconta di aver goduto anche dell'intercessione di Giovanni Paolo II. "Il mio delitto è stato così orrendo che tutti volevano cancellarmi, anche quando ero in carcere. Solo monsignor Todeschini mi tese una mano" e Papa Wojtyla "quando seppe cosa stava facendo con me gli disse: 'Vai avanti'".

Al settimanale Maso per la prima volta rivela che il movente del delitto non fu il desiderio di impossessarsi dell'eredità dei genitori: "Adesso che ho scontato la mia pena lo posso dire: io non ho ucciso i genitori per soldi, perché i soldi li avrei avuti lo stesso. Dissi che il motivo erano i soldi perché nel momento in cui abbiamo commesso l'omicidio un mio amico si era fatto fare un prestito ed eravamo sotto con i soldi".

"Ho tentato altre volte di uccidere i miei genitori - racconta - tentativi andati a vuoto di persone matte ma, mi creda, non ho mai pensato di uccidere per i soldi. Io sono stato tanto malato da piccolo e i miei mi dicevano: 'Non andare a lavorare perché sei malato'. 'Non uscire perché sei malato'. 'Pensiamo a tutto noi'. È come essere gay e i tuoi non lo sanno. Ti vedono diverso, hai 13, 14 anni e stai male e non capisci perché. Non ne puoi parlare liberamente, perché i tuoi non vogliono. Allora stai in casa e soffri perché lì dove dovresti trovare comprensione non la trovi. Anzi, dovresti andare via. Ecco forse questo disagio potrebbe essere la risposta a ciò che ho fatto".

Il 44enne si è trasferito in Spagna, dove vuole aprire una comunità di recupero: "Voglio creare a Valencia - dice nell'intervista - una casa che accolga quelli che hanno sbagliato con la società e sono in mezzo alla strada. Voglio dare un senso diverso alla mia vita. Solo chi è straniero capisce chi è straniero, solo chi è stato in carcere capisce chi è stato in carcere, solo chi ha sbagliato capisce chi ha sbagliato. Io non valgo niente, ma questa idea - conclude - merita più di me".

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